Una tra Tottenham e West Ham retrocederà nella seconda divisione inglese: negli ultimi anni gli Spurs hanno puntato più sulla crescita finanziaria che su quella sportiva, mentre gli Hammers si sono barcamenati tra salvezze e una serie di esoneri. Dopo la retrocessione si perdono i campioni, il valore tecnico si impoverisce e tornare in Premier non è facilissimo
Il 3-1 con cui il Nottingham Forest ha sconfitto il Chelsea lunedì 4 maggio ha dato un paio di verdetti. Il primo è che i Reds sono di fatto salvi, per la matematica mancano solo tre punti. Il secondo, ben più significativo, è che una delle grandi di Londra retrocederà in Championship.
Saranno infatti Tottenham e West Ham a giocarsi il quartultimo posto, l’ultimo utile per rimanere in Premier League. Due club che nelle ultime quattro stagioni hanno alzato due trofei internazionali, rispettivamente l’Europa e la Conference League. Due club che insieme valgono, secondo il giornale specializzato Forbes, circa 4 miliardi di euro. Due tra i venti club più preziosi del mondo rischiano la seconda divisione.
Fuori e dentro il campo
Non giriamoci attorno, per entrambi sarebbe un disastro. Per gli Spurs un po’ di più, dato che perderebbero circa 1,73 miliardi di euro di valore del brand. Il quotidiani inglese Times ha fatto qualche conto. La società nelle ultime stagioni si è affermata come una delle realtà più importanti del business calcistico: i ricavi hanno oltrepassato i 650 milioni di euro, grazie a uno stadio da un miliardo di sterline in cui ci si fa di tutto, dai concerti di Beyoncé alle partite di football americano e persino alle gare di go-kart.
La retrocessione distruggerebbe la percezione di solidità di un club che in questo momento, fuori dal campo, sembra inattaccabile. Uno strano paradosso per una dirigenza che negli ultimi anni ha puntato forse più sulla crescita finanziaria che su quella sportiva. Progetti immobiliari, prezzi dei biglietti altissimi, investimenti all’estero e partnership da milioni di pounds: tutto per cosa, dicono i tifosi, per ritrovarsi, se va bene, al 17esimo posto in Premier?
Solo sette anni fa il Tottenham si giocava una finale di Champions League, con Mauricio Pochettino in panchina e due top player come Kane e Son in attacco. Quel gruppo, pieno di talento, è stato completamente smantellato. L’esonero di Pochettino, qualche mese dopo la sconfitta a Madrid contro il Liverpool, ha frantumato l’ipotesi di un ciclo vincente. Qualcuno si è perso per strada, come Dele Alli; gli altri, da Kane in giù, hanno capito che forse alzare dei trofei non era la priorità del club e nel giro di tre o quattro stagioni hanno lasciato il nord di Londra.
Dal 2019 gli Spurs hanno speso un miliardo e 264 milioni di euro per ottenere una sola qualificazione in Champions League, a eccezione di quella dell’annata scorsa ottenuta tramite l’Europa League. Il trionfo di Bilbao pareva potesse invertire il trend. «Di solito la seconda stagione di una serie tv di successo non è bella quanto la prima, io vi prometto che la nostra stagione sarà migliore di questa», aveva detto l’allenatore Ange Postecoglou ai tifosi il giorno della festa per l’Europa League. Risultato? Esonerato a inizio giugno.
Esoneri su esoneri
Al West Ham non è andata troppo diversamente. Dopo la promozione dalla Championship nel 2013, gli Hammers hanno sempre navigato tra il fondo della parte sinistra e la vetta della parte destra della classifica. Eppure, dal 2020, da quando nell’est di Londra è arrivato David Moyes, avevano cominciato a costruire un futuro da posizioni europee.
La semifinale di Europa League nel 2022, la Conference alzata a Praga contro la Fiorentina nel 2023, il nono posto del 2023/24. Risultati incoraggianti raggiunti da un gruppo che però, anche in questo caso, ha subìto diversi cambiamenti. A parte i due portieri Areola e Fabianski, sono rimasti solo i due giocatori simbolo, il capitano Bowen e il leader di centrocampo Soucek.
Dopo l’avvio di stagione complicato dell’anno scorso, il club ha licenziato Moyes. La panchina è stata affidata a Potter, allenatore giovane ma molto apprezzato che aveva avuto un’esperienza negativa al Chelsea, ma aveva anche centrato un nono posto storico con il Brighton. Dopo una salvezza tranquilla, altro inizio balbettante e altro esonero a settembre, dopo appena cinque match. Per sostituirlo è stato scelto Nuno Espirito Santo, che ha tenuto anche una buona media (1,24 punti a gara) ma insufficiente per evitare la zona retrocessione.
Anche il rapporto con i tifosi si è andato deteriorando, non solo per i risultati in campo, ma pure per quel senso di scollamento tra società e quartiere, l’East End, così lontano dal London Stadium, scelto come casa dopo la dismissione di Upton Park, divenuto un complesso residenziale.
Indietro non si torna
Tornare in Premier League dopo averla abbandonata, poi, non è facilissimo. Se si prendono in considerazione gli ultimi dieci anni, è vero che delle 30 squadre retrocesse ben 10 sono riuscite a risalire immediatamente.
Ma altre, come Hull City, Sunderland e Leicester, hanno fatto un doppio salto verso la terza divisione. Una nobile come l’Aston Villa ha impiegato tre annate per rivedere la Premier e il Wigan, retrocesso ma vincitore in FA Cup nel 2013, ha chiuso quest’anno al 16esimo posto in League One, la terza serie.
Senza i ricavi commerciali, di sponsor e di diritti tv esteri della Premier, si rischia di ritrovarsi in un pantano di avversari attrezzati e club con grande seguito che hanno un solo obiettivo: tornare nell’isola felice della prima divisione. Si perdono i campioni, il valore tecnico si impoverisce e quel vantaggio sulla concorrenza diminuisce. La Championship è un girone infernale di 24 squadre più o meno dello stesso livello dove chiunque può battere chiunque. Anche se ti chiami Tottenham o West Ham ti devi sudare ogni singolo punto e pure una promozione può trasformarsi in un’impresa.
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