Google ha perso il ricorso contro Bruxelles e dovrà pagare una multa di 4,1 miliardi di euro per abuso di posizione dominante. Vale a dire per aver imposto ai produttori di smartphone restrizioni volte a battere la concorrenza dei motori di ricerca e dei browser.

La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea arriva a conclusione di una vicenda giudiziaria iniziata nel 2018. Quando la Commissione europea aveva inflitto al motore di ricerca più popolare al mondo una sanzione di 4,34 miliardi di euro, contestandogli gli accordi con i produttori di telefoni cellulari funzionanti con Android, a cui era richiesta la preinstallazione di Google Search e di Chrome per poter accedere al Google Play Store. Accertando anche che agli operatori di rete mobile e ai produttori di dispositivi venivano corrisposti incentivi finanziari anticoncorrenziali qualora preinstallassero il motore di ricerca di Google, escludendo qualsiasi altro servizio concorrente.

Nel 2022, il Tribunale generale europeo ha ridotto la sanzione a 4,1 miliardi di euro. Google ha quindi presentato ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea, che giovedì 2 luglio l’ha respinto confermando la sanzione.

IL dominio di google

Per Google, controllata di Alphabet, d’altra parte, la sentenza non ha tenuto conto degli investimenti effettuati per garantire che Android rimanga aperto, interoperabile e gratuito. La decisione della Commissione di multare Google si scaglia contro il dominio di Google nella ricerca online ormai consolidato se si considera che secondo Statista, piattaforma globale di dati e business intelligence, Android ha mantenuto la sua posizione leader a livello mondiale nel quarto trimestre del 2025.

Ma già nel 2018 Margrethe Vestager, l’allora commissaria europea alla concorrenza, aveva spiegato che Google ha imposto condizioni illegali ai produttori di dispositivi Android «per garantire che il traffico sui dispositivi Android confluisca nel motore di ricerca di Google». Utilizzando così Android come strumento per consolidare la posizione dominante del proprio motore di ricerca» e negando ai concorrenti la possibilità di innovare e competere: «I dati dimostrano che la stragrande maggioranza degli utenti utilizza semplicemente ciò che è preinstallato sul proprio dispositivo e non scarica app concorrenti».

«La conferma della multa a Google – spiega Oreste Pollicino, professore di regolamentazione dell’AI all’Università Bocconi di Milano e founder di Pollicinoaidvisory.eu – non è soltanto una vicenda antitrust, ma un segnale più profondo sul rapporto tra potere tecnologico, mercato e democrazia. Google ha dato un contributo enorme allo sviluppo dell’ecosistema digitale. Il punto è evitare che il successo diventi una posizione non contendibile, capace di orientare l’accesso all’informazione, alla ricerca, alla visibilità. Nel digitale la libertà dell’utente è spesso più apparente che reale: si può scegliere, ma dentro un ambiente già costruito, preinstallato, gerarchizzato. Per questo la decisione della Corte di giustizia è importante: ricorda che la concorrenza non tutela solo i concorrenti, ma anche le condizioni concrete della libertà di scelta».

D’altro canto, continua il professor Pollicino, oggi, con l’intelligenza artificiale che trasforma la ricerca da elenco di link a risposta sintetica e apparentemente autorevole, il controllo della porta d’ingresso alla conoscenza diventa ancora più delicato. «Nel contesto geopolitico attuale sarebbe però sbagliato leggere tutto come una guerra dell’Europa contro le Big Tech americane. L’Europa non deve essere antiamericana, ma nemmeno rinunciare alla propria funzione costituzionale: rendere responsabili poteri privati che incidono su mercati, diritti fondamentali e opinione pubblica. La vera sfida non è la multa in sé, ma ciò che viene dopo: regole effettive, trasparenza, contendibilità, pluralismo e capacità di impedire che infrastrutture private diventino sovranità senza responsabilità».

Non un caso isolato

Quella di oggi è solo l’ultima di una lunga serie di sanzioni accumulate da Google e che probabilmente si prolungherà negli anni a venire. Visto che in ballo non c’è solo il monopolio della ricerca e il controllo dell’accesso e della fruizione della conoscenza.

Per partire dalle più recenti, mercoledì un tribunale svedese ha condannato Google a pagare circa 1,5 miliardi di dollari di risarcimento a PriceRunner, la piattaforma di comparazione prezzi di proprietà della piattaforma di pagamenti Klarna, per aver favorito il proprio servizio di shopping nei risultati di ricerca.

Non è un caso isolato. Nel 2017, la Commissione europea multò Google con 2,42 miliardi di euro per aver utilizzato il proprio servizio di comparazione prezzi al fine di ottenere un vantaggio sleale rispetto ai concorrenti europei più piccoli. Da quando nel 2021 Google ha perso il ricorso, altre aziende sfavorite dalle pratiche di Google hanno presentato richieste di risarcimento danni. Tra queste il gruppo italiano Moltiply, che gestisce il sito di comparazione prezzi Trovaprezzi.it, ha chiesto nel 2025 un risarcimento di 2,97 miliardi di euro.

Mentre per restare nell’ambito delle sanzioni Ue contro Google per abuso di posizione dominante sul mercato, una da 2,95 miliardi di euro gli è stata inflitta nel settembre 2025 per violazione delle norme antitrust Ue nel settore delle tecnologie pubblicitarie. Ma la lista è più lunga, includendo tanto le sanzioni dalle istituzioni antitrust dell’Unione europea quanto quelle dei singoli paesi.

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