«Non ne posso più. Vorrei fare l’allenatore». Sono frasi che esprimono più di ogni altra cosa lo stato d’animo di Sandro Donati, le sue infinite battaglie antidoping e il costo pagato per decenni per combatterle. Un costo umano, fisico, ambientale. Che l’ha allontanato dal campo centrale della sua professione: allenare. Allenare diversamente. Per uno sport sano e performante, come dice il suo ultimo libro, scritto con Francesco Marcello e in libreria per Bur Rizzoli da questa settimana.

Intendiamoci, Donati non rinnega nulla. A una domanda sulla storia della squalifica di Alex Schwazer, risponde che «gli è stata fatta una cosa ignobile, una vigliaccata. Questo ragazzo non ha ceduto, a quasi 42 anni è tornato a marciare. Ma gli è stato tolto tutto, a Rio de Janeiro (Olimpiadi del 2016) avrebbe probabilmente vinto due gare, 20 e 50 chilometri. Hanno cercato anche di dividerci senza riuscirci. Il sistema dovrà trovare la verità o qualcosa che le somigli».

«Andare contro il sistema ha un costo»

E sul sistema antidoping più in generale, dice «che non è rose e fiori, molte sostanze non vengono scoperte ai controlli, la trasparenza statistica è molto diminuita come quella del sistema delle esenzioni terapeutiche». Il riferimento è all’autorizzazione concessa a usare farmaci proibiti, ma consentiti nel caso di una patologia conclamata.

Intorno a sé ha Giovanni Malagò, l’ex presidente e l’attuale segretario generale del Coni Carlo Mornati, con cui in questi anni è nato un rapporto che ha consentito di valorizzare gli studi e le ricerche di Donati all’Istituto di medicina e Scienza dello sport, un lavoro per lungo tempo discriminato. Interviene anche Luciano Buonfiglio, attuale numero 1 al Foro Italico. E a celebrare l’importanza dell’apporto di Donati c’è pure Julio Velasco. Alla fine, interviene anche Abdon Pamich, 92 anni portati alla grande, la medaglia d’oro della 50 chilometri di marcia di Tokyo 1964, che sottolinea il tratto comune che lo lega a Donati: «Molte volte andare contro il sistema ha un costo, ma è alla fine che si fanno i conti e ci si sente con la coscienza a posto».

Un concetto sottolineato pure da Stefano Mei, che dopo aver ricordato il «ritorno a casa» del tecnico romano (oggi vicedirettore tecnico della Federatletica per la «metodologia e lo sviluppo tecnico») ha raccontato degli anni della sua storia di atleta, quando Donati lo aiutò a trovare il «cambio», la volata che gli consentì di vincere fra le altre cose anche l’oro degli Europei di Stoccarda 1986 nei 10mila metri.

«Fantasia motoria»

Donati sente ora il bisogno di collocare le sue battaglie dentro un percorso più ampio. Nel libro la prende da lontano, dai primi campioni della metodologia dell’allenamento, i sovietici e il loro “dirigismo”, i piani pluriennali che dal campo dell’economia si spostavano a quelli sportivi. Facendo credere che si potessero sostenere enormi carichi di allenamento, in realtà aiutati dal cavallo di Troia farmacologico.

Si passa dalla quantità alla qualità dell’allenamento contestando l’idea del «più fai meglio è». Meglio sposare il principio del «riconoscimento di ciò che non si vede ma si percepisce: l’interazione tra le capacità coordinative speciali e le varie modalità di espressione della forza».

Ecco dunque, due parole che ricorrono nel suo viaggio: «Fantasia motoria». Quella che Gianfranco Zola, in una delle testimonianze raccolte nel libro, spiega partendo da un esempio, ispirato dalle ore passate ad osservare in allenamento Diego Armando Maradona: «Le giocate che fai sono un po’ come dei figli: hanno lo stesso corredo genetico, si somigliano, ma ognuna è unica e irripetibile». Il contrario della condanna a replicare in continuazione lo stesso gesto. «Lo sport comprende un insieme vastissimo di abilità», che in campo paralimpico, un’area a cui è dedicato un ampio capitolo del libro anche con le parole di Martina Caironi, tendono a moltiplicarsi ancora di più.

La combinazione fra queste varie abilità produce una “memoria”, che ti sostiene quando c’è da rispondere alla cosiddetta “pressione temporale”. E qui ci viene in mente Jannik Sinner e la sua straordinaria capacità di “anticipare”, altro verbo fondamentale, la circostanza di gioco che si verifica. Non è un caso che Donati si concentri particolarmente su quegli «sport di situazione» e di «opposizione», come appunto il tennis, che cambiano i contesti in cui misurarti con una rapidità impressionante.

L’ennesima sfida

Un approccio del tutto nuovo che Velasco sottolinea nell’introduzione come «evento intellettuale di grande importanza perché la teoria dell’allenamento dei nostri sport si è sempre basata su quella degli sport di prestazione». L’allenatore vincitutto del volley italiano offre a Donati la possibilità di sottolineare l’importanza di un «dialogo continuo fra tecnici». «La cosa più sbagliata per un allenare è vivere nel culto di sé stessi». E nelle parole di Eloisa Coiro (anche lei fra le testimonianze del libro), ottocentista azzurra dalla talentuosa crescita negli ultimi anni, si riconosce anche la capacità dell’allenatore di mettersi in discussione.

Il libro è in qualche modo un’altra sfida, l’ennesima, di Donati. Trasformare la complessità in semplicità, costruire un linguaggio che possa aiutare non soltanto i professionisti dell’allenamento, ma i tecnici costretti a occuparsi solo part time del proprio gruppo di atleti. Ma anche rifiutare l’idea di una caccia al tesoro alla ricerca del farmaco o magari della super scarpa che sposta la competizione dal campo al laboratorio.

Un tentativo di combattere la filosofia della scorciatoia e trovare una dinamica virtuosa nel rapporto fra tecnico e atleta, «una relazione orientata verso il rispetto della persona, ma rivolta, senza ossessione, al miglioramento della performance». Una strada maledettamente in salita di questi tempi che però vale la pena percorrere.

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