Il cambiamento climatico uccide: dalla firma dell’accordo di Parigi, le morti legate al caldo eccessivo sono cresciute del 36 per cento. Nel solo 2023, il calore estremo è stato associato a ben 710 mila decessi documentati. E il 70 per cento di questi sono attribuibili al riscaldamento globale causato principalmente dai combustibili fossili.

«Se lo rapportiamo direttamente alle morti, il cambiamento climatico è stato responsabile di quasi 1.300 morti ogni giorno nel 2023», spiega Marina Romanello, professoressa presso l’università di Londra Ucl e direttrice esecutiva del Lancet Countdown, il più autorevole studio sull’impatto del riscaldamento globale sulla salute umana. Quest’anno il rapporto è arrivato alla sua decima edizione, e traccia un bilancio di quanto è accaduto nella decade trascorsa dalla firma degli Accordi di Parigi, quando i governi si sono impegnati a mantenere l’aumento delle temperature al di sotto dei 2 °C.

«710 mila morti in un anno sono più della mortalità annuale di malattie come la malaria o l’Hiv», sottolinea Romanello. Dal 2016 al 2023 si stima che il caldo eccessivo sia collegato a 3 milioni di decessi. «Ma la mortalità da calore è solo la punta dell’iceberg», continua la professoressa. Dietro ogni morte c’è infatti «un grosso carico di malattie e un importante aumento della pressione sui nostri sistemi sanitari nazionali».

In Italia morti record e ore di lavoro e sonno perse

In Italia i numeri documentati dal rapporto sono drammatici: i bambini sotto un anno di età e gli adulti con più di 65 anni hanno sofferto in media 18 giorni di ondate di calore eccezionali all’anno. Un aumento del 288 per cento e del 271 per cento, se comparato con gli anni che vanno dal 1986 al 2005. Quasi l’83 per cento di queste giornate non si sarebbe verificata senza il riscaldamento globale innescato dall’uomo. I dati del Lancet Countdown si fermano al 2023, ma due altri studi dell’Imperial College e della Scuola di igiene e medicina tropicale di Londra di prossima pubblicazione sulla rivista scientifica Nature Health stimano che nell’estate appena trascorsa abbiano perso la vita 13.303 persone nel nostro paese a causa delle elevate temperature.

Il Lancet Countdown è prodotto grazie al contributo di 146 autori provenienti da più di 100 organizzazioni diverse coordinate dall’università di Londra Ucl in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Pubblicato alla vigilia della 31enesima Conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, traccia l’impatto della crisi climatica su 54 diversi indicatori, provando a tirare le somme anche degli impatti indiretti sulla salute. «Le minacce alla salute delle persone e alla loro sopravvivenza hanno raggiunto livelli mai visti fino a oggi, con molti impatti che sono addirittura accelerati nell’ultima decade rispetto», spiega Romanello.

Secondo gli autori, gli italiani sono stati esposti a 475 ore all’anno di stress da calore con rischi moderati o severi. Questo ha portato alla perdita annuale di 211,4 milioni di ore di lavoro, per la maggior parte nel settore edile e in quello agricolo. A sua volta, il reddito andato disperso è stato di 4,6 miliardi di dollari nel 2025. Nemmeno il riposo ne è uscito indenne: in media sono andate perse più di 33 ore di sonno all’anno a causa delle temperature notturne. A uccidere più del caldo rimane però l’inquinamento atmosferico. E l’Oms continua a richiamare l’Italia, in quanto la concentrazione di particolato Pm 2.5 nella sua aria rimane almeno tre volte oltre i limiti raccomandati.

Il Lancet Countdown, però, riconosce anche la strada fatta dal nostro paese in questi anni. I servizi meteorologici e idrologici si sono, infatti, preparati per fornire al sistema sanitario le necessarie informazioni tempestivamente, in modo da essere pronti in caso di eventi estremi. Ad essere bacchettate sono le politiche, in particolare il piano d'azione nazionale per il clima. «Il contributo italiano più recente include la salute per la prima volta, ma il suo impegno politico di alto livello sul clima e la salute è stato incostante», scrivono gli autori. Mentre i sussidi per i combustibili fossili rimangono troppo alti.

«Dobbiamo dichiarare l’emergenza sanitaria globale»

Lo studio prova a gettare però anche uno sguardo al futuro, riconoscendo gli straordinari progressi fatti. Oggi più della metà dei paesi si è dotato di un sistema di allerta in caso di rischi sanitari legati al clima. E grazie all’adozione di fonti di energia pulita e alla diminuzione dell’inquinamento atmosferico, dal 2016 si sono salvate circa 323.000 vite all’anno. Sono soprattutto i paesi a reddito più alto a godere di questi risultati. Quelli in via di sviluppo hanno registrato un peggioramento della propria aria, con le particelle derivate dai combustibili fossili che hanno portato a 2,78 milioni di morti solo nel 2023. Soprattutto in India e nel Sudest asiatico.

«L’azione climatica sta portando a vantaggi sanitari, ma non abbastanza velocemente», sottolinea Romanello. Per questo, chiedono che il cambiamento climatico venga ufficialmente dichiarato come un’emergenza sanitaria globale. Soprattutto con l’arrivo di un El Niño particolarmente forte il rischio è che si possa scatenare una crisi umanitaria globale senza precedenti.

Una simile dichiarazione darebbe infatti all’Oms la possibilità di coordinare una risposta globale in modo più rapido e coeso, come venne fatto per il Covid-19. E dare una marcia in più agli sforzi delle azioni per contrastare la crisi climatica: «Quello che sta accadendo non ha precedenti e questa crisi di lungo termine richiede un nuovo sistema per essere adeguatamente affrontata» conclude Romanello.

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