Il sistema ex Ilva si ferma. Prima l’area a caldo di Taranto – da venerdì 9 ottobre – e poi, dal 15 novembre, anche gli stabilimenti siderurgici del nord: Genova, Novi Ligure (Alessandria) e Racconigi (Cuneo) bloccheranno le rilaminazioni a freddo per una «fermata temporanea generale». Lo ha comunicato direttamente l’azienda, Acciaierie d’Italia, con una nota diffusa giovedì 8 ottobre. Uno stop atteso, dopo il rigetto il 5 ottobre della richiesta di sospensione dell’applicazione del decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio scorso.

Ora, in attesa del pronunciamento della Cassazione del prossimo 20 ottobre, l’orizzonte della crisi dell’acciaio italiano si estende dal capoluogo ionico fino ai poli settentrionali. La notizia della serrata degli stabilimenti – definita dalla sindaca di Genova Silvia Salis «insostenibile» – era sopraggiunta poco prima dell’incontro tra governo e sindacati di giovedì. Un tavolo – quello presieduto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano – che ormai risulta inefficace per i sindacati confederali e di base.

«Per noi il tempo è scaduto», ha commentato giovedì l’Usb di Taranto. I sindacati, uniti da un documento comune, hanno subito dichiarato lo stato di mobilitazione con uno sciopero nazionale di 24 ore indetto per lunedì 12 ottobre. Una mossa che mette con le spalle al muro il governo Meloni, pronto invece a portare già martedì in Cdm un decreto legge da 125 milioni per estendere la cassa integrazione per continuità e non per chiusura delle attività produttive. Il problema però rimane ancora una volta inevaso.

Al di là di manovre economiche volte a mitigare il dramma occupazionale in un tessuto socio-economico già sfibrato come quello tarantino, il governo temporeggia. Martedì 6 ottobre, infatti, il procuratore generale ha espresso un parere favorevole, sebbene non vincolante, ad alcuni ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia contro la fermata dell’area a caldo. Il governo gongola. Un ribaltamento proveniente dalle Sezioni Unite potrebbe così evitare a Meloni una decisione sull’ex Ilva proprio durante l’anno elettorale.

Altro, quindi, che «schiarita», come aveva lasciato intendere il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma. Con la messa in “hot stand-by” dell’altoforno 2 di Taranto – in attesa della Cassazione – si blocca quasi tutta la catena che dal ciclo integrale nel meridione porta in lavorazione i coils al nord.

Immobilismo politico

Taranto, come un domino, sta così trascinando con sé anche gli altri stabilimenti del gruppo. Una situazione che, tuttavia, non dipende dal mercato, ma è figlia di un immobilismo politico che attraversa varie legislature. Genova Cornigliano ha già perso in dieci anni il 77 per cento della propria produzione, mentre per Novi Ligure la cifra sale a circa l’80 per cento.

Un quadro che si scontra con le prospettive emerse invece dall’ultimo rapporto Constructsteel della World Steel Association, dove si prevede una crescita della domanda globale di acciaio nei prossimi decenni «trainata dallo sviluppo delle infrastrutture e dalla transizione verso le energie pulite». Tradotto: l’acciaio è centrale nello sviluppo industriale e nella transizione energetica, ma l’Italia deve necessariamente decarbonizzare gli impianti ionici per disporre di green steel. Ed è questa la decisione che si tarda a prendere nelle stanze di Palazzo Chigi.

Roma è infatti già il maggior importatore europeo di bramme, con più di 2,5 milioni di tonnellate nel 2025 (circa il 41 per cento dell’Ue). Rimpiazzare i coils prodotti a Taranto significherebbe apportare un’ulteriore domanda strutturale su un mercato già piccolo e con prezzi ben più alti di quelli asiatici. Una situazione che potrebbe ridare manforte all’offerta degli indiani di Jindal: sebbene si sia aggiunto recentemente anche Eusider – il gruppo della famiglia Anghileri – alla cordata italiana promossa da Federacciai, la proposta di Jindal – subordinata al closing – per ora è l’unica che potrebbe garantire volumi di bramme capaci di rialimentare il sistema Ilva (4 milioni di tonnellate annue).

Rimarrebbe però da capire da quale paese verrebbero importate: in estate si era parlato dell’Oman che proprio in quei giorni veniva minacciato di bombardamenti da Donald Trump nel contesto della guerra in Iran. In attesa di capire i prossimi sviluppi, per Genova e Novi Ligure l’opzione è tra comprare coils sul mercato o fermarsi.

Attualmente le acciaierie chiedono di più di quanto il mercato accetti per limiti strutturali. Una situazione che mette alle strette il settore siderurgico nazionale dall’area a caldo di Taranto: con il possibile stop definitivo il 25 ottobre, si dovrà importare ancora più materiale dall’estero a costi maggiori, aggravando i bilanci di stabilimenti che operano già da molti anni ben al di sotto delle proprie potenzialità. Costi elevati e un mercato che non assorbirà subito nuovi volumi: questo potrebbe essere lo scenario industriale imbastito dal governo per i futuri acquirenti dell’ex Ilva. Un affare di Stato.

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