Cadere. Non esiste una disciplina sportiva in cui questo verbo abbia un peso specifico superiore a quello del pattinaggio artistico. Se un calciatore scivola e cade mentre tenta di tirare un rigore (Pavlidis del Benfica contro la Juve un mese fa, John Terry del Chelsea nella finale di Champions del 2008 contro lo United) si tratta il più delle volte di un incidente condizionato da un fattore esterno; nel caso del capitano blues, ad esempio, la pioggia. Chi sbaglia viene consolato dai compagni e più o meno tutto finisce lì nel senso che si elabora il lutto doloroso e amen.

Se inforchi nello speciale olimpico, come il norvegese McGrath, magari non cadi ma poi nella neve ti ci rotoli lo stesso per passare sotto le protezioni e andare a piedi nel bosco di Bormio a cercare silenzio, un motivo o magari uno spirito del buzzatiano Bosco Vecchio che ti spieghi il senso della vita.

Una caduta sul ghiaccio può diventare virale come è successo per la stella dello speed skating olandese, Jutta Leerdam, prima dei Giochi: scivoli in curva, la tuta ti si strappa sul posteriore, la telecamera riprende il medesimo e nel giro di pochi attimi ti ritrovi a rivaleggiare in celebrità con Kim Kardashian.

Come un demone

Ma nel pattinaggio di figura la caduta è un'altra cosa. È un incubo costante, un demone maligno che si nasconde soprattutto nelle teste degli atleti, ma non solo, e gode come una maledetta a trasformare ciò che resta dell'esercizio in una passerella impietosa, in una quasi pornografica esibizione di dolore (talvolta anche fisico), in una celebrazione di un fallimento così grande da togliere il fiato. E quel demone ha una caratteristica unica: spalanca le porte dell'inferno.

Se il calciatore cade mentre tira il rigore è altissimamente improbabile per numerosi motivi che gli risucceda pochi secondi dopo. Se non altro perché un altro rigore non lo tirerà a meno di voler replicare le gesta di Evaristo Beccalossi cantate in maniera epica da Paolo Rossi (il comico, ovviamente).

Se la pattinatrice o il pattinatore cadono, su di loro si abbatterà quasi certamente l'ira degli dèi e la caduta è destinata a ripetersi e poi a ripetersi ancora. Perché vae victis, non c'è pietà per gli sconfitti e nemmeno per quelli che sbagliano: l'errore compiuto durante un esercizio sempre eguale a se stesso che si è provato centinaia di volte fino a farlo diventare un rituale incrina qualcosa nei cervelli che quel rituale gestisce.

E un semplice errore diventa un dramma che si ripete e muore dalla voglia di ripetersi ancora e ancora.

Gli esempi

Qualcosa di più crudele è difficile da immaginare. Se a Garmisch Sonja Henje avesse commesso un errore (non lo fece, eravamo nel '36 quando i salti quadrupli erano immaginabili tanto quanto trasferire una rappresentanza umana sul pianeta Marte) avrebbe sorriso lo stesso in forza del fatto che era la preferita di Hitler che di certo non l'avrebbe spedita in un lager come invece successe al tennista barone Von Cramm reo in primis di essere omosessuale e in secondo luogo di aver perso contro Budge nella finale interzone di Coppa Davis nel '37.

Ma non sorrise per niente Carolina Kostner a Vancouver quando nel libero toccò ghiaccio con parti del corpo non protetto dalle lame per sei volte. Lei così aggraziata nelle trottole e così algida nella manifestazione delle emozioni, lei che aveva chiesto e ottenuto dal Coni di trasferirsi a Los Angeles anche per stare lontano dalle pressioni italiche visse una serata hithcockiana, nel senso dello spavento. Che in fondo non l'ha mai abbandonata, manco oggi che si è posizionata dall'altra parte del muretto della zona kiss and cry e allena.

Errore o fatalità

La finale del libero uomini di Milano è diventata la gara-simbolo dei Giochi grazie a Ilia Malinin che è entrato in pista papa di una Chiesa declinata in tutte le sue confessioni e ne è uscito sacrestano da una parrocchia di paese: non c'è nulla che sia destinato a restare più nell'immaginario di tutti gli osservatori, dagli esperti a quelli che ogni quattro anni lanciano un'occhiata a una gara di artistico, di una divinità che cade, di un Thor relegato da Odino su un pianeta lontano per un esilio eterno.

La caduta mostra il suo orrido volto anche solo quando si annuncia senza comparire, come successo a Sara Conti nel libero della gara delle coppie di artistico: si resta in piedi ma la lama di un pattino si incastra nel ghiaccio, la mano lo tocca una volta e poi un'altra ed ecco che gli oltre due metri di altezza cui ci si issa eseguendo un triplo Axel diventano poca cosa. Quando si cade non solo si rende inutile un lavoro di anni ma si è pure costretti a continuare, a sentire l'appiccicaticcia compassione di chi assiste.

Non esiste possibilità di combattere il demone, di porre rimedio all'errore a parte casi eccezionalissimi. Katarina Witt, Yu Na Kim, Mao Asada, la giapponese Sakamoto probabilissimo oro olimpico: nemmeno loro si sono sottratti allo sguardo di quel demone. Forse solo Evgenij Plushenko, il russo istrione ad un certo punto della carriera ha deciso che quel demone non era una Medusa capace di pietrificare chi lo guarda ma solo un'invenzione degli encefali e ha deciso di ridergli in faccia.

In questo senso l'artistico è forse il più umano degli sport, nel senso che riflette le curve dell'esistenza anche di chi il ghiaccio non l'ha mai visto, come i membri della famiglia Buendia a Macondo. Cadi e ti rialzi ma sai che cadrai ancora. E che dopo ogni caduta c'è un pezzo di passato che ti abbandona. E poi stiamo a discutere di salti e trottole: lì sopra c'è la vita.

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