Nel 2025 l’Italia ha emesso circa 373 milioni di tonnellate di emissioni, ma per centrare l’obiettivo al 2030 dovrebbe scendere a circa 278, tagliando un quarto di quelle attuali. Il think tank stima una spesa tra 3,8 e 5,7 miliardi di euro, in base ai prezzi del carbonio attesi. E contribuisce l’assenza di un sistema efficace per coordinare e attuare le politiche climatiche
L’Italia non sta facendo abbastanza per contribuire all’obiettivo europeo della neutralità climatica entro il 2050. Lo dice il Progress report 2026 del think tank italiano Ecco, un’analisi che valuta a che punto è l’attuazione del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, il Pniec. Strumento, previsto da un regolamento europeo, con cui l’Italia definisce e aggiorna periodicamente il proprio contributo agli obiettivi climatici dell’Ue, in linea con gli impegni dell’accordo di Parigi.
Secondo Ecco, l’avanzamento complessivo dell’Italia rispetto agli obiettivi del 2030 è sceso al 15 per cento, cinque punti percentuali in meno rispetto all’anno scorso. La percentuale è un indice elaborato dal think tank per valutare lo stato della transizione: più il 2030 si avvicina, più ogni anno senza progressi rende difficile recuperare il ritardo, e il punteggio ne risente. Le rinnovabili ottengono il voto più alto, mentre i ritardi maggiori riguardano trasporti, efficienza energetica degli edifici e uscita dal gas.
Nel 2025 le emissioni italiane di gas serra sono tornate a crescere: secondo le stime preliminari, nove milioni di tonnellate di CO₂ equivalente in più rispetto al 2024, che è circa quanto emette Cipro in un anno. Complessivamente, l’Italia ha emesso circa 373 milioni di tonnellate. Per centrare l’obiettivo al 2030 dovrebbe scendere a circa 278 milioni, tagliando un quarto delle emissioni attuali.
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Il ritardo nella transizione ha conseguenze anche sui conti pubblici. Un regolamento europeo (l’Effort sharing) fissa obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni per alcuni settori: trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti e piccola industria. Le emissioni che superano i limiti previsti devono essere compensate, per esempio utilizzando quote risparmiate negli anni precedenti o acquistando quelle inutilizzate da altri Stati membri.
Secondo i dati dell’Ispra, tra il 2021 e il 2030 l’eccesso complessivo potrebbe arrivare a 39 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, 30 dei quali già maturati al 2025. Se fosse tutto compensato comprando quote, senza contare gli altri meccanismi di flessibilità previsti dalle regole europee, Ecco stima una spesa tra 3,8 e 5,7 miliardi di euro, in base ai prezzi del carbonio attesi al 2030.
I trasporti sono il primo settore per emissioni: nel 2024 hanno prodotto quasi un terzo del totale nazionale. Il Pniec prevede 4,3 milioni di auto elettriche entro il 2030, ma ad agosto 2026 ne circolavano appena 445mila, un decimo dell’obiettivo. Tra novembre 2025 e giugno 2026 gli incentivi hanno portato le elettriche al 9 per cento delle nuove immatricolazioni; terminati gli incentivi, la quota è tornata al 6 per cento, contro una media europea del 22 per cento. Per Ecco il problema è la mancanza di sostegni stabili: il governo divide le risorse tra più tecnologie, Gpl e metano compresi, e questo ne riduce l’efficacia e frena la diffusione delle auto elettriche.
Anche gli edifici, che assorbono oltre il 40 per cento dei consumi finali di energia, sono lontani dagli obiettivi. Per il 2025 l’Ispra stima, in via preliminare, un aumento delle emissioni del 7,7 per cento. Le rinnovabili coprono appena il 20,5 per cento dei consumi energetici del settore, quota ferma da cinque anni e lontana dal 42,5 per cento previsto al 2030. L’Italia non ha ancora recepito la direttiva europea “Case green” e i fondi per la riqualificazione si rivelano insufficienti o inutilizzati: quello noto come “Conto termico 3.0” ha esaurito le risorse annuali in un mese, mentre del Fondo nazionale per l’efficienza energetica sono stati mobilitati solo 18 milioni su circa 285.
Gas e rinnovabili
Le rinnovabili sono l’unico comparto che avanza, seppure a un ritmo inferiore rispetto all’anno precedente. Nel 2025 sono stati installati sette gigawatt di nuova capacità, contro i 7,7 del 2024, mentre per arrivare ai 131 gigawatt previsti al 2030 bisognerebbe aggiungerne circa dieci all’anno. A frenare le installazioni sono le autorizzazioni lente e le difficoltà di accesso alla rete: nel 2025 circa 802 gigawattora di energia rinnovabile non sono stati immessi in rete per i distacchi degli impianti, più del doppio del 2024.
Un altro punto critico è il gas, da cui l’Italia continua a dipendere per produrre elettricità e per il riscaldamento. Nel 2025 i consumi sono tornati a crescere del 2,1 per cento, arrivando a 63,1 miliardi di metri cubi. A trainare l’aumento sono state le centrali termoelettriche, dove il consumo è salito del 7,2 per cento, anche per compensare il calo della produzione idroelettrica. La domanda resta sotto i livelli del 2019, ma secondo Ecco manca un piano di uscita dal gas.
A spiegare i ritardi c’è anche l’assenza di un sistema efficace per coordinare e attuare le politiche climatiche. L’Italia non ha una legge nazionale sul clima e il Pniec fissa gli obiettivi senza garantire che diventino interventi concreti, con responsabilità e tempi definiti.
Manca anche una strategia coerente per finanziare la transizione. Due esempi: secondo le stime governative di maggio 2026, della missione del Pnrr dedicata alla transizione ecologica è stato speso solo il 45 per cento dei 56,8 miliardi disponibili. Dei 18,2 miliardi incassati dalle aste europee delle emissioni tra il 2012 e il 2024, solo il 9 per cento è finito in misure per il clima. Inoltre, i sussidi ambientalmente dannosi valgono ancora 22,3 miliardi di euro.
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