Un rientro da re. Il ritorno in campo di Jannik Sinner, dopo la lunga assenza per ragioni di salute, avviene in occasione del Six Kings Slam di Riad. Che per lui è un po’ come tornare a casa. Quella che si svolgerà dal 27 al 30 dicembre sarà infatti la terza edizione e le due precedenti sono state vinte dal tennista italiano. Con grande soddisfazione per il palmares personale, ma soprattutto per il conto in banca: che grazie alle due precedenti esibizioni si è ingrassato di 12 milioni di dollari.

C’è infatti che il Six Kings Slam non è un torneo come tutti gli altri: si tratta di un’esibizione, che screma l’élite dell’élite del tennis mondiale. Praticamente, è l’ennesima espressione di superleghismo dello sport contemporaneo, l’inevitabile deriva intrapresa da ogni disciplina sportiva che proceda nella direzione del big business. E magari ci si potrebbe concedere qualche considerazione sul motivo per cui l’ex numero uno del ranking mondiale – il tedesco Aleksander Zverev lo ha appena scalzato dal trono, approfittando della sua lungodegenza – scelga proprio questa occasione per concedersi la rentrée dopo un’astinenza che dura da luglio: ma si rischia d’essere tacciati di eccesso di maliziosità, dunque meglio astenersi.

Tanto più che il vero motivo d’interesse è un altro e riguarda il contesto: il Six Kings Slam è un evento che non va letto come una cosa a sé stante. Piuttosto, è un pezzo di una manifestazione di più ampia portata: la Riad Season, kermesse annuale che perfettamente rappresenta l’idea saudita di mix tra sport e intrattenimento.

Il frutto di una visione

A monte della Riad Season, così come di ogni altro evento che ha trasformato il regno saudita in un palcoscenico globale della cultura di massa, stanno le linee guida tracciate dal programma strategico Vision 2030.

Cioè, il documento che si colloca a metà strada tra un programma di sviluppo nazionale e un Libro dei Sogni drogato di hybris. In quelle pagine vengono raccolte e sistematizzate le ambizioni del principe ereditario Mohammad bin Salman, impegnato a edificare il suo “nuovo Rinascimento” (come da incauta formula usata da un ex premier italiano a libro paga del regno) attraverso la mobilitazione di uno sforzo ideativo e finanziario che presumeva di non avere limiti.

Invero, nel frattempo molti segmenti di quel grande progetto di trasformazione sono stati dismessi o ridimensionati: ci si è accorti che nemmeno gli esageratamente ricchi possono permettersi di agire come se disponessero di risorse illimitate. Resta però forte l’impronta filosofica e ideologica del piano: trasformare il regno nel principale centro di attrazione e rotazione per l’economia globale dello sport e dello spettacolo, due segmenti da considerarsi un tutt’uno al servizio di una politica dell’egemonia culturale globale.

Per raggiungere questo scopo il regno si è dotato di una General entertainment authority (Gea), costituita a maggio 2016 e guidata da Turkhi Al Sheikh. Costui deve questo ruolo della massima importanza, e lo status di uomo fra i più potenti in questa Arabia Saudita neorinascimentale, a un particolarissimo atout: era compagno di Playstation del principe ereditario, al tempo in cui erano due ragazzini brufolosi ma anche dopo che s’erano fatti più attempati. È grazie a quelle lunghe sessioni di joystick se adesso, in realizzazione di Vision 2030, il regno è stato trasformato nel principale hub globale degli esport.

La Riad Season è stata inaugurata nell’annata 2019-20: uno snodo temporale che avrebbe potuto rivelarsi fatale, poiché coincideva con l’approssimarsi della pandemia. Tanto che la stagione 2020-21 non è stata celebrata. Ce ne sarebbe stato abbastanza per cogliere cattivi auspici: la grande manifestazione di sport e intrattenimento globale costretta allo stop dall’altrettanto globale virus. E invece la volontà del principe ereditario e lo sforzo (e sfarzo) organizzativo della Gea hanno prevalso.

Riavviata nel 2021-22, la Riad Season è giunta alla sesta edizione. E i numeri di consuntivo presentati dagli organizzatori come un bollettino annuale della vittoria parlano di una tendenza di crescita costante. Nella stagione 2024-25 è stato oltrepassato il tetto dei 20 milioni di visitatori, distribuiti lungo tre aree della città e quattordici diverse zone tematiche che oscillano fra spazi del consumo e della cultura, delle tradizioni locali e della finanza innovativa, fino a toccare quelli del lusso e della tecnologia futuristica.

Una gigantesca macchina policentrica di compound tematici che proietta sullo scenario internazionale l’immagine di una capitale saudita come Divertimentificio Globale.

Modernizzazione e passi indietro 

Modernizzare a tutti i costi. È uno degli imperativi che guidano l’azione delle agenzie saudite incaricate di mettere a terra i megalomani propositi iscritti in Vision 2030. La trasformazione del regno in una terra di eventi dal richiamo globale passa anche per l’abbandono degli accenti di più gretto conservatorismo che fino all’altroieri ne caratterizzavano la vita quotidiana. Un esempio per tutti: il cinema.

A partire dal 1980 la Settima Arte si è ritrovata messa al bando perché etichettata come immorale: un effetto della rivoluzione khomeinista nel vicino Iran e della scossa reazionaria che nell’immediato ne derivò per vaste aree del mondo islamico. Per impulso di Vision 2030 il cinema, inteso sia come forma d’arte che come industria, si è visto restituire cittadinanza nel regno a dicembre 2017. Con effetti paradossali, poiché nel giro di pochi anni si è passati da una situazione di proibizione totale a un’altra in cui le stelle del cinema globale fanno da protagoniste assolute (e strapagate) sul palco della Riad Season. 

Vive anche di queste contraddizioni la megalomane operazione di riposizionamento globale che i sauditi stanno portando avanti dalla seconda metà degli anni Dieci. Un’operazione che va oltre il 2030, l’anno che coincide con l’Expo internazionale la cui sede sarà proprio Riad. C’è infatti un’estensione che porta al 2034: i Mondiali di calcio, nella formula a 48 squadre ma che a causa del delirio infantiniano (giusto per rimanere in tema di megalomanie) potrebbe essere a 64 squadre. I sauditi pretendono di organizzarlo da soli, ciò che è un’ipotesi da camicia di forza. Certo, con questi chiari di luna, da qui a otto anni le cose potrebbero essere profondamente cambiate.

Di sicuro c’è che, per adesso, l’espansione nel calcio è stato uno dei segmenti più rovinosi nell’applicazione di Vision 2030 allo sport. L’assurdo dispendio di denaro per importare calciatori e il successivo impegno diretto del Public investiment fund (Pif) nei principali club del regno si sono rivelati un bagno di sangue, quasi ai livelli del dismesso progetto di LIV Golf.

Se potessero, i sauditi azzererebbero tutto. Ma non possono certo rimangiarsi l’impegno con la Fifa senza rimetterci definitivamente la faccia. Servirà da lezione: da qui in poi, molto meglio organizzare baracconi tipo i Sei Re del Tennis. Di quelli che basta staccare un lauto assegno e anche gli sciancàti tornano d’improvviso vivi e vegeti.

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