Dopo una maratona di oltre undici ore di discussione e votazioni, i quasi duecento paesi riuniti alla Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità (Cop) nella città armena di Yerevan hanno approvato un testo che dovrebbe permettere di arginare la distruzione della natura. Ma non sono stati in grado di trovare una soluzione definitiva sulle risorse finanziarie necessarie per ottenere un simile risultato.

Quando il martelletto colpisce il tavolo e chiude la diciassettesima Cop sulla biodiversità, i negoziatori sono riuniti in plenaria da quasi dodici ore. Convocati per la prima volta alle 22.45 ore locali, hanno passato la notte fra sospensioni, consultazioni a margine e votazioni. Sono le 8 del mattino e l’ultimo testo viene finalmente approvato. «Abbiamo ottenuto molto più di quello che mi sarei aspettato», dirà più tardi il presidente dalla Conferenza Hambardzum Matevosyan.

I governi si sono riuniti per fare il punto sull’attuazione dell’accordo per la Biodiversità di Kunmig-Montreal. Quattro anni fa avevano accettato di proteggere il 30 per cento della terra e delle acque globali entro il 2030. Ma alla vigilia dell’appuntamento di quest’anno era arrivata la doccia fredda: meno della metà degli impegni sono in linea con quanto promesso. A Yerevan i governi dovevano dunque correggere la rotta.

«Abbiamo riconosciuto che non stiamo procedendo abbastanza velocemente, e creato un percorso, lo Yerevan path, per accelerare e dare più poteri anche ad altri attori», ha dichiarato Astrid Schomaker, segretaria esecutiva della Convenzione sulla diversità biologica (CBD).

Accettando il percorso di Yerevan, i paesi si impegnano quindi ad adottare strategie nazionali più forti, potenziare la capacità di monitoraggio e facilitare il trasferimento di tecnologie fra un paese e l’altro. L’accordo sottolinea poi come bisogni includere anche le comunità locali e i popoli indigeni nei processi di protezione della natura. Soprattutto, chiede che le strategie non siano lasciate esclusivamente in capo ai ministeri dell’ambiente, ma che siano i governi nel loro complesso a farsene carico.

Non sono comunque mancate critiche al funzionamento all’unanimità delle Cop. Un meccanismo che Juan Carlos Navarro, ministro dell’ambiente di Panama, ha definito in un’intervista con l’agenzia Afp «destinato a fallire», sostenendo che le decisioni debbano essere prese invece per maggioranza, in modo da evitare che «un idiota» possa bloccare da solo il processo.

Chi paga il conto?

Rimane però in sospeso il tema dei finanziamenti. In Armenia, i ministri dovevano arrivare a un accordo per spostare 500 miliardi di dollari all’anno di sussidi globali considerati nocivi per l’ambiente. Allo stesso tempo, dovevano riuscire a dedicare entro il 2030 almeno 200 miliardi all’anno alla finanza per la natura.

Lo scontro è ruotato tutto attorno all’articolo su chi deve mettere i soldi. L’Unione europea ha spinto per emendare la lista dei paesi finanziatori e aggiungere le grandi economie emergenti come la Cina e il Qatar. Secondo il sito specializzato Climate Watch, l’India, il Brasile e la Cina si sono però opposti, sostenendo che i paesi più ricchi devono per primi rispettare gli impegni esistenti.

Alla fine, il compromesso è stato un invito ad assumere lo status di donatore e aiutare il fondo per la protezione della biodiversità. Ma nessun obbligo, secondo quanto riporta il sito Climate Home.

Diversi annunci sono stati comunque fatti nei giorni della conferenza. Il 26 ottobre, ad esempio, i Paesi Bassi hanno annunciato di destinare 500 milioni di dollari al Meccanismo per le foreste tropicali (Tfff). Secondo Matevosyan, la Cop 17 è stata così in grado di raccogliere circa 1,8 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti per la conservazione della natura. A poco però serviranno se la maggior parte dei fondi continuerà ad andare in attività dannose per l’ecosistema.

L’elefante nella stanza

Al momento, solo un quarto dei paesi ha preso in considerazione questi flussi. Alla plenaria conclusiva, la coalizione di organizzazioni della società civile Alleanza CBD ha lamentato come «il capitale pubblico e privato continui a fluire nell’estrattivismo distruttivo senza alcuna regolazione».

An Lambrechts, esperta di politiche sulla biodiversità di Greenpeace, alla Cop17 ha comunque sottolineato all’agenzia Afp come si siano visti «segni incoraggianti» che lasciano sperare che i paesi prenderanno seriamente in considerazione un modo per «riformare e bloccare questi sussidi nocivi».

Schomaker, d’altronde, ha ammesso che la finanza è il «tema più difficile», sottolineando come nessuno si sarebbe mai aspettato di arrivare «a un impegno fortemente negoziato». «È stato preso in considerazione, e abbiamo creato delle coalizioni per affrontarlo», ha detto la segretaria esecutiva. La presidenza ha infatti lanciato ben tre diverse iniziative sul tema: la Chiamata di Yerevan per incentivi positivi per la biodiversità, gli Amici dell’obiettivo 18 e la Sfida per la finanza per la biodiversità. Per quanto lodevoli, queste iniziative rimangono però piattaforme volontarie, e non obblighi.

Su alcuni temi, infine, non c’è stata però il tempo di trovare il consenso necessario, e quindi sono state rimandate alla Cop18. È il caso del meccanismo sui vantaggi del Protocollo Nagoya, che dovrebbe assicurare la condivisione dei benefici derivati dallo sfruttamento delle risorse genetiche della biodiversità. Di questi se ne riparlerà fra due anni a Quito, in Ecuador.

Ora la palla passa nelle mani dei governi, che dovranno tradurre in legislazioni nazionali quanto deciso nell’accordo. Alla domanda su quali meccanismi di controllo siano previsti, la risposta di Schomaker è stata tanto dura quanto diretta: «Sarà la natura stessa a farci rispondere delle nostre responsabilità».

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