A luglio gli Usa hanno registrato il mese con le temperature medie più alte dal 1895, anche nelle ore notturne. Mentre gli effetti del riscaldamento diventano sempre più evidenti, l’amministrazione americana riduce il ruolo delle istituzioni scientifiche e allenta le politiche sulle emissioni
Che Donald Trump ci creda o meno, negli Stati Uniti non era mai stato registrato un mese così caldo. A luglio la temperatura media nei 48 stati continentali ha toccato i 24,9°C, quasi due gradi (1,8) sopra la media del Novecento: il valore più alto da quando sono iniziate le rilevazioni nel 1895. I dati sono stati raccolti e pubblicati dalla Noaa (National oceanic and atmospheric administration), l’agenzia federale che si occupa anche di clima e meteorologia.
Il primato è arrivato dopo settimane segnate da tre “cupole di calore”, sistemi di alta pressione che mantengono aria molto calda sopra una stessa regione per diversi giorni. Il caldo ha interessato quasi tutto il paese, ma tra i dati più significativi c’è quello delle temperature notturne: la media delle minime è stata di 17,9°C, la più alta mai registrata per un singolo mese.
Il record statunitense si inserisce in un’estate eccezionalmente calda anche dall’altra parte dell’Atlantico, lo sappiamo. Giugno e luglio sono stati i più caldi mai registrati nell’Europa occidentale. Secondo Copernicus, il programma europeo di osservazione della Terra, nei due mesi la temperatura media della regione ha raggiunto i 21,62°C, 2,79°C sopra la media 1991-2020. Nel continente nel suo complesso, invece, luglio è stato l’undicesimo più caldo mai registrato.
Il riscaldamento globale non determina da solo ogni singola ondata di calore, quello che il riscaldamento fa è alzare la temperatura di partenza, rendendo più probabili e più intensi gli eventi estremi. Il ruolo delle attività umane nell’aumento delle temperature è ormai documentato dalla ricerca scientifica e, sia negli Stati Uniti sia in Europa, i record di luglio si inseriscono in una tendenza che dura da decenni, legata soprattutto alla crescita dei gas serra prodotti dalla combustione di carbone, petrolio e gas.
Gli attacchi alla scienza del clima
In questo contesto, con gli effetti del riscaldamento ormai evidenti, l’amministrazione Trump continua a intervenire sulle istituzioni che producono e diffondono conoscenza sul cambiamento climatico. La Noaa ha appena comunicato che non coordinerà più l’Arctic Report Card 2026, il rapporto annuale che documenta le trasformazioni in corso nell’Artico, una delle regioni che si riscaldano più rapidamente. I dati raccolti dall’agenzia resteranno disponibili, ma verrà meno il sostegno federale alla realizzazione e alla pubblicazione del rapporto.
È solo l’ultima di una serie di misure con cui Trump sta allontanando gli Stati Uniti sia dalle politiche climatiche sia dagli strumenti scientifici che le sostengono. Le prime sono arrivate già il giorno del suo secondo insediamento, il 20 gennaio 2025, quando ha firmato un ordine esecutivo per aumentare l’esplorazione e la produzione energetica nei territori e nelle acque federali. È la strategia riassunta nello slogan che il presidente ripete spesso, «drill, baby, drill»: più trivellazioni, più produzione nazionale di petrolio e gas e meno vincoli allo sfruttamento delle fonti fossili.
Lo stesso giorno Trump ha anche notificato all’Onu il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, diventato effettivo il 27 gennaio 2026, un anno esatto dopo la notifica, come previsto dal trattato. Pochi mesi dopo, a settembre 2025, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente ha definito il cambiamento climatico «la più grande truffa mai perpetrata al mondo».
A febbraio 2026 l’amministrazione ha revocato l’Endangerment finding del 2009, il provvedimento che costituiva il presupposto giuridico per regolare, attraverso il Clean Air Act, le emissioni di gas serra dei veicoli. La decisione ha fatto decadere anche gli standard federali per auto e altri mezzi. La Casa Bianca la presenta come un intervento di deregolamentazione capace di far risparmiare agli statunitensi oltre 1.300 miliardi di dollari, una stima che diverse verifiche indipendenti hanno giudicato fuorviante.
L’influenza americana
La nuova linea statunitense ha conseguenze anche fuori dai confini nazionali. A giugno 2026 la Banca mondiale ha abbandonato l’obiettivo di destinare il 45 per cento dei propri finanziamenti annuali a progetti con benefici climatici, dopo le pressioni dell’amministrazione Trump, che chiedeva all’istituzione di tornare a concentrarsi sullo sviluppo economico e di riaprire ai finanziamenti per i combustibili fossili.
Il presidente statunitense ha anche provato a usare l’evoluzione della scienza climatica per mettere in dubbio la gravità del problema. A maggio ha celebrato l’aggiornamento degli scenari sulle emissioni – usati tra l’altro nelle analisi dell’Ipcc – sostenendo che gli scienziati avessero finalmente ammesso che le proiezioni precedenti fossero «sbagliate».
In realtà, lo scenario più estremo, noto con la sigla RCP8.5, è sempre stato una traiettoria costruita per studiare cosa sarebbe accaduto in presenza di emissioni molto elevate. Se oggi quella traiettoria appare meno plausibile è anche perché, negli ultimi quindici anni, la crescita delle rinnovabili e le politiche climatiche hanno frenato l’aumento delle emissioni rispetto a quanto ipotizzato nello scenario più estremo.
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