La tentazione di scomodare Edipo è forte. Siamo nel mondo dello sport e del tennis in particolare, però, dove le interruzioni di rapporto fra presunti padri e presunti figli agonistici sono all’onor del giorno. Tuttavia nel caso di Jannik Sinner quella tentazione è potente. Vediamo perché.

La notizia che scatena la tentazione è nota: Sinner e Darren Cahill si separano, lo ha annunciato il rosso con un video sui social. Che il coach australiano avesse già comunicato al suo poulain che il suo impegno non si sarebbe prolungato oltre il 31 ottobre 2026 si sapeva: i due avrebbero dovuto chiudere già a fine 2025, ma Sinner convinse Cahill a cambiare idea, o forse fu la sorte a decidere con una partita a scacchi a Londra con in palio un ulteriore anno di collaborazione.

Ma ciò che attrae l’attenzione è che quello fra Jannik e i suoi coach non è mai stato solo un rapporto squisitamente professionale, di quelli che quando finiscono si risolve la questione con parole di circostanza e tanti saluti. È come se, per crescere, il nostro avesse bisogno di “uccidere” il padre. E di trovarne uno nuovo.

I padri da cui si è separato

Il gioco psicologico è tale e quindi va preso con le molle. Ma non c’è dubbio che Sinner sia diventato Sinner, cioè un leader assoluto della sua disciplina sportiva, grazie a delle “separazioni” da figure paterne che non sono certo state solo quelle che si sono posizionate dall’altra parte della rete rispetto a lui e gli hanno lanciato palline da colpire; oppure al fianco per indicargli come colpire quelle palline. Sono state molto di più e hanno posto le condizioni perché poi chi di dovere correggesse i suoi gesti.

Il primo è stato il padre naturale, Hanspeter, colui il quale ancora oggi in molte occasioni “cucina” il cibo che Sinner mangia quando è lontano da casa. Non sfugga anche questa piccola, ma significativa metafora: un padre che nutre il figlio impegnato in una grande avventura sportiva. Quando Massimo Sartori (allora coach di Andreas Seppi) consigliò a Riccardo Piatti di andare a vedere come quel bimbo altoatesino si muoveva in campo, l’esito di quell’incontro fu che il bimbo («Non vorrei rivivere quel momento», ha detto recentemente Sinner) a 12 anni lasciò padre e madre e si trasferì al mare, lui che era nato e vissuto in montagna.

Anni dopo, dopo aver vissuto a Bordighera la sua adolescenza umana e sportiva, ecco la seconda “uccisione”: il nostro per crescere aveva bisogno di decidere della propria vita e del proprio gioco. Nel generale sospetto si staccò da Piatti e dalla sua famiglia umana e sportiva per il bisogno di non ricalcare l’esperienza del suo conterraneo Seppi, che alla famiglia del coach Sartori fu legato per tutta la carriera. Quel padre aveva svolto il suo compito e bisognava andare oltre.

Qualcuno potrebbe obiettare che a quel punto fu a Simone Vagnozzi che Sinner si affidò, almeno nell’immediato. Ma Vagnozzi, il cui peso nel team è enorme, vestì da subito i panni del coach-fratello. Non avrebbe potuto, anche per motivi anagrafici, andare ad occupare la casella di coach- padre.

Quel ruolo toccò a Darren Cahill, personaggio perfetto per diventare il padre del definitivo decollo. Parole e toni del video con cui Sinner ha annunciato la separazione sono la prova lampante di quanto l’australiano abbia colto nel segno occupando quel ruolo. Fra i due si è sviluppata un’alchimia umana di alto livello visibile anche a occhio nudo. Tutt’altra cosa rispetto a Piatti, che fu il padre dell’età scolare: in questo caso Cahill è stato il padre-maestro, una specie di Yoda del tennis che ha insegnato al suo assistito la potenza della Forza potendo contare sulle basi caratteriali, tecniche ed emotive che il padre precedente aveva coltivato in lui.

Nuovo padre, nuova vita

Ora tocca a Magnus Norman, di cui peraltro già si era parlato all’indomani del rapporto con Piatti. Lo svedese è erede di quella stagione, per tanti versi meravigliosa, in cui su quella terra fiorivano i migliori talenti tennistici del mondo. Uno che conosce bene assai il senso del limite fisico con cui Sinner sta facendo i conti da luglio, dato che da atleta in essere dovette fare i conti con un fisico cagionevole soprattutto nelle articolazioni. Da coach Norman ha portato Stan Wawrinka a vincere tre Slam in un periodo in cui “quei quattro” (Federer, Nadal, Djokovic, Murray) facevano piazza pulita di qualunque titolo ci fosse in palio.

Magnus Norman, a sinistra, con Stan Wawrinka (FOTO EPA)
Magnus Norman, a sinistra, con Stan Wawrinka (FOTO EPA)
Magnus Norman, a sinistra, con Stan Wawrinka (FOTO EPA)

Anche la fisiognomica ci dice che Norman ha tutto per essere il nuovo padre di Sinner: forse meno espansivo del predecessore, ma indubbiamente capace di affrontare una fase della vita sinneriana delicata. Non solo perché arriverà dopo uno stop di sei mesi, ma perché coinciderà con una fase della vita del nostro in cui non si è più ragazzini e nemmeno esseri umani compiuti; e in cui vincere potrebbe richiedere energie e motivazioni diverse da prima.

Nuovo padre, nuova vita. In fondo il segreto di Sinner è stato questo fino a oggi. Padri nobili che non hanno pesato sulla sua crescita, ma l’hanno montessorianamente resa possibile. E crescere vuol dire saper scegliere: pratica in cui Jannik ha mostrato di eccellere. Con un unico punto interrogativo: quello del supervisore addetto alle regole antidoping che non vede uno spray di Clostebol che circola liberamente nell’appartamento del team. Ma Umberto Ferrara non è un padre e non ha mai voluto esserlo. Quando si tratta di scegliere quelli Sinner non sbaglia. Fino a oggi, almeno.

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