L'ultima ondata di calore che ha colpito l’Europa, la seconda nel giro di un mese, va inserita all’interno di una tendenza climatica su scala trentennale. Secondo il servizio climatico europeo Copernicus, il continente si sta riscaldando più velocemente di qualsiasi altro: le temperature sono aumentate di circa 0,56 gradi per decennio dalla metà degli anni Novanta, più del doppio della media globale. L’Europa ha già accumulato circa 2,5 gradi di riscaldamento rispetto all’epoca preindustriale, contro una media globale di 1,4.

Cosa sta succedendo

Le cause di questo incremento sono diverse, si sommano e si rafforzano a vicenda. Conta la vicinanza alla regione artica, dove la fusione di ghiacci e neve riduce la capacità della superficie terrestre di riflettere la radiazione solare e aumenta l’assorbimento di calore.

Un altro fattore è il calo degli aerosol atmosferici, cioè particelle inquinanti che per decenni hanno avuto un parziale effetto schermante: ripulire l’aria è indispensabile per la salute pubblica, ma ha anche reso più evidente il riscaldamento prodotto dai gas serra. A questo si aggiungono alterazioni della circolazione atmosferica che possono causare blocchi di alta pressione persistenti.

Il risultato non è solo un aumento delle temperature medie, ma un cambiamento nella frequenza, nell’intensità e nella durata degli eventi estremi. Secondo un’analisi del World Weather Attribution, consorzio internazionale che misura l’influenza del cambiamento climatico sugli eventi meteorologici estremi, in assenza del riscaldamento globale dovuto alle attività umane, temperature come quelle registrate durante l’ultima ondata di calore sarebbero state praticamente impossibili in questo periodo dell’anno appena 50 anni fa.

Ormai, in Europa, le ondate di calore arrivano prima, durano di più, colpiscono aree più ampie e si accompagnano a notti tropicali in cui il corpo non riesce a recuperare dallo stress accumulato durante il giorno. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, sono il tipo di evento meteorologico estremo più letale del continente.

Il peso sanitario è evidente anche nei dati raccolti dall’Organizzazione mondiale della sanità: tra il 2000 e il 2019 il caldo ha causato nel mondo in media circa 489mila morti all’anno, ma in quella che l’Oms considera la regione europea – 53 paesi, tra cui Russia, Israele e Turchia, dove vive circa il 12 per cento della popolazione mondiale – si è concentrato il 36 per cento dei decessi da caldo stimati a livello globale.

Anche i numeri delle più recenti ondate di calore confermano questa fragilità. Nel 2022 i decessi legati alle alte temperature in Europa sono stati oltre 61mila. I dati preliminari dell’ultima ondata di giugno 2026 mostrano già un bilancio pesante: circa mille decessi in eccesso in Francia e altri mille attribuiti al caldo in Spagna nello stesso mese.

Le ragioni della vulnerabilità europea al caldo non sono solo geografiche e climatiche, ma anche demografiche, urbane e sociali. L’Europa è un continente anziano e le persone over 65 sono tra le più esposte, soprattutto se vivono sole o hanno patologie croniche. Le alte temperature mettono sotto pressione cuore, reni, polmoni e sistema circolatorio, aggravando malattie già esistenti e aumentando il rischio di disidratazione, collassi e insufficienze cardiache o respiratorie.

A questa fragilità demografica si aggiunge un problema materiale: gran parte degli edifici non è stata progettata per estati con temperature intorno ai 40 gradi. Nel Nord Europa molte abitazioni sono costruite per trattenere calore durante l’inverno; nel Sud pesano invece scarso isolamento degli edifici, città dense, asfaltate, assenza di vegetazione e parchi.

Per questo le ondate di calore sono anche, e soprattutto, una crisi urbana e sociale. Asfalto, cemento, traffico e superfici impermeabili trasformano le città in isole termiche. Le aree con meno alberi e meno ombra diventano le più pericolose e spesso coincidono con i quartieri più poveri, dove le persone vivono in case piccole, poco isolate e senza possibilità di raffrescamento.

Risposte

L’aria condizionata in generale è poco diffusa in Europa: solo un quinto delle abitazioni europee dispone di un condizionatore, contro circa il 90 per cento di quelle statunitensi. Climatizzare tutto senza criterio aumenterebbe consumi ed emissioni (se l’energia è prodotta da fonti fossili); ma ignorare il problema significa lasciare milioni di persone esposte.

La risposta non può essere soltanto installare condizionatori, ma nemmeno trasformarli in un tabù. Servono anche edifici meglio isolati, più alberi, meno superfici asfaltate e centri pubblici climatizzati.

In altre parole servono governi capaci di trattare il caldo come una questione strutturale: piani sanitari finanziati, tutele per chi lavora in ambienti surriscaldati, politiche sociali per le persone fragili, trasporti e reti elettriche preparati ai picchi di domanda, città ripensate per estati più lunghe e politiche più rapide di riduzione delle emissioni. Le ondate di calore saranno dunque la misura di quanto la crisi climatica sia davvero entrata nelle agende dei governi europei.
 

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