Nella sua carriera, l’uomo chiamato a risollevare il club campione del mondo ha mostrato un altro modo di stare in panchina. Il suo arrivo significa tante cose: per Kick it out, organizzazione che combatte il razzismo nel calcio inglese, è un momento storico. Per i tifosi dello Strasburgo è la prova della subalternità del loro club al Chelsea. Per gli ultras dei Blues la prova dell’incapacità gestionale della proprietà. Ora si tratta solo di sapere chi avrà ragione
Al Chelsea hanno preso piuttosto alla lettera l’idea di «ricostruzione». Perché l’uomo chiamato a rimettere in piedi la stagione del club campione del mondo è uno convinto che un pomeriggio passato a far giocare la squadra con i mattoncini Lego valga quando un allenamento sul campo. Si chiama Liam Rosenior, ha 41 anni e un passato da terzino piuttosto trascurabile.
A novembre del 2006, quando a 22 anni macinava la fascia del Fulham, The Independent lo definì «un giovane astro nascente». Le cose, però, sono andate in maniera diversa. Tanto che la sua carriera si è trovata intrappolata nel limbo della normalità. Reading, Ipswich Town, Hull City, Brighton. Sempre facendo la spola fra Championship e Premier League. L’epilogo è amaro. Nell’ultima stagione con i Seagulls gli infortuni lo tormentano. Così a fine anno il manager Chris Hugton lo prende da parte. «Per noi sei stato fantastico, ma non rinnoveremo il tuo contratto». Rosenior ha 34 anni. Trovare un’altra squadra pronta a scommettere sulle sue ginocchia è pressoché impossibile.
«So di essere un privilegiato per aver svolto un lavoro che amo e per essere stato ben pagato – scriverà – ma l’emozione di dover dare la cattiva notizia a mia moglie e ai miei figli che sono felici in questa città, e dover venire a patti con il fatto che le mie possibilità di giocare di nuovo ad alto livello sono scarse, rende tutto scoraggiante, doloroso, impegnativo». È una verità parziale. Perché Liam ha più di un paracadute aperto.
passione del padre, ossessione del figlio
Prima ancora di sfilarsi le scarpe con i tacchetti è già diventato opinionista di Sky Sports, editorialista del Guardian e allenatore del Brighton Under 23. Non si tratta di soluzioni di ripiego, ma dell’approdo naturale del percorso iniziato diversi anni prima. Il suo romanzo di formazione sembra infatti elevare a sistema il «non supereremo mai questa fase» di Febbre a 90 di Nick Hornby. Suo padre Leroy è un ex attaccante da 75 reti in carriera fra Fulham, Queens Park Rangers, West Ham e Bristol City.
La sua parabola da allenatore è ancora più marginale. Gloucester, Merthyr Tydfil, Brentford, Sierra Leone e Torquay United. Per due volte. Nella prima esperienza sulla panchina dei «Gulls» porta il figlio nell’Under 21 locale. Al suo ritorno, nel 2007, stabilisce un record che passerà alla storia. A metà maggio viene annunciato come nuovo tecnico in sostituzione di Keith Curle. Ma dopo appena dieci minuti il club fa uscire un secondo comunicato. La società è passata di mano. Il nuovo padrone del vapore, un consorzio locale, lo ha licenziato in tronco e ha affidato l’incarico a Paul Buckle. Fine dell’incarico. Fine della carriera.
Il rapporto con Leroy è la chiave per capire Liam. Perché la passione del padre diventa l’ossessione del figlio. A nove anni riceve il suo primo libro di tattica. Si intitola The Winning Formula, la formula vincente, e lo ha scritto Charles Hughes, uno che è stato il direttore degli allenatori della Football Association. Liam legge, ma pensa che sia tutto sbagliato. Perché non è certo con il kick and rush che l’Inghilterra può tornare a essere una potenza del pallone. La ricerca diventa chiodo fisso. Tanto che i suoi vecchi compagni giurano che Rosenior preferisse gli allenamenti alla partita.
Niente di strano per uno cresciuto scegliendo Alex Ferguson come nume tutelare. In verità Liam si scopre presto politeista. Nel suo pantheon ci sono Arrigo Sacchi e José Mourinho. Sembra una contraddizione in termini. Invece è tutto vero. In un suo editoriale di sette anni fa scrive: «Guardo allo Special One e a quello che ha vinto adottando un approccio meno evangelico» rispetto agli altri.
L’incontro che cambia la sua vita è datato 2019, quando Cocu lo fa entrare nello staff del Derby County. Le cose per l’olandese non vanno troppo bene. Nel novembre del 2020 il club lo esonera e affida la panchina Wayne Rooney. Per Rosenior arriva prima la promozione a vice allenatore. L’illusione di poter crescere accanto a uno dei delfini di Ferguson scoppia come una bolla di sapone. I Rams retrocedono in terza serie. Rooney viene allontanato. Serve un’altra rivoluzione.
La svolta
A luglio Liam viene nominato tecnico, ma solo ad interim. A settembre è già ai saluti. Il rischio di rimanere fermi a lungo è alto. Così Rosenior decide di salire sul primo treno che passa, direzione Hull City. Il club è a un solo punto dalla zona retrocessione. Liam dice di amare un calcio dominante, ma per i primi mesi si accontenta di non essere dominato. «Non potevo insistere su ciò in cui credevo veramente – scriverà nel 2024 su Coaches Voice – per mesi ho lavorato sulla tenuta difensiva». E ancora: «Non ho mai perso di vista il fatto che per prima cosa eravamo un gruppo di persone e solo dopo una squadra di calciatori. Abbiamo costruito una cultura del lavoro che ha creato amicizie per tutta la vita. A volte i giocatori arrivavano per allenarsi, ma noi avevamo organizzato una competizione di costruzioni di Lego. Stare insieme è importante quanto l’allenamento sul campo».
Il primo anno chiude a 14 punti dalla zona rossa. Poi nella seconda stagione il processo verso il calcio dominante si arresta a tre punti dai playoff. Acun Ilicali, il proprietario dell’Hull, lo allontana usando modi brutali. «Voglio il calcio offensivo – dice – voglio una squadra divertente». Per Rosenior non è tutto da buttare. L’esperienza con le Tigri è stata soprattutto un’occasione di studio. «Pep ha influenzato il mio modo di pensare – scriverà - ed è affascinante vedere come Mikel Arteta abbia assunto questi concetti. E direi che Roberto De Zerbi è un genio». La folgorazione era arrivata nel maggio del 2022, quando il Brighton dell’italiano aveva pareggiato contro il City del catalano. «Ho visto come i Seagulls hanno giocato uomo contro uomo a tutto campo – ha detto – e se può farlo il Brighton, perché non possiamo farlo anche noi?». Gli serve solo una nuova piazza dove provare le sue idee.
Nel luglio del 2024 bussa alla sua porta lo Strasburgo, un altro club di proprietà di Todd Boehly. Il primo anno si chiude con un settimo posto e la qualificazione in Conference League. Con una rosa giovanissima. Nella seconda stagione trasforma Joaquin Panichelli, attaccante scartato dal River, nell’oggetto del desiderio dei club di mezza Europa. Fino al 6 gennaio, quando Boelhy non lo chiama nella scuderia principale.
«Non potevo rifiutare il Chelsea», dirà. È un trasferimento che significa tante cose e tutte insieme. Per Kick it out, l’organizzazione che combatte il razzismo nel calcio inglese, è un momento storico, perché Rosenior è il primo allenatore britannico nero nella storia delle big-6. Per i tifosi dello Strasburgo è la prova della subalternità del loro club al Chelsea. Per gli ultras dei Blues la prova dell’incapacità gestionale della proprietà. Ora si tratta solo di sapere chi avrà ragione.
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