Per la terza edizione consecutiva, ai nastri di partenza i ct nati o originari dell’Africa erano più dei colleghi stranieri, 13 contro 11. Oggi il dato è ancora più significativo: 6 delle 8 Nazionali ancora in gara sono guidate da un tecnico africano, senza contare il belga Tom Saintfiet, divenuto cittadino gambiano. «Il calcio internazionale non può avere confini, tutti hanno bisogno delle stesse opportunità», rivendica lui. Cosa è cambiato nel rapporto con l’Europa e all’interno dello stesso continente
Rabat - La Coppa d’Africa in corso in Marocco certifica ancora una volta la crescita - ormai sempre più strutturale - degli allenatori africani. Dopo che cinque tecnici del continente hanno firmato la migliore prestazione collettiva africana a un Mondiale nel 2022, per la terza edizione consecutiva, ai nastri di partenza i ct nati o originari dell’Africa erano in maggioranza rispetto ai colleghi stranieri (13 contro 11). Oggi il dato diventa ancora più significativo guardando ai quarti di finale: sei delle otto Nazionali ancora in lizza sono guidate da un tecnico africano, senza contare il belga Tom Saintfiet, da anni stabilmente nel continente, sposato con una donna dello Zimbabwe e divenuto cittadino gambiano durante il suo mandato alla guida della Nazionale.
Proprio Saintfiet si è soffermato su questo tema parlando a Domani. «Cos’è un allenatore africano e cos’è uno europeo?», si chiede, ricordando come Walid Regragui, ct del Marocco, ed Emerse Fae, che guida la Costa d’Avorio, siano nati in Francia e abbiano passaporto europeo. «Per me le origini non contano. Non è una questione di essere africano o europeo: siamo allenatori internazionali e possiamo lavorare ovunque nel mondo. Siamo tutti buoni allenatori. Non mi piace che la gente si concentri sulla nazionalità».
L’importanza della formazione
Detto questo, Saintfiet riconosce l’ascesa dei tecnici nati e cresciuti in Africa e sottolinea l’importanza dello sviluppo della formazione, tanto in seno alla Confederazione africana del calcio (CAF) quanto all’interno delle singole federazioni. Quella marocchina, per esempio, offre addirittura ai tecnici africani la possibilità di ottenere la licenza professionale. «È un bene per il calcio internazionale, che non dovrebbe essere legato a confini geografici», osserva il ct che ha qualificato per la prima volta il Gambia a una fase finale della Coppa d’Africa. «Tutti hanno bisogno delle stesse opportunità».
Ed è proprio questo il vero nodo della questione: troppo spesso in passato i colleghi africani, soprattutto quelli dell’Africa subsahariana, non sono stati considerati - o non sono stati trattati - alla pari. Sebbene il calcio, introdotto dagli europei in epoca coloniale, sia diventato molto presto lo sport più popolare del continente, in origine rimase un passatempo riservato alle ristrette élite occidentali. Le autorità coloniali lo guardavano con sospetto, temendo che potesse trasformarsi, come in effetti avverrà in molti paesi, in un veicolo di affermazione delle identità nazionali e di diffusione del sentimento anticoloniale.
Il timore era tale che vennero vietate persino le amichevoli tra squadre locali e quelle espressione delle comunità europee, per evitare che eventuali vittorie dei “nativi” mettessero in discussione l’ordine gerarchico tra dominanti e dominati. Questa segregazione ha rallentato anche la formazione e l’emancipazione degli allenatori africani almeno fino agli anni della decolonizzazione, alimentando al tempo stesso quel complesso di inferiorità instillato dai colonizzatori nelle popolazioni sottomesse, di cui ancora oggi larga parte del continente porta i segni.
I riflessi sul mercato
Fin dall’inizio della tratta degli schiavi, a partire dal XVI secolo, la dominazione europea si è fondata anche su un processo sistematico di disumanizzazione, volto a imporre al dominato il disprezzo di sé. Le cicatrici di secoli di violenza psicologica non hanno risparmiato nemmeno il calcio. Per questo, i tecnici africani sono stati spesso scartati non solo dagli osservatori stranieri, ma anche dai loro stessi connazionali, convinti che le loro competenze non fossero paragonabili a quelle di un collega occidentale.
Questa eredità culturale, che per decenni ha portato a considerare gli allenatori africani strutturalmente meno preparati, pesa ancora oggi. Ma, come dimostrano i risultati degli ultimi anni, qualcosa sta cambiando. E non solo nel rapporto con l’Europa: anche all’interno dello stesso continente, dove persiste una forma di discriminazione intracontinentale, in particolare nei confronti delle popolazioni subsahariane.
Il mercato degli allenatori è diventato sempre più dinamico e diversi tecnici, soprattutto sudafricani, stanno trovando spazio nei paesi del Nord Africa, che ospitano alcuni dei campionati più competitivi del continente. È il caso di Rhulani Mokoena e Fadlu Davids, rispettivamente di 39 e 44 anni, ingaggiati da due club storici come l’MC Alger e il Raja Casablanca.
Prima di loro, Pitso Mosimane, primo tecnico africano non egiziano ad allenare l’Al Ahly, aveva già aperto la strada, conducendo il club del Cairo alla decima CAF Champions League nel 2021. A proposito della massima competizione continentale per club, le ultime tre edizioni sono state vinte da allenatori europei, dopo una striscia di sette successi consecutivi firmati da tecnici africani.
In Coppa d’Africa, invece, la tendenza è opposta: le ultime tre edizioni hanno visto trionfare ct originari del continente, e anche quest’anno la direzione sembra essere la stessa. Chiaramente, si tratta di una statistica da evidenziare non perché la nazionalità debba necessariamente fare la differenza, ma perché queste vittorie restituiscono visibilità, credito e voce a chi per troppo tempo ne è stato privato.
© Riproduzione riservata


