Volkswagen ha intenzione di congelare i salari dei 660mila dipendenti nel mondo fino al 2030. Una decisione che si tradurrebbe in un calo dei salari reali del 10 per cento. Il gruppo automobilistico, che versa in una grave crisi e ha già annunciato licenziamenti e chiusure di impianti produttivi in tutta la Germania, ha comunicato anche al potente sindacato tedesco IG Metall di voler azzerare eventuali aumenti e tagliare anche compensi extra di diversi tipi. Le trattative intorno a questa proposta, anticipata dalla Süddeutsche Zeitung, inizieranno a fine novembre: il sindacato si mostra combattivo, annunciando la richiesta di un aumento dei salari del 5 per cento. 

IG Metall ha anche già giudicato la proposta come irrealistica e preannunciato forti resistenze, anche perché la misura è attiva già sui compensi di ottobre, annullando l’aggiustamento in base all’inflazione e altre richieste presentate dai rappresentanti dei lavoratori. Solo in Germania i dipendenti sono 275mila, 130mila lavorano per il marchio Volkswagen. Anche il consiglio di fabbrica ha rispedito al mittente la richiesta: «Si tratta di wishful thinking della governance che non può realizzarsi» si legge in una nota. 

L’editorialista dello Spiegel Alexander Demling sottolinea un punto importante: dal suo punto di vista il timing fa pensare alla volontà di sferrare un colpo da ko al potente sindacato e al modello tedesco che si basa su equilibrio e compromessi tra il lato datoriale e la rappresentanza dei lavoratori. Per Demling, però, se anche Volkswagen riuscisse nel suo intento, si tratterebbe di una vittoria di Pirro che non farebbe bene alla Germania come paese produttore, né alla sua democrazia. D’altro canto, un sindacato che avalla licenziamenti e stipendi in calo perde di credibilità, motivo per cui lo scontro sarà inevitabile. Altrimenti, il destino è già scritto, e sarà simile a quella della Uaw, la gemella americana, che nell’economia americana è ormai piuttosto debole, anche se mantiene una certa influenza proprio nelle fabbriche Volkswagen. L’ultima parola non è ancora detta, ma la situazione si mette male. 

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