Dal carovita alla scuola, fino alle lotte nei territori: Fridays for Future cerca nuove alleanze per uscire dalla bolla ambientalista. Del resto, la dipendenza dai combustibili fossili non solo alimenta il riscaldamento globale, ma rende famiglie e imprese vulnerabili agli shock energetici
Scuola, clima e costo della vita sono tornati al centro delle mobilitazioni italiane, in un contesto di proteste che attraversa vari altri paesi europei.
È stato un fine settimana di mobilitazioni nelle piazze: venerdì 16 ottobre ci sono state quelle contro le politiche del governo sull’istruzione, gli scarsi investimenti nella scuola pubblica e il tetto agli alunni stranieri nelle classi, ma anche contro le difficoltà economiche e i soldi per la spesa militare. Nella stessa giornata, anche i cortei e i presìdi organizzati da Fridays for Future contro l’inazione dei governi sul clima. E poi sabato contro il carovita e gli stipendi troppo bassi.
Ma non è finita, perché mentre ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre si terrà Cop31, l’annuale conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico, in mezzo – esattamente il 14 novembre – una settantina di associazioni, tra cui gli stessi Fridays for Future, organizzano il Climate Pride a Roma, che porta in piazza la richiesta di giustizia climatica e sociale. Manifestazioni con richieste diverse, ma tutte con un filo conduttore: il rifiuto di pagare il prezzo di decisioni politiche che compromettono istruzione, casa, lavoro e condizioni di vita.
Fuori dalla bolla
In questo paesaggio di crisi e proteste, Fridays for Future sta cercando di ritagliarsi uno spazio, mostrando come molte delle rivendicazioni che attraversano le piazze siano legate alla questione climatica. Il movimento, che nel 2019 portava centinaia di migliaia di persone a manifestare per il clima in tutto il mondo e che negli anni, per vari motivi, ha visto diminuire la partecipazione, è in una fase di evoluzione. La sfida è tornare a mobilitare le persone, uscendo dalla tradizionale bolla dell’ambientalismo e costruendo alleanze con associazioni, comitati e movimenti impegnati su fronti solo apparentemente lontani. L’obiettivo è rendere sempre più evidente il legame tra crisi climatica e questioni sociali, anche nel dibattito pubblico.
Il punto è che la questione ambientale è anche una questione sociale, economica e di classe. «Chi è morto per il caldo quest’estate non stava nei salotti del centro, stava nelle case popolari di periferia senza condizionatori», ha detto durante il presidio milanese dei Fridays di venerdì un portavoce della Rete Corvetto, attiva nella periferia sud-est della città.
La dipendenza dai combustibili fossili non alimenta soltanto il riscaldamento globale, ma espone cittadini, famiglie e imprese alla volatilità dei mercati energetici. Secondo uno studio pubblicato a settembre dalla New economics foundation, uno shock del 50 per cento dei prezzi dei combustibili fossili potrebbe far aumentare l’inflazione nei paesi europei di un valore compreso tra 0,8 e 1,8 punti percentuali. Accelerare la transizione potrebbe ridurre questa vulnerabilità: secondo il Fondo monetario internazionale, una maggiore produzione di energia da fonti rinnovabili è associata a una riduzione dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità.
Allargare la mobilitazione
È anche per questo che le proteste contro il carovita non sono così distanti dalle rivendicazioni dei movimenti climatici. L’aumento dei prezzi dell’energia, la perdita del potere d’acquisto e la transizione ecologica sono questioni intrecciate. Lo stesso vale per la scuola. A Palermo, per esempio, le temperature elevate hanno spinto il comune a prevedere la chiusura degli istituti scolastici comunali in caso di allerta meteo da bollino rosso, con la possibilità di ricorrere alla didattica a distanza.
Il tentativo di collegare la crisi climatica alle vertenze territoriali è emerso anche a Napoli, dove nei giorni scorsi Greta Thunberg ha invitato a partecipare allo sciopero del 16 ottobre a Bagnoli. Qui la protesta per il clima si è intrecciata con quella contro i lavori per l’America’s Cup, competizione velistica che si terrà a Napoli nel 2027. I comitati locali denunciano il rischio che gli interventi compromettano ulteriormente un territorio segnato da decenni di inquinamento industriale e da una bonifica attesa da oltre trent’anni.
È su questi intrecci che Fridays for Future sta cercando di allargare la mobilitazione. Non più soltanto studenti e studentesse che scioperano durante le ore di scuola, ma anche lavoratori, lavoratrici e persone che non hanno mai partecipato a una manifestazione ambientalista. Per questo, racconta Valentina Bonavoglia, attivista del Kontiki, casa dei movimenti per il clima di Torino, Fridays for Future ha organizzato anche presìdi serali, per permettere a chi non può assentarsi dal lavoro durante la mattinata di partecipare. «Le mobilitazioni devono diventare sempre più trasversali, non solo studentesche, anche in vista delle prossime elezioni politiche», afferma.
Dove va l’attenzione
C’è poi una questione di visibilità e di come le manifestazioni vengono raccontate dai media. «Questa manifestazione non finirà sui telegiornali nazionali perché non abbiamo rotto nessuna vetrina», osserva Andrea Borrello, presente al corteo per il clima di Torino di venerdì. Eppure, aggiunge, «protestare in modo pacifico è ancora uno strumento più efficace per cambiare le cose».
Il giorno successivo, ad esempio, gli scontri a Milano, Bologna e Torino hanno occupato le cronache, lasciando in secondo piano le ragioni delle proteste. Il rischio è che l’attenzione si concentri sugli episodi di violenza, oscurando i motivi e le questioni sociali che hanno portato le persone in piazza.
A Milano, il tentativo di unire rivendicazioni diverse si è intravisto negli interventi delle diverse associazioni presenti al presidio per il clima. «Servono misure di adattamento in ogni settore, ma anche politiche di riduzione delle emissioni», afferma Niccolò Dazzi, dei Giovani europeisti verdi, chiedendo di fermare nuove estrazioni di petrolio e gas. In piazza anche i movimenti per la Palestina e attiviste e attivisti brasiliani impegnati nella difesa della democrazia e dell’Amazzonia. «Fermare il genocidio ma anche l’ecocidio» è una delle richieste emerse, nel tentativo di collegare la tutela degli ecosistemi alla difesa dei diritti delle persone che li abitano.
Unire le mobilitazioni, però, non significa cancellare le singole rivendicazioni, ma mostrare come la crisi climatica sia già parte delle condizioni materiali contro cui molte persone protestano. E trasformare questa pluralità in una mobilitazione comune non è scontato. «È un processo che stiamo cercando di portare avanti», dice Giovanni Tessera di Fridays for Future Milano.
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