In Yemen c’è un proverbio che dice: «Ogni viaggiatore ritorna, tranne chi resta prigioniero della tomba». Per la nazionale di calcio, però, da 15 anni il ritorno è diventato quasi un’eccezione. Lo Yemen parte, gioca, riparte: in questi anni complicati ha preso dimora in Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Bahrain, cambiando stadi e paesi, ma portandosi sempre dietro la stessa idea di casa senza riuscire mai davvero a raggiungerla.

È dentro questa geografia provvisoria che Noureddine Ould Ali ha costruito la sua carriera. Algerino, 54 anni, ct dello Yemen dal 2024, prima aveva trascorso anni nello staff e poi sulla panchina della Palestina. Nel 2019 spiegò il proprio metodo con una formula che oggi sembra scritta per il nuovo incarico: «Ho dovuto imparare un nuovo modo di gestire: anticipare l’imprevisto». Con la Palestina poteva perdere un titolare perché non autorizzato a entrare o uscire dal territorio. Con lo Yemen cambia il paesaggio, ma non la sostanza. Per questo Ould Ali si è guadagnato l’etichetta informale di allenatore delle emergenze, costruendo il proprio metodo sulla capacità di adattarsi all’imprevisto.

Non avere il vantaggio del campo

Adesso l’emergenza ha come sfondo la Gulf Cup, che si sta giocando in questi giorni a Gedda. Lo Yemen è stato il primo degli otto partecipanti ad arrivare in Arabia Saudita, l’11 settembre, quasi due settimane prima dell’esordio contro gli Emirati Arabi Uniti. Mentre la squadra preparava il torneo sul Mar Rosso, nel paese tornavano a intensificarsi i combattimenti: tra l’1 e il 17 settembre l’Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, ha registrato oltre 114mila nuovi sfollati. La preoccupazione per le famiglie rimaste in Yemen entra inevitabilmente nello spogliatoio, accompagnando i giocatori anche durante la preparazione.

Ould Ali ha spiegato a Reuters che è impossibile isolare del tutto giocatori e famiglie da ciò che accade nel paese. È esattamente il suo lavoro: tenere separati per 90 minuti due piani che fuori dallo stadio continuano a sovrapporsi. «La politica ai politici e lo sport agli sportivi», ha dichiarato, precisando di essere «un allenatore di calcio, non uno specialista di strategie militari».

La nazionale è arrivata però a Gedda con qualcosa che per anni le è mancato: piccoli risultati da mettere uno sopra l’altro. Nel dicembre 2024 lo Yemen batté 2-1 il Bahrain conquistando la prima vittoria della propria storia in Gulf Cup, dopo 35 partite senza successi. A giugno: 2-0 al Libano a Doha, doppietta di Nasser Mohammedoh Al-Gahwashi e qualificazione alla Coppa d’Asia 2027, la seconda nella storia del paese dopo quella del 2019. Ha chiuso il girone davanti al Libano con 14 punti, diventando l’ultima delle 24 nazionali qualificate.

È una crescita costruita quasi interamente lontano da casa. Dal 2011, per ragioni di sicurezza, lo Yemen non disputa regolarmente incontri internazionali sul proprio territorio. Nelle qualificazioni asiatiche più recenti ha indicato il Kuwait come sede delle partite casalinghe; in precedenza Qatar, Bahrain e Arabia Saudita. Il vantaggio del campo, insomma, è diventato un concetto filosofico.

Non solo scouting

Ould Ali ha risposto anche allargando la ricerca alla diaspora. Nella lista per la Gulf Cup c’era D’Mani Mellor, 26 anni, nato a Manchester, cresciuto nell’academy del Manchester United e oggi al Forest Green Rovers. «Le sue origini sono yemenite, la sua cultura è anglosassone», ha raccontato il ct, spiegando che col tempo il giocatore è diventato sempre più desideroso di vestire la maglia dello Yemen.

La scelta non è nuova per Ould Ali. Quando guidava la Palestina raccontava di cercare calciatori senza preoccuparsi troppo della provenienza: Cisgiordania, Gaza, diaspora, Sudamerica o Europa, contava il merito. Oggi quel metodo torna utile con un altro paese disperso. Non è soltanto scouting: significa cucire una nazionale con pezzi disseminati su mappe diverse, come se la rosa fosse anche una piccola anagrafe dell’emigrazione yemenita.

La Gulf Cup resta però un torneo spietato per chi arriva dal fondo della gerarchia regionale. Qatar, Emirati e Bahrain hanno strutture, campionati e risorse superiori. Lo Yemen non ha mai superato la fase a gironi. Anche questa Gulf Cup non ha regalato allo Yemen la prima qualificazione alla fase a eliminazione diretta: dopo le sconfitte contro Emirati Arabi Uniti e Qatar, la squadra era già fuori prima dell'ultima partita, un convincente un 5-2 sul Bahrain campione in carica, secondo successo della storia dello Yemen nella competizione.

In Arabia Saudita, dove vive una numerosa comunità yemenita, per una volta la squadra ha potuto sentire qualcosa che assomiglia a un pubblico di casa. È forse questa la contraddizione più precisa del calcio yemenita: per ritrovare un po’ di casa deve attraversare un confine.

La nazionale non può fermare una guerra, ricucire il paese o riportare indietro chi è partito. Può fare qualcosa di più piccolo e concreto: dare per 90 minuti lo stesso colore a persone che vivono in luoghi diversi. Il proverbio dice che ogni viaggiatore ritorna. Lo Yemen del pallone, per ora, continua a viaggiare, ma almeno ha finalmente cominciato a sapere dove vuole andare.

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