Nel 1923 la nazionale scese in campo tre giorni prima della nascita della Repubblica. Oggi Ankara investe in grandi impianti e prepara Euro 2032 con l’Italia, mentre Galatasaray, Fenerbahçe, Beşiktaş e Trabzonspor accumulano passività per 108,1 miliardi di lire. L’ambizione internazionale si scontra con la fragilità dei conti
La Repubblica turca arrivò tre giorni dopo la sua nazionale. Il 26 ottobre 1923, mentre ad Ankara si discuteva ancora quale forma dare al nuovo Stato, a Istanbul undici calciatori erano già scesi in campo per rappresentarlo. Lo fecero su un terreno che sembrava una metafora pronta all’uso: il Taksim Stadium, ricavato da una vecchia caserma d’artiglieria ottomana. Prima i soldati, poi il pallone.
La città era appena uscita dall’occupazione. Le ultime truppe alleate avevano lasciato Istanbul il 2 ottobre e quelle turche vi erano entrate il 6, appena venti giorni prima della partita. In quello stesso stadio, negli anni dell’occupazione, club locali e squadre dei contingenti britannici e francesi si erano affrontati trasformando spesso 90 minuti in piccole prove di orgoglio nazionale. Quando arrivò la Romania, quindi, il calcio aveva già imparato a parlare la lingua della politica.
Un posto nel mondo
I romeni segnarono per primi al 25’. Zeki Rıza Sporel pareggiò sette minuti dopo e al 50’ firmò il 2-1, diventando il primo marcatore della storia della Turchia; al 67’ arrivò il definitivo 2-2. In panchina c’era Ali Sami Yen, fondatore del Galatasaray e primo commissario tecnico della nazionale. Nel 1905 aveva riassunto l’obiettivo del suo club con una frase che suona quasi come il programma di un paese che cerca il proprio posto nel mondo: «Giocare insieme come gli inglesi, avere un nome e dei colori e battere le squadre non turche».
Il calcio, del resto, aveva già anticipato il calendario della politica. La federazione turca era nata il 23 aprile 1923 con il nome di Futbol Heyet-i Müttehidesi e il 21 maggio era entrata nella Fifa come 26esimo membro. Il Trattato di Losanna sarebbe stato firmato soltanto il 24 luglio. La Repubblica sarebbe stata proclamata il 29 ottobre. Prima ancora che il nuovo Stato completasse il proprio atto di nascita, il suo calcio possedeva già un indirizzo internazionale.
Un anno dopo la nazionale partì per le Olimpiadi di Parigi, affidandosi allo scozzese Billy Hunter per imparare un calcio più moderno e sistematico. Era un meccanismo destinato a ripetersi: guardare fuori per costruirsi dentro, importando competenze e usando poi lo sport come vetrina. Non una linea retta lunga un secolo, ma una costante che riaffiora ogni volta che la Turchia prova a misurare il proprio peso oltre i confini.
Squilibrio economico
Oggi quella vetrina è fatta soprattutto di cemento. Il governo rivendica dal 2002 la costruzione di 41 stadi secondo standard Uefa e Fifa. «Abbiamo portato la Turchia in una lega superiore negli investimenti sportivi», ha detto il presidente Erdoğan nell’aprile 2025, inaugurando l’ufficio Uefa di Istanbul. Il ministro dello Sport Osman Aşkın Bak gli ha fatto eco, etichettandola senza mezzi termini come «una rivoluzione degli impianti». Nel maggio scorso il suo ministero ha stanziato 180 milioni di lire per 648 club dilettantistici di Istanbul e ne ha promessi altri 180 per la stagione successiva. La politica calcistica, insomma, scende così dalle grandi arene ai campi di quartiere, finanziando insieme simboli e base.
Il prossimo simbolo è già sul calendario: Euro 2032, organizzato con l’Italia. Per la Turchia sarà la prima fase finale di un Europeo ospitata sul proprio territorio, dopo anni di candidature fallite. Ad Ankara sta sorgendo un nuovo stadio costruito da TOKİ; ad aprile federazione, Uefa e costruttori si sono incontrati a Nyon per verificarne requisiti e compatibilità con Euro 2032. Anche il rinnovamento dell’Atatürk Olimpiyat rientra nei lavori discussi in vista del torneo. Cinque impianti turchi saranno poi scelti per ospitare le partite, come cinque saranno quelli italiani.
Ed è qui che il vecchio paradosso ne incontra uno nuovo. La Turchia ha costruito stadi più velocemente di quanto i suoi grandi club abbiano costruito equilibrio economico. Galatasaray, Fenerbahçe, Beşiktaş e Trabzonspor avevano al 31 agosto passività complessive per 108,1 miliardi di lire. Lo Stato allarga la scena, ma le società più importanti continuano spesso a ipotecare il futuro per restare competitive nel presente. Da una parte arene nuove e ambizione internazionale, dall’altra debiti, ricavi anticipati e una fragilità che il cemento non può nascondere.
Forse è proprio questa contraddizione a spiegare perché il calcio continui ad avere in Turchia un valore che supera il risultato. Nel 1923 bastavano una caserma trasformata in stadio, undici uomini e una partita con la Romania per disegnare sulla mappa una nazione ancora incompleta. Nel 2032 serviranno impianti, miliardi e un Europeo condiviso con l’Italia per raccontarne un’altra immagine.
Oggi, giovedì 29 ottobre, la Repubblica turca compie 103 anni. La sua nazionale ha tre giorni in più. E il pallone continua a fare quello che fece a Taksim: entrare in campo qualche minuto prima del paese.
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