Scioperi per il clima, blocchi della tangenziale, drastiche riconversioni industriali: spesso si pensa a questo quando si parla di lotta al cambiamento climatico. Eppure, uno degli strumenti fondamentali per la transizione energetica è la capacità di immagazzinare l’energia prodotta. Ovvero la possibilità di fare affidamento su sistemi di accumulo come le batterie.

Gli accumuli sono fondamentali per garantire che l’elettricità prodotta a basso costo dagli impianti rinnovabili in certe ore della giornata possa essere usata e distribuita in qualsiasi momento. Tanto che alla Conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico (Cop) del 2024, i governi firmarono un patto per raggiungere obiettivi concreti. L’aspirazione è riuscire a installare 1.500 gigawatt (GW) al mondo entro il 2030.

Purtroppo, come per molti altri obiettivi, la politica è in ritardo. Il centro studi internazionale Ember ha analizzato le strategie ufficiali di 99 paesi, trovando che al momento i piani arrivano a coprire solo il 55 per cento di quanto ci si è prefissato. Spinta dalla necessità di abbassare il costo della bolletta energetica, il mercato si sta però muovendo più rapidamente. Le batterie sono infatti cresciute annualmente quasi dell’80 per cento dal 2020.

Nel 2025, la nuova capacità di stoccaggio installata è stata di 119 gigawatt. Con un ritmo simile, saremo in grado di realizzare gli obiettivi che i governi si sono dati. E, per una volta, l’Italia è fra i paesi più avanzati.

Italia fra i primi della classe

Al momento, il Piano nazionale clima ed energia (Pniec) prevede di raggiungere nel 2030 accumuli installati per un totale di 22,5 gigawatt. Di questi, 15 dovranno essere forniti dalle batterie, e altri 2,5 dall’idroelettrico.

«L'Italia è oggi uno dei leader in Unione europea per batterie utility-scale (di grande taglia, ndr) collegate alla rete elettrica», spiega Beatrice Petrovich, analista energetica di Ember, secondo cui la capacità si è quintuplicata negli ultimi due anni. A permettere un deciso cambio di paradigma, secondo Silvia Bodoardo, professoressa del Politecnico di Torino e del centro studi Energy Square, è stata l’implementazione delle aste del Mercato a termine degli stoccaggi (Macse). Istituite dal governo Draghi in ricezione di una direttiva europea nel 2021, sono aste pubbliche organizzate da Terna, il gestore della rete nazionale ad alta tensione. Gli operatori che vincono si impegnano a realizzare impianti di accumulo e a metterli a disposizione del mercato. In cambio, ricevono da Terna un premio fisso annuale per la capacità offerta.

La prima asta si è svolta a settembre 2025, ed ha assegnato 10 gigawatt a poco meno di 13mila euro per megawattora all’anno. Un prezzo decisamente inferiore rispetto a quello che era stato inizialmente immaginato. Una nuova asta è prevista il prossimo 24 novembre.

Se continueranno ad andare buon fine, la capacità di accumulo del paese potrà crescere enormemente. «I piani e le aste Macse programmate suggeriscono un’altra crescita simile a quella degli ultimi anni, da 7 gigawattora nel 2025 ad almeno 40 gigawatt ora entro il 2030», dice Petrovich.

Il ruolo delle aste pubbliche

Il valore di un simile meccanismo è d’altronde riconosciuto dagli attori industriali. «Queste grandi aste pubbliche rappresentano un volano enorme all'attività, perché danno un indirizzo molto importante al mercato», spiega a Domani Letizia Magaldi, managing director di Magaldi Green Energy, startup dedicata alla produzione di batterie termiche. In questo momento, la sua società si appresta a partecipare alla seconda asta europea per decarbonizzare il calore dei processi industriali. Con l’obiettivo di fornire alternative al gas usato dalle industrie per produrre calore. «In cinque ore carichiamo la batteria termica e poi creiamo vapore per 24 ore», spiega Magaldi.

I dati di Terna mostrano però anche che solo una piccola parte delle richieste si sta già trasformando in progetti concreti. A fine agosto, il gestore aveva ricevuto domande di accumuli per quasi 290 gigawatt, di cui solo 10 gigawatt sono però alla fase del progetto esecutivo per connettersi alla rete.

Per questo, l’Associazione nazionale per il clima Globe ha raccolto 25 imprese in un Tavolo nazionale accumuli per dialogare con le istituzioni, in modo da riformare e snellire le pratiche per l’adozione di nuova capacità di accumulo. «La sfida è trasformare questo potenziale in investimenti concreti, attraverso certezza regolatoria, tempi autorizzativi prevedibili e condizioni favorevoli alla finanziabilità dei progetti»,  dice Matteo Favero, presidente di Globe Italia.

Bodoardo è poi convinta che dovremmo sfruttare questo volano anche come impulso per la produzione industriale in Italia. «Ci piacerebbe che all’interno ci fosse anche una richiesta di andare verso una produzione europea», spiega la professoressa: «Siamo uno dei pochi paesi che produce celle per batterie e dovremmo cercare di favorire anche il mercato interno».

La cattiva notizia è purtroppo,, però che a spingere sull’installazione di nuova capacità di accumulo sono soprattutto l’Unione Europea e la Cina. Insieme, i due blocchi rappresentano più dell’80% degli obiettivi globali. Questo significa che l’elettricità prodotta da alcuni dei maggiori impianti fotovoltaici rischia di venire sprecata. Fra i 20 paesi con maggiore capacità, la Germania, gli Stati Uniti e l’Arabia saudita non hanno ancora fissato alcun obiettivo pubblico, anche perché fino ad oggi il mercato ha fatto da solo. Ma Ember sottolinea come la mancanza di politiche chiare comporti il rischio di problemi operativi, barriere regolatorie e una mancato coordinamento fra produzione e accumulo di elettricità. E, se davvero i paesi vogliono sostenere la proposta della Turchia alla prossima COP di coprire con l’elettricità il 35 per cento dei consumi entro il 2035, sono incertezze che secondo il centro studi non possiamo avere.

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