Lo sport può essere molto più di una semplice attività fisica. In particolare per un bambino. Può diventare uno spazio in cui imparare a confrontarsi con le difficoltà, prendere decisioni, riconoscere le proprie emozioni e costruire la propria autonomia. Ma perché questo accada è fondamentale che il bambino venga messo nelle condizioni di vivere lo sport come un’esperienza positiva, senza che il risultato o le aspettative degli adulti finiscano per schiacciarlo. È quindi anche – e soprattutto – una questione di salute mentale.

«Per un bambino fare sport è importante perché gli consente di sperimentarsi», spiega a Domani Isabella Gasperini, psicologa clinica e dello sport, in occasione della Giornata mondiale per la salute mentale. «Di solito un bambino di fronte a una difficoltà ha i genitori vicino che gli trovano una soluzione. Quando fa sport, invece, si trova da solo e deve attingere alle proprie potenzialità per trovare una soluzione immediata. Questo è un grosso stimolo per il problem solving e per l’intelligenza emotiva».

I bambini liberi di sperimentare

Lo sport diventa così un luogo in cui mettersi alla prova, anche sbagliando. Ed è proprio qui che si inserisce la prima responsabilità degli adulti: permettere ai bambini di fare questa esperienza senza sostituirsi a loro. «La salute mentale di un bambino è influenzata dalle emozioni di chi invade il campo delle sue emozioni. Dovremmo fare in modo che nello sport vengano visti prima di tutto i suoi bisogni, venga visto il bambino e non l’atleta».

Il rischio, invece, è che genitori e allenatori finiscano per sovrapporre le proprie aspettative all’esperienza del bambino. «Spesso i genitori non lasciano liberi i bambini di sperimentarsi. Da dietro la rete, anche durante gli allenamenti, gli danno indicazioni e trasmettono pressione». Il risultato può essere quello di mandare il bambino «in tilt», soprattutto quando riceve indicazioni diverse dalle due figure adulte di riferimento (genitore e allenatore): «Non riesce a gestire due canali di apprendimento, si confonde e chi subisce questa conseguenza è soltanto lui».

Per questo, secondo Gasperini, serve maggiore consapevolezza da parte di tutto il mondo sportivo: «Prima di tutto i genitori si devono informare. Ma anche le società devono farlo e devono curare questo aspetto. È importante occuparci anche delle persone che lavorano con i bambini». Il riferimento è soprattutto agli allenatori, che non possono limitarsi alla competenza tecnica: «Se decidi di lavorare con i bambini devi pensare a loro: devi essere accogliente, saperli ascoltare, saperli rimproverare mettendo sempre vicino al rimprovero un rinforzo positivo. Bisogna dare fiducia».

Il modo in cui si corregge un errore può infatti fare la differenza: «Se si deve dare una correzione, la correzione va fatta vedere», spiega la psicologa, sottolineando quanto sia importante tenere conto delle diverse esigenze dei bambini. Ma soprattutto serve ascolto: «L’ascolto attivo significa parlare con un bambino guardandolo negli occhi, annuendo mentre ti sta dicendo qualcosa, facendogli capire che in quel momento stai pensando solo a lui». Anche un sorriso, un gesto, il linguaggio non verbale possono contribuire a costruire fiducia.

Un sano approccio alla sconfitta

Lo sport può essere un allenamento alla vita anche quando le cose non vanno come vorremmo. Soprattutto quando arriva una sconfitta. «Tutto quello che succede nella mente del bambino dopo una partita persa dipende molto da quello che vede intorno a sé. Se percepisce che un genitore o il mister è deluso, questa sconfitta pesa su di lui e può condizionarlo anche nelle partite successive».

Al contrario, «quando gli adulti vivono la sconfitta come un’opportunità e spiegano ai bambini che la prossima volta si potrà giocare meglio lavorando sugli errori, cambia tutto». C’è una domanda che Gasperini suggerisce ai genitori di fare dopo una partita: non «Hai vinto?», ma «Ce l’hai messa tutta? Ti sei impegnato?». Se la risposta è sì, «allora hai vinto, perché il tuo scopo è migliorare».

Un approccio che può accompagnare il bambino anche fuori dal campo: «Tutti i contesti sportivi sono una metafora della vita quotidiana. Non ti alleni solo a imparare uno sport, ti alleni a vivere».

Saper comprendere i segnali

E allora bisogna imparare ad ascoltare anche i segnali che raccontano quando qualcosa non va. «Il mal di pancia prima di una partita, il mal di testa, il bambino che improvvisamente non vuole più andare all’allenamento: una volta può succedere, ma se accade due, tre volte è un campanello d’allarme». I bambini, infatti, «non sanno sempre esprimere i loro disagi a parole e spesso utilizzano il corpo».

Anche un bambino che si isola smette di partecipare o appare disattento può avere qualcosa da comunicare. E a volte il problema è ancora più semplice: quello sport non fa per lui. «Tante volte il bambino viene portato per forza a fare calcio perché i genitori sono convinti che sia bravo. Oppure fa il portiere perché un genitore è stato portiere. La proiezione, come se il figlio fosse una seconda possibilità che ti capita nella vita per realizzare o riscattare qualcosa, è una dinamica inconsapevole ma pericolosa».

Alla fine, il messaggio di Gasperini ai genitori è forse il più semplice: «Godeteveli per quello che sono, perché poi crescono e non li gestisci più». I risultati si dimenticano, mentre restano i ricordi. «Dopo 10 o 20 anni avrete il ricordo di quel momento vissuto insieme, non il risultato della partita, che vi sarete dimenticati».

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