Il rapporto annuale presentato alla Camera alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella dipinge un paese attanagliato da profondi cambiamenti demografici, disuguaglianze e da un mercato del lavoro asfittico. Investimenti, innovazione e qualità dell’occupazione: tutte le differenze con la Spagna
L’Italia è un paese che tira a campare. Gioca in difesa. Resiste, ma senza guardare avanti. Perché mancano le politiche, la capacità e la spinta a investire sul futuro in modo sistematico. Senza una visione a lungo termine, l’Italia cresce a passi piccoli e incerti e arranca dribblando a fatica in uno scenario geoeconomico globale sempre più ostile. Per tutti.
Il Rapporto annuale 2026 dell’Istituto nazionale di statistica, presentato questa mattina a Roma alla Camera dei Deputati e alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dipinge un paese attanagliato da profondi cambiamenti demografici, disuguaglianze territoriali e sociali persistenti e da un mercato del lavoro che fatica a valorizzare appieno il capitale umano, soprattutto quello giovane e femminile.
Con l’andamento dei principali indicatori di produttività che «non mostra ancora il cambio di passo necessario a rafforzare le prospettive di crescita dell’economia italiana». Le dinamiche documentate – scrive l’Istat – prefigurano «sfide rilevanti per la sostenibilità economica e sociale e richiedono politiche integrate in grado di sostenere la natalità, l’occupazione e l’accesso equo ai servizi».
Politiche inclusive che dove sono state attuate hanno portato a un cambio di rotta positivo. Che in Italia non c’è stato perché non sono all’ordine del giorno del governo Meloni le politiche a sostegno di una tale virata. Il confronto con le altre maggiori economie europee è impietoso e lo è soprattutto con la Spagna del socialista Pedro Sanchez.
Italia-Spagna
Nel 2025, il Pil dell’Italia è aumentato in termini reali dello 0,5 per cento, in lieve decelerazione rispetto allo 0,8 per cento del 2024. L’economia italiana è cresciuta meno rispetto a quella della Francia e della Spagna, più di quella tedesca che però sconta due anni consecutivi di recessione.
Tra il 2022 e il 2025, vale a dire negli anni in cui l’esecutivo della premier Giorgia Meloni ha preso in mano le redini dell’Italia, il Pil spagnolo ha registrato una crescita cumulata del 9,0 per cento, a fronte di un 2,3 per cento in Italia. Un risultato che riflette anche una maggiore capacità dell’economia spagnola di generare una crescita più sostenuta della domanda interna e dell’attività produttiva.
A determinare la performance spagnola è stata non solo una crescita più intensa dei consumi delle famiglie, ma anche, tra gli altri fattori, un maggiore impulso della spesa pubblica.
Alla base del maggiore dinamismo dei consumi in Spagna rispetto a quelli italiani ci sono tanto fattori demografici quanto una crescita sostenuta dei redditi reali.
La crescita spagnola ha potuto contare sulla crescita dell’occupazione e della partecipazione al mercato del lavoro, anche in relazione alla crescita della popolazione in età lavorativa, sulla quale ha influito positivamente la componente straniera.
L’aumento della popolazione spagnola tra i 15 e i 64 anni (+4,6 per cento tra il 2022 e il 2025) è stato infatti superiore a quello italiano (+1,6 per cento), trainato dal forte aumento degli stranieri regolari (+22,3 per cento; nello stesso periodo, +4,6 per cento in Italia). Che ha ampliato la base produttiva e alimentato la domanda interna.
E così per i redditi reali che in Spagna, sono aumentati notevolmente nel periodo 2022-2025 (+14,8 per cento), «mentre in Italia la loro crescita appare più debole e irregolare (+3,3 per cento nello stesso periodo)».
Investimenti e innovazione
Non solo. A rafforzare il vantaggio relativo della Spagna, avrebbero contribuito anche l’intensità e la tipologia degli investimenti oltre alla maggiore capacità della Spagna di intercettare la domanda internazionale, non solo nel settore del turismo, ma anche in quello dei servizi a più elevato contenuto tecnologico.
Se in Italia, la crescita degli investimenti è stata fortemente concentrata nelle costruzioni (+14,7 contro +15,4 per cento in Spagna), in Spagna è stata più marcata la dinamica delle attività legate alla proprietà intellettuale (+23,7 contro +7,8 per cento in Italia).
Una discrepanza di rilievo. E per dirla con le parole dell’Istat, «se da un lato gli investimenti in beni materiali (macchinari e attrezzature) hanno continuato a crescere, dall’altro l’Italia continua a scontare un ritardo negli investimenti immateriali, ovvero in R&S (ricerca e sviluppo, ndr), software, proprietà intellettuale e formazione del capitale umano. Questa carenza di asset immateriali, unita a una spesa in R&S ancora lontana dai target europei, riduce la capacità delle imprese di generare innovazioni in grado di determinare avanzamenti sostanziali sul piano tecnologico e organizzativo».
Nel 2025 l’occupazione in Italia prosegue la fase di espansione (+0,8 per cento), pur con un progressivo rallentamento rispetto ai tassi di crescita del biennio precedente. Cifre per cui, il tasso di occupazione nazionale rimane strutturalmente inferiore a quello dei principali partner europei.
Sit-in dei precari della ricerca
A fare da corollario alla presentazione del Rapporto Istat in Parlamento, in coincidenza con l’apertura delle celebrazioni del Centenario della fondazione dell’Istituto, a Piazza Capranica, a pochi passi da Montecitorio, le ricercatrici e i ricercatori dell’Istat hanno organizzato un sit-in, sostenuti dalle organizzazioni sindacali, per denunciare retribuzioni tra le più basse di tutti gli enti pubblici di ricerca italiani.
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