L’eccesso di catture del piccolo crostaceo ha fatto scattare un meccanismo a tutela delle popolazioni selvatiche. «Due chiusure anticipate consecutive dovrebbero essere un campanello d'allarme», dice José María Figueres, ex Presidente del Costa Rica e Presidente di Antarctica2030
La pesca del krill in Antartide è stata fermata ad agosto, con mesi di anticipo, per l’eccesso di catture che hanno fatto scattare un meccanismo a tutela delle popolazioni selvatiche che si nutrono prevalentemente di questo piccolo gamberetto, come le balene o i pinguini, già alle prese con gli effetti del cambiamento climatico in una delle aree più fragili del Pianeta.
La chiusura anticipata della pesca è avvenuta il 12 agosto, come hanno riferito alcuni scienziati che lavorano per la Convenzione per la protezione delle risorse marine viventi in Antartide (Ccamlr), l’organismo internazionale che si occupa di regolare la pesca e altre attività umane in Antartide.
Lo stop è scattato al raggiungimento della quota massima di 620mila tonnellate di catture definita dalla Ccamlr, avvenuto per la seconda volta consecutiva nella storia dopo il 2025, per effetto della crescita delle flotte di pesca e della maggiore concentrazione in aree particolarmente abbondanti di krill, intorno alla Penisola Antartica e alle Isole Orcadi Meridionali, dove si trovano anche le principali aree di alimentazione delle specie selvatiche.
«Il sistema prevede dei meccanismi automatici che interrompono la pesca appena questo limite viene raggiunto», dice a Domani Alvaro Sotullo, membro del comitato scientifico della Ccamlr e ricercatore dell’Istituto antartico uruguaiano. Secondo lo scienziato, il blocco delle catture è un segnale che il sistema di gestione a tutela delle popolazioni selvatiche ha funzionato.
«Campanello di allarme»
Altri scienziati e le Ong che lavorano alla conservazione in Antartide, però, guardano con allarme alla crescita della pesca. «Due chiusure anticipate consecutive dovrebbero essere un campanello d'allarme per chiunque abbia a cuore il futuro dell'Antartide», dice José María Figueres, ex Presidente del Costa Rica e Presidente di Antarctica2030, una coalizione di Ong che promuove la creazione di una rete estesa di aree marine protette nell’Oceano Antartico.
«Non si tratta semplicemente di raggiungere un limite di cattura – dice Figueres – ma di capire se la comunità internazionale stia gestendo le attività umane in una delle ultime grandi aree selvagge della Terra con il livello di precauzione che la scienza richiede. L'Antartide è un bene comune globale. Non possiamo continuare con lo sfruttamento a breve termine mentre il sistema di governance fatica a tenere il passo con i rapidi cambiamenti ecologici».
Una pesca in espansione
Il krill è un piccolo crostaceo, lungo fino a 6 centimetri, che vive in banchi nelle profondità dell’oceano Antartico ed è alla base delle diete di specie di balene, pinguini, foche, pesci, uccelli marini.
Molte di queste specie mostrano da anni segnali preoccupanti di calo delle popolazioni, tanto che quest’anno il pinguino imperatore e la foca orsina antartica sono state incluse nella lista delle specie a rischio dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn).
La pesca per il krill è cresciuta costantemente negli ultimi due decenni, in particolare su spinta di Norvegia e Cina, che sostengono attivamente le proprie flotte. Il krill viene pescato da enormi navi a strascico, ridotto in farina e olio a bordo delle navi, e poi utilizzato per la produzione di mangimi di allevamenti di pesce, come salmone o gamberi, e in misura minore per la produzione di integratori di omega 3 a uso umano o per i mangimi degli animali domestici.
L’aumento della flotta e la concentrazione in alcune aree ha portato per la prima volta ad agosto 2025 alla chiusura anticipata della pesca per il superamento della quota, in particolare ad opera di Norvegia (52,2% delle catture) e Cina (37%), seguite da Corea del Sud (4,6%), Cile (3,2%) e Ucraina (3%).
Ciononostante l’industria continua a crescere: Norvegia e Cina hanno aggiunto una nuova nave alle rispettive flotte solo nel 2026, mentre a ottobre dello scorso anno, nel corso dell’ultima riunione annuale del Ccamlr, la delegazione norvegese ha presentato una proposta per superare il limite di catture di 620mila tonnellate e adottare un nuovo piano di gestione che potrebbe far raddoppiare le catture.
La proposta è stata ritirata dalla delegazione per mancanza di consenso da parte dei 27 membri (26 Paesi, tra cui l’Italia, più l’Unione Europea). In particolare Paesi come Argentina e Cile chiedono che venga istituita una rete di aree marine protette, di cui una proprio nella Penisola Antartica – una proposta su cui Cina e Russia pongono il veto da anni.
AkerBiomarine, l’azienda norvegese che pesca krill in Antartide, sta lavorando per raggiungere un accordo sulla “proposta norvegese” alla prossima riunione del Ccamlr, che si terrà di nuovo in Australia a ottobre, cercando uno “scambio” per fare approvare l’area marina protetta nella Penisola Antartica insieme a un nuovo sistema di gestione della pesca che permetta l’aumento delle catture.
«Noi siamo a favore di entrambe le cose, proteggere aree grandi e importanti e costruire un sistema basato sulla scienza», ha scritto su Linkedin nei giorni scorsi il Ceo dell’azienda norvegese Matts Johansen, commentando la chiusura anticipata della pesca.
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