C’è un proverbio popolare in Bassa Sassonia. «Se la Volkswagen ha il raffreddore, Wolfsburg ha la polmonite». Come a dire che la salute sociale di un’intera città dipende da quante Golf vengono vendute. Sembra esagerato, ma non in questo angolo del centro-nord della Germania, dove lo stabilimento della famosa casa automobilistica (che comprende anche i marchi Porsche, Audi, Lamborghini, Ducati, Bugatti, Seat e Skoda) è un paesotto di 6,5 km quadrati e dà da mangiare a 60mila persone. Per far capire quanto conti “l’impresa locale” da quelle parti, basti pensare che l’attrazione principale è il museo dell’auto: indovinare il brand è piuttosto facile.

In questo contesto il club di calcio, fondato subito dopo la guerra da un allenatore, Bernd Elberskirch, che aveva conservato una decina di maglie verdi e voleva che i ragazzi si distraessero da un realtà complicata, è cresciuto in modo proporzionale all’azienda. Anzi, ne è diventato un’espressione diretta, tanto che una decina di giorni fa, dopo i quattro gol presi a Stoccarda che hanno sancito il penultimo posto in Bundesliga, nello spogliatoio è sceso direttamente l’amministratore delegato Oliver Blume, per ribadire un concetto semplice ma non banale: se il Wolfsburg retrocede, il contraccolpo si potrebbe sentire in tutto il gruppo, a livello economico e di immagine.

Una delusione sportiva del genere sarebbe il timbro finale a una decadenza che Wolfsburg sta attraversando da qualche anno.

La caduta 

Dal 2022, infatti, la Volkswagen vive uno dei periodi più complicati della sua storia. Neanche il tempo di ammortizzare i 27 miliardi di spese legali legati al Dieselgate che la guerra in Ucraina ha bloccato gli approvvigionamenti energetici dalla Russia.

L’azienda, poi, non ha saputo gestire la transizione verso i motori elettrici e ibridi, venendo sorpassata nelle vendite dalla concorrenza cinese. Il Wolfsburg è incappato nello stesso trend negativo e non è un caso.

Per questo, l’azienda tedesca ha stabilito un piano di riassetto economico che prevede il licenziamento di 50mila dipendenti entro il 2030. Una misura drastica ma, secondo l’azienda, necessaria: il bilancio del 2025 si è infatti chiuso con 6,9 miliardi di euro di profitti, un calo del 44 per cento rispetto ai 12,4 del 2024.

Il club disputa la Bundesliga ininterrottamente dal 1997. In questi 19 anni ha pure vinto un titolo, nel 2009, con due campioni del mondo italiani in rosa, Andrea Barzagli e Cristian Zaccardo. Da allora ha vissuto di alti bassi, qualificandosi per due volte in Champions League, nel 2014/15 e nel 2020/21, ma anche chiudendo la stagione due volte al sedicesimo posto.

In generale, la dimensione della squadra è stata la parte sinistra della classifica. Negli ultimi tre anni, però, qualcosa è cambiato. Osservando il posizionamento finale si nota un dodicesimo, un undicesimo e ora un preoccupante diciassettesimo posto. Per la prima volta dall’arrivo in Bundes, il Wolfsburg si trova in piena zona retrocessione.

Mercato disfunzionale

I motivi di questo momento disastroso sono diversi e partono da lontano. Prima di tutto gli investimenti sul mercato sono diminuiti. Un club che in passato ha speso 43 milioni di euro per comprare Draxler dallo Schalke 04, 22 e 32 milioni rispettivamente per De Bruyne e Schürrle dal Chelsea o 16 per Luis Gustavo dal Bayern Monaco, in estate ha acquistato Vini Souza dalla Championship (la seconda serie inglese) e Amoura dai belgi dell’Union Saint-Gilloise, non proprio dei top team.

Gli arrivi a gennaio del difensore ghanese Adjetey dal Basilea e dell’attaccante giapponese Shiogai dagli olandesi del NEC sono stati forse più un disperato tentativo di sistemare la situazione da parte del nuovo direttore sportivo Pirmin Schwegler che delle operazioni di miglioramento della rosa, anche perché non hanno trovato molto spazio.

I 105 milioni di euro ricavati dalle cessioni di van de Ven al Tottenham, Nmecha al Borussia Dortmund, Lacroix al Crystal Palace e Weghorst al Burnley sono stati reinvestiti poco e male. Segno che c’era bisogno che i soldi rimanessero in cassa, dato che la situazione economica del gruppo non è per nulla fiorente.

Un ambiente in subbuglio

I tifosi se la sono presa con l’amministratore delegato Christiansen, considerato l’uomo delle scelte finali. L’ambiente è piuttosto elettrico. L’allenatore, Daniel Bauer, che ha fatto tutta la trafila nelle giovanili del Wolfsburg, dopo il k.o di Stoccarda per la prima volta si è espresso contro la società. «La cultura del club non è adatta alla Bundesliga» il commento laconico. Sabato scorso i Wolfe hanno toccato il fondo, perdendo in casa lo scontro salvezza contro l’Amburgo per 1-2 e condendo la giornata da incubo con un mix di scene poco piacevoli, tra risse in campo e ultras che a fine partita hanno bruciato alcuni seggiolini in curva. Sabato scorso, in casa dell’Hoffenheim, è arrivato un 1-1 che non cambia la classifica, che recita -3 dal terzultimo posto valido per lo spareggio con la terza della Bundesliga 2.0.

L’esonero del tecnico Daniel Bauer ha certificato che in società ormai si è creato un tutti contro tutti. La Volkswagen non avrà proprio un raffreddore, ma di sicuro il Wolfsburg è decisamente malato. La missione per il neo allenatore Dieter Hecking, un gradito ritorno che tra il 2013 e il 2016 ha portato una Coppa e una Supercoppa di Germania, è tutt’altro che semplice.

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