Il cambiamento climatico innescato dalle emissioni umane sta progressivamente indebolendo la Circolazione Meridionale Atlantica (AMOC), il grande sistema di correnti marine che comprende la Corrente del Golfo e che svolge un ruolo cruciale nel regolare il clima europeo. Secondo un nuovo studio, se questo sistema dovesse collassare del tutto, potrebbe innescare il rilascio di enormi quantità di carbonio sepolte nelle profondità dell’Oceano Antartico, alimentando un pericoloso ciclo di riscaldamento.

Gli effetti di un arresto dell’AMOC erano già noti alla comunità scientifica: inverni più rigidi sull’Europa, stravolgimenti dei regimi monsonici in Africa e Asia e un generale incremento delle temperature mondiali. Ma nuove simulazioni computerizzate aggiungono un tassello preoccupante al quadro: il blocco della circolazione provocherebbe il rilascio di circa 640 miliardi di tonnellate di CO₂ nelle acque prossime all’Antartide, con un conseguente riscaldamento aggiuntivo del pianeta pari a 0,2 °C.

«Un collasso dell’AMOC potrebbe innescare una forte rimescolazione nell’Oceano Antartico, liberando il carbonio accumulato nelle acque abissali», spiega Da Nian del Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania, autore principale dello studio. Il coautore Johan Rockström, dello stesso istituto, sottolinea come un evento già di per sé catastrofico possa nascondere conseguenze ben più gravi del previsto: «Dobbiamo procedere con estrema cautela, perché quando qualcosa si incrina, può innescare una reazione a catena difficile da arrestare». Il motore dell’AMOC è la differenza di densità tra le masse d’acqua: le correnti trasportano acqua calda e salata dal Golfo del Messico verso l’Atlantico settentrionale, dove si raffredda, aumenta di densità e cade verso il fondo, risalendo poi verso sud lungo i fondali. Il problema è che la fusione della calotta groenlandese sta immettendo grandi quantità di acqua dolce nell’oceano, riducendo la salinità e frenando questo meccanismo di affondamento. Dati recenti raccolti da reti di boe oceanografiche confermano un indebolimento della corrente di ritorno, con una riduzione già stimata intorno al 15 per cento.

Le proiezioni più recenti indicano che il collasso definitivo potrebbe avvenire in un arco di tempo che va da qualche decennio a qualche secolo. Lo studio ha analizzato il comportamento dell’AMOC in diversi scenari di emissioni future, scoprendo che, con concentrazioni atmosferiche di CO₂ pari o superiori a 350 parti per milione, la circolazione non riesce a riprendersi una volta interrotta. Dato che oggi siamo già a 430 ppm, questo suggerirebbe che un eventuale collasso sarebbe di fatto irreversibile.

Terra sempre meno abitabile

Un altro esito critico riguarda l’Oceano Antartico: la chiusura dell’AMOC, parte del cosiddetto “nastro trasportatore globale” che collega i principali bacini oceanici, provocherebbe una risalita delle acque abissali verso la superficie vicino all’Antartide. Quelle acque profonde, normalmente confinate sotto uno strato di acqua più dolce, contengono grandi quantità di carbonio accumulato nel tempo, sia dall’atmosfera che dai resti di organismi marini morti. Secondo il modello, gran parte di questo carbonio verrebbe rilasciato. Il meccanismo sarebbe innescato dalla minore salinità delle acque provenienti dall’Atlantico settentrionale, che destabilizzerebbero la stratificazione naturale degli strati oceanici attorno all’Antartide, permettendo alle acque profonde di emergere.

Sul fronte delle temperature, lo studio prevede un raffreddamento dell’Artico di circa 7 °C – con pesanti ripercussioni su Canada, Scandinavia e Russia – a fronte di un riscaldamento dell’Antartide di 6 °C. Quest’ultimo potrebbe accelerare la destabilizzazione non solo della calotta glaciale dell’Antartide occidentale, già a rischio, ma anche di quella orientale, molto più vasta, con potenziali innalzamenti del livello dei mari nell’ordine di decine di metri. Il rilascio di CO₂ si dispiegherebbe su un arco di mille anni o più, ma Rockström avverte che le emissioni attuali potrebbero portare al collasso dell’AMOC già nell’arco di pochi decenni. «Ciò che conta non è quando arriveranno le conseguenze, ma quando verrà presa la decisione che le renderà inevitabili. Con quale diritto possiamo lasciare alle generazioni future un mondo sempre meno abitabile?».

I misteri di WOH G64

Ci sono stelle che bruciano per miliardi di anni sempre allo stesso modo, senza che nessuno se ne accorga. E poi c’è WOH G64: un mostro cosmico che ha deciso di trasformarsi nel giro di pochi mesi, in diretta, sotto gli occhi degli astronomi di tutto il mondo. Da poche settimane, con la pubblicazione dello studio su Nature Astronomy guidato da Gonzalo Muñoz-Sanchez dell’Osservatorio Nazionale di Atene, questa stella è diventata uno dei casi più discussi e controversi dell’astrofisica moderna.

WOH G64 è stata individuata per la prima volta negli anni Settanta nella Grande Nube di Magellano, una galassia nana che orbita attorno alla Via Lattea a circa 160mila anni luce da noi. Non si trattava di una stella qualunque: con un raggio stimato in oltre 1.500 volte quello del Sole è una delle più grandi mai catalogate. Se fosse collocata al centro del nostro sistema solare, il suo bordo esterno si estenderebbe oltre l’orbita di Giove. Come tutte le stelle massicce, la sua vita è stata breve e intensa. Le stelle più grandi di otto masse solari hanno cicli di vita compresi tra uno e dieci milioni di anni, un battito di ciglia rispetto ai miliardi di anni del nostro Sole. WOH G64 ha meno di cinque milioni di anni e si trova già in una fase avanzatissima della sua esistenza.

Il team di Muñoz-Sanchez ha documentato qualcosa di senza precedenti: la stella sembrava essersi spostata da una classica supergigante rossa verso uno stato più caldo e giallastro. Avrebbe cioè compiuto la transizione verso una rarissima categoria stellare: l’ipergigante gialla. Le ipergiganti gialle sono oggetti instabili e di brevissima durata nella storia di una stella. Una volta diventata ipergigante, la stella è destinata a una rapida fine: supernova, collasso in buco nero o, in certi scenari, fusione con una stella compagna. Non sorprende, quindi, che la notizia abbia acceso l’entusiasmo della comunità scientifica. Nel 2025 la stella si è ulteriormente affievolita, un comportamento compatibile con quello che alcuni definiscono una fase evolutiva critica e terminale.

Ma c’è un dettaglio che cambia tutto. Analizzando lo spettro della luce emessa da WOH G64, Muñoz-Sanchez e colleghi hanno confermato l’esistenza di una stella compagna, finora ignota. WOH G64 sarebbe in realtà un raro sistema binario simbiotico massiccio, dove la componente supergigante rossa ha subito la transizione verso un’ipergigante gialla. L’interazione gravitazionale tra le due stelle potrebbe aver innescato l’espulsione degli strati esterni della primaria rendendo visibile per la prima volta il nucleo più caldo sottostante. Un’ipotesi alternativa è che la stella principale abbia attraversato un episodio eruttivo eccezionale, durato oltre trent’anni, dal quale sta ora emergendo in uno stato più quieto ma anche più caldo.

Il dibattito

Non tutti, però, sono convinti. Ed è qui che la storia si fa ancora più interessante. Tra novembre 2024 e dicembre 2025, Jacco van Loon della Keele University e Keiichi Ohnaka dell’Università Andrés Bello in Cile hanno condotto osservazioni indipendenti con il Southern African Large Telescope (SALT), pubblicando le loro conclusioni nel gennaio 2026 sul Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. Il risultato ha sorpreso tutti: gli spettri raccolti mostrano chiari assorbimenti molecolari di ossido di titanio nell’atmosfera di WOH G64 — una firma tipica delle fredde supergiganti rosse, incompatibile con una calda ipergigante gialla. In parole semplici: la stella potrebbe non aver mai smesso di essere quello che era. «WOH G64 è stata descritta come diventata un’ipergigante gialla, il che potrebbe segnalare un’evoluzione pre-supernova», ha dichiarato van Loon, «ma i nostri nuovi spettri mostrano la presenza della compagna calda e bande molecolari di ossido di titanio.

Questo implica che WOH G64 potrebbe essere ancora una supergigante rossa e potrebbe non aver mai cessato di esserlo». Secondo questa lettura, il bozzolo di polvere formatosi di recente non sarebbe il preludio di un collasso, ma il risultato del turbolento trasferimento di materiale stellare tra le due componenti del sistema binario.

La vicenda di WOH G64 si inserisce in un dibattito più ampio che affligge da anni l’astrofisica. Gli astronomi si sono a lungo interrogati su un cosiddetto “problema delle supergiganti rosse”: le osservazioni dei progenitori di supernova non mostrano quasi mai le supergiganti rosse più luminose tra le stelle candidate. Una delle spiegazioni proposte è che queste stelle, prima di esplodere, si evolvano verso stati più caldi — diventando appunto ipergiganti gialle — sfuggendo così all’identificazione. Se fosse questo il caso di WOH G64, la sua trasformazione fornirebbe la prima prova osservativa diretta di questo percorso evolutivo.

A portata di vita (forse)

Che cosa accadrà davvero a WOH G64? Le interazioni future tra le due stelle determineranno se questa esploderà come supernova, collasserà in un buco nero o si fonderà con la sua compagna. Nessuno oggi è in grado di dirlo con certezza. Quel che è sicuro è che, a 160mila anni luce di distanza, lo spettacolo sarebbe visibile a occhio nudo dal nostro pianeta. Nel cosmo, la pazienza non è sempre premiata. Ma questa volta, con WOH G64, gli scienziati hanno buone ragioni per sperare che l’universo decida di fare in fretta.

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