Secondo le indiscrezioni pubblicate dai media tedeschi, il programma di ristrutturazione del gruppo prevede la chiusura di quattro stabilimenti in Germania, raddoppiando il numero di licenziamenti rispetto a quelli già previsti. Misure di strutturazione che tradiscono una strategia difensiva rispetto alla crescita del settore automobilistico cinese
Contro l’avanzata costante dei produttori cinesi, Volkswagen si muove in accelerata sui piani di riduzione dei costi e punta su un programma di ristrutturazione monstre che prevede tagli fino a 100mila posti di lavoro e la chiusura di quattro stabilimenti in Germania. Vale a dire quelli di Hannover, Zwickau, Emden e dell’impianto Audi di Neckarsulm. Con un risparmio in costi generali di 11 miliardi di euro entro il 2030.
Si tratterebbe di un numero di licenziamenti record, una falciata di un sesto dei circa 600mila lavoratori degli stabilimenti sparsi in diversi paesi da parte uno dei più grandi player dell’automotive. E uno dei più vasti programmi di tagli del settore automobilistico mai attuati, superiore a quello della General Motors negli anni Novanta.
I tagli previsti
I tagli potrebbero riguardare anche gli investimenti, con una riduzione prevista di circa il 15 per cento, che li porterebbe a poco più di 130 miliardi di euro nei prossimi cinque anni.
Una data precisa per l’eventuale chiusura degli stabilimenti non ci sarebbe, ma si prevede che potrebbe succedere a “medio termine”.
La chiusura degli stabilimenti tedeschi metterebbe a rischio oltre 45mila posti di lavoro. Che si sommerebbero ai 50mila tagli concordati con i sindacati alla fine del 2024. Quando il tentativo dell’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, di chiudere gli stabilimenti in Germania si è scontrato con la forte resistenza dei sindacati e degli scioperi, costringendolo a fare marcia indietro. Anche allora, l’azienda puntava a chiudere o vendere diversi siti nell’ambito di una politica di riduzione dei costi per affrontare una sovraccapacità produttiva a fronte di una domanda debole di veicoli elettrici.
A darne notizia è stata per prima la rivista Manager Magazin, citando fonti interne alla casa automobilistica con sede a Wolfsburg che non ha rilasciato commenti.
I piani sarebbero già arrivati sul tavolo del consiglio di sorveglianza della Volkswagen per essere discussi nella riunione del prossimo 9 luglio, secondo l’accordo di salvaguardia dell’occupazione siglata in passato con i sindacati. E tanto il consiglio di fabbrica quanto il potente sindacato tedesco IG Metall sono già sul piede di guerra. «Qualora tali piani dovessero andare avanti, faremo tutto il possibile per impedirlo», hanno tuonato.
I tagli dei posti di lavoro e il piano di riduzione dei costi si inseriscono in un disegno più generale, con l’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume e il direttore finanziario Arno Antlitz che – secondo la rivista Manager Magazin – punterebbero a una ristrutturazione radicale dell’azienda che prevede la separazione del marchio principale Volkswagen e delle attività relative ai ricambi in entità distinte.
La concorrenza privata
È noto che le principali case automobilistiche, non solo Volkswagen, hanno progressivamente perso terreno a favore dei concorrenti cinesi che si stanno espandendo rapidamente in Europa oltreché nei mercati emergenti. Ed è altresì noto che Volkswagen sia stata superata da BYD già nel 2024, ed è scesa al terzo posto dietro a un altro rivale cinese Geely l’anno scorso.
BYD è attualmente il più grande produttore mondiale di veicoli elettrici, con quartier generale a Shenzhen. Che da tempo, in difficoltà per via del calo della domanda in Cina a seguito dello stop ai sussidi governativi e dell’intensificarsi della concorrenza locale, ha puntato con tenacia sul mercato europeo, dove sta registrando un incremento notevole delle vendite.
Le misure di ristrutturazione di Volkswagen tradiscono una strategia difensiva, arrivando dopo la vendita della divisione motori marini Everllence alla società di private equity statunitense Bain, che genererà un ricavo di 7,4 miliardi di euro. A cui probabilmente seguirà la vendita di ulteriori attività per raccogliere liquidità.
Il conflitto in Medio Oriente, l’aumento dei costi, il calo delle vendite, la concorrenza delle case automobilistiche cinesi, nonché la gestione della produzione di veicoli elettrici e i dazi, contribuiscono a tessere un patchwork esplosivo che tiene sotto scacco il gruppo tedesco e sotto pressione il suo amministratore delegato che da gennaio è stato costretto a porre fine al suo doppio ruolo di capo di Volkswagen e di Porsche in seguito al declino della divisione auto sportive. Con gli investitori che gli stanno col fiato sul collo in attesa di risultati.
Ad aprile il gruppo tedesco aveva dichiarato di puntare a ridurre la propria capacità produttiva annua globale a nove milioni di tonnellate, a seguito di una perdita di 500 milioni di euro nel primo trimestre per via della sospensione della produzione di veicoli elettrici presso lo stabilimento del Tennessee. Con l’utile operativo del periodo scivolato a 2,5 miliardi di euro, in calo rispetto ai 2,9 miliardi di euro dello stesso periodo dell’anno precedente.
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