Diego Abatantuono, Miles Davis, Eddie Mercks e gli All Blacks tutti insieme dall’elettrauto. E già così siamo apposto. Perché nulla racconta meglio cosa fu Milano e la sua incredibile centrifuga, meglio della capacità del capoluogo lombardo di attirare a sé persone di statura e originalità varia e di renderle magicamente coerenti le une alle altre.

Sembra una roba facile, un pensiero banale, ma richiede cura e attenzione, ascolto e pazienza. Non si sa se questa sia ancora oggi una pratica perseguita, di certo lo era (e lo è) da uno come Gabriele Cabrio detto Lele, al secolo caburatorista di prima e di malizia, ma anche abile elettrauto. E come se non bastasse anima luminosa di una Milano pazzesca, fatta di amore puro, gioia sempre espressa e tristezza lontana anni luce dalla fatica, dai casini e da una vita mica sempre – anzi quasi mai – facile.

Gabriele Cabrio e la sua storia sono il collante di una vicenda umana e sportiva fuori da ogni categoria, quella che vede il rugby come lo sport, il mezzo, lo strumento perfetto per raccontare cosa è stata Milano, chi erano i milanesi e cosa voleva dire prendersi cura per davvero di chi ti stava a fianco, a partire dai ragazzi sparpagliati per strada.

Rugby Underground (Bee edizioni) di Marco Pastonesi, uno che lo sport lo racconta da una vita, è la storia di un incontro magico che vide protagonista a meta degli anni Settanta l’officina di Lele Cabrio. La zona è quella della vecchia Fiera, zona di fabbriche e quindi di operai.

Famiglie numerose, come cantava Enzo Jannacci: «Tripli servissi, sì, ma in mezz al prà». Tanti ragazzi dunque per strada, e un’illuminazione che coglie Cabrio, vecchio rugbista, quella di dare uno spazio, un senso e uno sport a questi ragazzi. Nasce un po’ per caso e un po’ per attenzione verso chi si trova a rischiare tutto magari per un furterello o per una bambinata.

Salvare una generazione

Lele Cabrio si può dire che salvi una generazione e non solo di milanesi e insieme offre alla città e ai suoi giovani una cultura sportiva, quella rugbistica che vuole dire che tutte le volte che dai qualcosa alla fine quella cosa ti viene sempre restituita: senso di squadra, legami con i compagni e un’idea mai retorica che si vince e si perde tutti insieme.

Rugby Underground non può così che mischiare gli anni che furono l’apice della presenza operaia a Milano e insieme anche l’inizio della fine. I cieli sporchi perennemente di fuliggine e la criminalità che insanguinava le strade con le sue bande. Non c’è nostalgia o malinconia per una città che era oggettivamente più pericolosa e povera di quella di oggi, ma un po’ di sconforto per un sentimento che allora appariva fortissimo di coesione in una metropoli da sempre fatta di migranti, dalla Puglia come dal Veneto.

Pochi sport riescono così chiaramente a dare corpo alla vita come il rugby, botte da orbi si sarebbe detto un tempo, ma anche mischiamenti incredibili: dirigenti e operai, malviventi e poliziotti, tutti a disposizione l’uno per l’altro e non per l’uno e non per l’altro, ma per la squadra che vuol dire per tutti.

Una disponibilità garantita da chi lottando sul campo ha tradotto il proprio stare insieme in un’amicizia profondissima. Ed è così che Gabriele Cabrio, oltretutto cuoco fuori dall’ordinario, da vita nella cantina della sua officina allo spazio del terzo tempo. Là ci si ritrova dopo la partita e poi là ci si vede sempre, al riparo da tutto, ma mai dagli amici, dalle risa, da bevute senza limiti e da mangiate che solo a raccontarle salta ogni limite glicemico. I nomi si rincorrono, tra gente famosa e sconosciuti che segnano il campo e definiscono il gioco della vita.

Oltre il terzo tempo

Il rugby non si esaurisce però con il terzo tempo, ma anzi sembra generarsi proprio da lì, da una voglia di vita e di abbracci e di quella festa mobile che a Milano Zona Fiera faceva a gara con quella di Ernest Hemingway a Parigi, Boulevard Saint-Germain. Certo un po’ di tristezza viene a galla, perché le cose erano tutte figlie del desiderio e molto poco delle regole e quindi a un certo punto bisogna anche cambiare, chiudere e prendersi cura di sé non solo degli altri, ma resta il fatto che rifare da capo, rifare diversamente, rifarlo meglio è un gesto che non abbandona mai chi crede che si è felici solo se lo possono essere anche gli altri.

Marco Pastonesi tratteggia il ritratto di una passione per il rugby lunga cinquant’anni, inesauribile nelle sue molteplici forme che come quasi mai avviene con gli altri sport si declinano in un fare quotidiano detto altrimenti vita.


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