Bentornati a un nuovo numero della Deutsche vita. La geopolitica non ci lascia pace: proviamo a fare il punto sulla linea del cancelliere Merz, ma approfondiamo anche i guai che la Cdu sta attraversando al parlamento europeo, dove alcuni suoi europarlamentari hanno ritenuto fosse il caso di collaborare con colleghi di AfD. Parliamo anche di economia e, inevitabilmente, della scomparsa di un pensatore veramente europeo, Jürgen Habermas. 

Dove porta l’Iran

Nelle ultime ore, l’Europa ha detto il suo primo vero “No” a Donald Trump, negandogli l’aiuto che ha chiesto per proteggere le navi che devono attraversare lo stretto di Hormuz. Uno dei protagonisti di questo fronte – per una volta unito – è il cancelliere tedesco: la ragione della posizione decisa che Berlino ha assunto nei confronti di Trump dipende innanzitutto dalla scelta del presidente americano di allentare l’embargo sul petrolio russo, un’inversione a U che arriva mentre la Germania si è assunta il carico principale della spesa per il sostegno dell’Ucraina. 

Berlino aveva già chiarito per bocca del ministro della Difesa che non avrebbe partecipato al conflitto nello stretto: la nuova richiesta di Trump è stata letta da Boris Pistorius (ma non soltanto da lui) come ulteriore provocazione. «Cosa si aspetta che facciano lì una manciata di fregate europee che non riesce a portare a casa la potente marina americana?»

Ci sarebbe poi anche un tema di mandato che al governo (che per altro non è stato coinvolto da Washington e Tel Aviv nel lancio dell’attacco all’Iran), semplicemente, manca. La guerra, ha aggiunto Merz, non è mai stata della Nato, elemento che ha fatto presente anche al segretario Mark Rutte: resta poi il dubbio su quali siano strategia e obiettivi di Stati Uniti e Israele in medio oriente. Il cancelliere ha chiesto conto sia a Trump quando l’ha visitato alla Casa Bianca a inizio mese, sia nell’ultima riunione del G7. Entrambe le volte è rimasto senza risposta. 

Casa in fiamme

Come abbiamo imparato negli ultimi mesi, a un impegno fuori dal comune di Merz sul piano internazionale non corrisponde sempre un pari sforzo sul piano interno. Quantomeno, così la vede il suo partito, che spesse volte non segue in maniera proprio pedissequa le sue indicazioni. 

Ultima dimostrazione, il caso delle chat scoperte da Dpa (l’Ansa tedesca) in cui europarlamentari del Ppe si mettevano d’accordo con colleghi di AfD su questioni riguardanti le politiche migratorie. Alla faccia del muro tagliafuoco che il cancelliere evoca a ogni piè sospinto. Le manovre comuni sarebbero state concordate in conversazioni online e alcuni incontri di persona. Il capogruppo del Ppe in un primo momento ha detto di non esserne stato informato ma, dopo un rifiuto di commentare da parte di Manfred Weber, le critiche oltre che da sinistra sono iniziate ad arrivare anche da dentro la Union. 

Per primi si sono fatti avanti Jens Spahn, capogruppo al Bundestag, e il leader della bavarese Csu Markus Söder, pur sottolineando che una chat non è una «prova di collaborazione», ma definendo la notizia «preoccupante». Alla fine ha preso posizione anche il cancelliere, che ha chiesto a Weber di rendere conto personalmente della vicenda: «Non collaboriamo con l’estrema destra al parlamento europeo. Condanniamo quello che sembra essere successo a livello di collaboratori: ci aspettiamo che questi contatti terminino immediatamente e che eventualmente ci siano anche conseguenze». E poi, il messaggio diretto per Weber: «Anche il capogruppo del Ppe sa che non vogliamo questa collaborazione». 

All’orizzonte c’è però il prossimo appuntamento elettorale che non fa dormire sonni tranquilli a Merz: domenica si vota in Renania Palatinato. La Cdu è primo partito nei sondaggi al 28 per cento, mentre al 26 segue la Spd. Terza forza, come già in Baden-Württemberg due settimane fa, AfD, che anche in questo caso si ferma intorno al 20 per cento. Ennesimo Land dell’ovest in cui si registrano grosse migrazioni di voti in direzione estrema destra, ennesimo campanello d’allarme per il cancelliere. 

Muro di Francoforte

La cavalcata di Andrea Orcel, l’ad di Unicredit che continua a muovere per espugnare Commerzbank, non accenna a fermarsi. In Germania, quasi tutti sono contro di lui: il governo, la banca e anche i dipendenti. Il timore è che a rimetterci siano gli impiegati il cui numero sarebbe probabilmente tagliato in grande stile e la centralità della Germania come mercato bancario, visto che il paese rimarrebbe con un solo grande player privato, Deutsche Bank. 

Resta poi forte il sospetto nei confronti dell’acquirente, nonostante il precedente di Hypovereinsbank, acquistata da Unicredit oltre vent’anni fa, in termini di risultati deponga a favore di Unicredit. Trovate a nostra analisi sul nazionalismo economico che colpisce la Germania quando è in ballo il secondo istituto nel suo panorama bancario qui

Rischio uscita di scena

C’è un tema Linke. Il partito di sinistra in Bassa Sassonia ha dato luce verde a una mozione che si contrappone al «sionismo reale esistente oggi». Per altro, con una versione addolcita del titolo originale, che era «Respingere il sionismo». Per Nicholas Potter, editorialista della taz, non esattamente un giornale conservatore, l’unica interpretazione possibile di un’espressione simile appare quella che riguarda lo stato d’Israele. Non è la prima volta che il circolo del Land fa notizia in questo senso: un iscritto di recente è stato espulso dal partito per dichiarazioni antisemite e celebrative del terrorismo islamico, ma continuano a esserci membri del partito che solidarizzano con le sue parole.

Il responsabile antisemitismo della Linke di fronte a questo nuovo caso ha mollato non solo il suo mandato ma anche il partito. A gennaio sconosciuti avevano tentato di dar fuoco a casa sua lasciando come “firma” i triangoli di Hamas. Il partito, scrive ancora Potter, ha condannato l’attentato ai danni di Andreas Büttner in ritardo e senza convinzione. 

Il rischio, secondo l’editorialista, è che dare spazio all’ala antisemita in crescita all’interno del partito significa allontanarsi dal centro del dibattito politico tedesco. Anche mettendo a rischio la prospettiva di un’alleanza alternativa a centro e centrodestra. «È vero che il partito ha raddoppiato gli iscritti superando i 120mila tesserati e ha portato a casa un buon risultato elettorale di quasi il 9 per cento. Ma un partito la cui linea viene definita sempre più spesso da antisionisti radicali e che vede accadere anche numerosi scandali antisemiti non è un alleato che si può prendere sul serio né un potenziale partner di coalizione».

Democrazia compiuta? 

Chiudiamo con un paio di articoli su Jürgen Habermas. La sua morte colpisce tutti coloro che credono ancora che l’Europa possa essere più di un mercato unico. E, di conseguenza, sono i più forti critici della formula attuale dell’Unione europea, spesso timida sulla politica e pronta ad abbattere ogni regolamentazione dal punto di vista economico. 

Vi proponiamo il punto di vista di Mariano Croce, che sottolinea come il filosofo della scuola di Francoforte abbia continuato fino alla fine della sua vita a difendere il destino malfermo della democrazia liberal-costituzionale e, contro le più recenti tendenze, ne ha sempre auspicato un allargamento in senso sovranazionale. Luca Corchia illumina un altro aspetto dell’attività di Habermas, ossia la sua capacità di saldare la profondità della teoria alla responsabilità della prassi.

© Riproduzione riservata