Settecentocinquanta bambini tra i cinque e i sei anni, una maglia probabilmente un po’ troppo larga, le scarpe preparate la sera prima e una partita da giocare. Non l’hanno giocata. Non perché piovesse, non perché mancassero gli arbitri, non perché il campo fosse impraticabile. Non hanno giocato perché gli adulti non erano più capaci di stare a guardare.

È successo in Scozia, dove la Central Scotland Football Association ha cancellato le partite del programma Fun 4s dopo una settimana diventata ingestibile: aggressioni, minacce, linguaggio discriminatorio, partite interrotte, perfino l’intervento della polizia. Nei campionati giovanili gestiti dall’associazione sono stati mostrati 72 cartellini rossi in pochi giorni. Il dato non riguarda soltanto i bambini di cinque e sei anni, ma dice abbastanza del clima che si respira attorno a quei campi. Il calcio che dovrebbe insegnare a perdere ha prodotto adulti incapaci di accettare persino una decisione arbitrale.

È una piccola storia, quasi periferica rispetto ai miliardi della Champions League o del mercato dei calciatori, ma contiene forse una delle questioni più serie del calcio contemporaneo: abbiamo cominciato troppo presto a trattare il gioco dei bambini come se fosse una versione ridotta di quello professionistico; il bambino vede un pallone, l’adulto, spesso, vede già un futuro.

La Scottish FA conosce perfettamente il problema. La sua campagna “Let Them Play”, lasciateli giocare, chiede agli adulti di creare un ambiente positivo e ricorda che nelle categorie più giovani divertimento, apprendimento e partecipazione devono venire prima del risultato. Anche la Uefa considera ormai il comportamento dei genitori una questione strutturale: tra le sfide del programma Champions Innovate 2026, infatti, ha inserito esplicitamente la necessità di contrastare pressione e ipercompetitività degli adulti, perché possono spingere i bambini ad abbandonare il calcio.

Non serve però andare in Scozia per capire di cosa stiamo parlando.

Oltre la Scozia

Nel giugno 2025, ad Arezzo, dopo la finale di un torneo Under 12, un genitore entrò nella zona degli spogliatoi e aggredì l’arbitro. Il direttore di gara aveva diciotto anni. Finì in ospedale con quaranta giorni di prognosi. Intorno c’erano bambini che avevano appena terminato una partita di calcio.

Tre mesi dopo, a Collegno, nel Torinese, durante un torneo Under 14, il padre di un giocatore scavalcò la recinzione ed entrò in campo durante una zuffa. Il bersaglio fu il portiere avversario, tredici anni: pugni anche quando era a terra, frattura del malleolo e ospedale.

A Bianco, in Calabria, pochi mesi prima era stato invece aggredito un arbitro di quindici anni. Un dirigente lo aveva rincorso mentre cercava rifugio nello spogliatoio; il padre del ragazzo, intervenuto per proteggerlo, era stato picchiato a sua volta. Non sono soltanto episodi di cronaca nera applicata allo sport, sono sintomi.

Il calcio giovanile dovrebbe essere uno dei luoghi nei quali un bambino scopre che esiste qualcuno più bravo di lui, che una decisione può sembrargli ingiusta senza che per questo il mondo finisca, che l’avversario non è un nemico e che perdere non significa essere un perdente. Poi il bambino alza lo sguardo verso la tribuna e vede suo padre insultare l’arbitro per una rimessa laterale. È difficile immaginare una contraddizione educativa più evidente.

Nel 2023 la FIGC dovette celebrare il gesto di un giovane portiere del Ponte San Nicolò che fermò una partita per chiedere ai genitori sugli spalti di smettere di litigare. Era un ragazzo a ricordare agli adulti come ci si comporta a una partita di ragazzi.

Qui sta forse il punto più profondo. Il genitore che urla quasi mai pensa di fare del male al figlio. Crede di proteggerlo, motivarlo, difenderlo. Ma esiste una linea invisibile tra accompagnare il desiderio di un bambino e sostituirlo con il proprio. Quando quella linea viene superata, il divertimento diventa rendimento, la partita diventa esame e l’avversario un ostacolo.

Le federazioni investono per aumentare i praticanti, le società cercano talenti sempre più giovani, le famiglie passano interi fine settimana tra campi e tornei. Ma forse una domanda dovrebbe venire prima di tutto questo: per chi si gioca una partita tra bambini di sei anni?

In Scozia hanno dato una risposta involontaria e terribile: per qualche giorno, per proteggere i bambini dagli adulti, è stato necessario togliere ai primi il pallone. E quando succede, non abbiamo più un problema di calcio giovanile, abbiamo un problema di adulti.

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