In poco più di mezzo secolo, le dimensioni delle popolazioni monitorate di vertebrati sono diminuite in media del 73 per cento. È il dato principale dell’edizione 2026 del Living planet report, il rapporto biennale del WWF pubblicato l’8 ottobre, a pochi giorni dalla Cop17 sulla biodiversità, in programma in Armenia dal 19 al 30 ottobre.

Realizzato con la Zoological society of London, organizzazione britannica che si occupa di ricerca e conservazione della fauna selvatica, il rapporto analizza l’andamento di 35.803 popolazioni appartenenti a 5.790 specie di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili.

L’indice misura il declino delle popolazioni di vertebrati tra il 1970 e il 2022, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati. Più precisamente, misura la variazione media delle dimensioni delle popolazioni monitorate rispetto al 1970. Per esempio, se una popolazione nel 1970 contava mille individui e nel 2022 ne conta 270, significa che si è ridotta del 73 per cento. Il dato complessivo rappresenta quindi la media delle variazioni registrate nelle diverse popolazioni. 

Senza monitoraggi di lungo periodo, un declino come questo rischierebbe di passare inosservato a causa della cosiddetta «amnesia ambientale generazionale»: ogni generazione tende a considerare normale lo stato della natura in cui è cresciuta, anche se è impoverito rispetto al passato.

Il dato evidenziato dal nuovo report del Wwf è molto vicino a quello del rapporto precedente: 73,2 per cento contro il 72,9 del 2024. Questo però non significa che il calo dei vertebrati si sia arrestato o che le popolazioni si siano stabilizzate. Il rapporto del 2024 considerava il periodo 1970-2020, mentre quello attuale arriva al 2022 e incorpora nuovi dati, con l’aggiunta di 967 popolazioni e l’aggiornamento delle informazioni relative a 295 specie.

Secondo il rapporto di quest’anno, le perdite maggiori riguardano gli ecosistemi d’acqua dolce, dove le popolazioni monitorate sono diminuite in media dell’85 per cento.

Dighe, prelievi idrici e inquinamento minacciano pesci, ippopotami, lontre, coccodrilli e tartarughe d'acqua dolce. Negli ambienti terrestri il calo è del 69 per cento, soprattutto per la perdita degli habitat causata dall’espansione agricola.

In mare si ferma al 59 per cento: le misure di gestione della pesca hanno favorito il recupero di alcuni stock ittici commerciali, mentre altre specie, come squali e razze, continuano a diminuire perché meno tutelate, esposte alla pesca intensiva e alle catture accidentali.

Il declino viene misurato anche in base alle diverse regioni del mondo. Considerando le popolazioni terrestri e d’acqua dolce, l’indice registra una riduzione media del 95 per cento in America Latina e nei Caraibi, dell’80 per cento in Africa e del 49 per cento in Asia e Pacifico. In Nord America il calo è del 28 per cento, mentre in Europa e Asia centrale si ferma al 23 per cento.

Le differenze vanno però interpretate tenendo conto delle trasformazioni avvenute prima del 1970: in Europa, per esempio, una parte consistente della perdita degli habitat naturali risale ai secoli precedenti e non viene quindi rilevata dall’indice.

Le cause

A determinare il declino concorrono diverse pressioni, che spesso si sovrappongono. Secondo una review basata su 163 studi scientifici e citata dal Wwf, la perdita e il degrado degli habitat sono all'origine del 30 per cento della perdita di biodiversità analizzata, seguiti dal sovrasfruttamento delle specie (23 per cento), che si verifica quando caccia, pesca e altre forme di prelievo superano la capacità delle popolazioni di rigenerarsi, e dal cambiamento climatico (14 per cento).

È però sulle possibilità di invertire il declino che si concentra il nuovo rapporto, intitolato The Science of hope (la scienza della speranza). Se l’edizione del 2024 metteva in evidenza i rischi per gli ecosistemi, quella del 2026 approfondisce le condizioni necessarie per cambiare rotta, partendo dai risultati già ottenuti con gli interventi di conservazione.

Cambiare rotta

Circa la metà delle popolazioni monitorate è infatti stabile o in aumento, anche se le perdite registrate nelle altre determinano comunque un andamento complessivo fortemente negativo.

Tra gli esempi di ripresa citati dal Wwf c'è la tigre (Panthera tigris), un tempo diffusa in gran parte dell'Asia e oggi presente in meno dell'8 per cento del suo areale storico. Tra il 2010 e il 2025, il numero di tigri selvatiche è aumentato di oltre il 70 per cento, passando da circa 3.200 a 5.700 individui, grazie alla protezione degli habitat e alla lotta al bracconaggio.

Anche il tonno rosso dell’Atlantico (Thunnus thynnus) e quello del Pacifico (Thunnus orientalis), dopo decenni di pesca eccessiva, mostrano segnali di ripresa grazie all’introduzione di limiti alle catture.

Poi c’è il caso della tartaruga verde (Chelonia mydas) che nel 2025, dopo cinquant’anni di interventi di conservazione in diversi paesi, è stata riclassificata nella Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), passando dalla categoria «in pericolo» a quella «a rischio minimo». Inoltre, nell’Africa australe, grazie a misure di protezione degli habitat e al coinvolgimento delle comunità locali, sono stabili o in crescita anche le popolazioni di elefanti di savana (Loxodonta africana).

Per il Wwf, tuttavia, proteggere le singole specie non basta se le attività economiche continuano ad alimentare il degrado degli ecosistemi. Il rapporto individua tre settori sui quali intervenire: quello agroalimentare, quello energetico e quello finanziario. Quest'ultimo, attraverso investimenti e sussidi pubblici, continua a sostenere attività che contribuiscono alla distruzione degli habitat, all'inquinamento e al cambiamento climatico.

Nel 2023, i flussi finanziari destinati ad attività dannose per la natura hanno raggiunto i 7mila miliardi di dollari, contro appena 220 miliardi investiti in soluzioni basate sulla natura, ossia interventi che tutelano o ripristinano gli ambienti naturali, producendo benefici ambientali, sociali ed economici.

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