Dal 31 ottobre 2024, in Inghilterra e Galles, è diventato illegale, per la galassia dei movimenti antiabortisti, manifestare a meno di 150 metri da un ospedale o da una clinica dove si praticano interruzioni di gravidanza (Ivg). È stata creata una zona sicura per tutelare le donne che accedono in ospedale per poter ricorrere all’aborto ed è diventato un reato penale influenzare od ostacolare la decisione di una persona di accedere ai servizi abortivi presso una clinica. È inoltre vietato qualsiasi comportamento possa causare «molestia, allarme o angoscia» ed è vietato pregare in silenzio, protestare contro l’aborto, esibire cartelli e distribuire volantini. Le pratiche dei gruppi anti scelta davanti alle strutture che effettuano aborti esiste da decenni, e non solo all’estero. In Italia queste associazioni si ritrovano all’esterno degli ospedali ma sono anche dentro i luoghi della salute pubblica: grazie all’emendamento al decreto Pnrr, il governo ha permesso l’ingresso delle associazioni antiabortiste all’interno dei presidi di salute pubblica con stanze ad hoc a loro assegnate, come all’ospedale Sant’Anna Torino.

Il caso di Modena: le battaglie della rete Pro-choice

Silvia Missio della Rete Pro-choice di Modena racconta a Domani che in città, «si svolge la “Preghiera per la vita nascente” promossa dalla Comunità Papa Giovanni XXIII. Questo accade il giovedì mattina, in concomitanza con l’accesso all’ambulatorio di Ivg di Modena. Oltre a questo, a partire da ottobre 2023, si è aggiunta una seconda iniziativa organizzata dal movimento “40 giorni per la vita”, la cellula italiana dell’associazione antiabortista texana “40 days for life”». Secondo Missio, «Questa iniziativa comporta quaranta giorni di preghiera no stop davanti al policlinico dove si alternano - per dodici ore consecutive - questi movimenti anti scelta per manifestare contro l’aborto». I manifestanti reggono in mano cartelli con scritto «Ogni aborto due vittime», «Possiamo aiutarti», «Preghiamo per la fine dell’aborto», ma anche cartellonistica con l’immagine di un feto che recita: «Diritti umani anche per me» e «Uno di noi».

Dopo sei mesi, il gruppo antiabortista, ha organizzato un secondo appuntamento e le reti femministe cittadine si sono organizzate: «Abbiamo messo in piedi una contro iniziativa a febbraio 2024 alla quale hanno preso parte cittadine e cittadini, Non una di meno, la Casa delle donne contro la violenza e alcuni partiti politici». Da questa iniziativa è nata una rete cittadina, la rete Pro-choice di Modena: «La scorsa estate ci hanno raggiunto altre realtà come Cgil, Arci e Arci gay. A settembre, in procinto della terza maratona di preghiera di questi gruppi, siamo uscite con la prima campagna affiggendo 100 manifesti in città» che recitavano: «Liberi di pregare nei luoghi di culto, liberi di manifestare nelle piazze, libere di abortire nei presidi sanitari: ostacolare l’aborto è violenza».

Non è possibile, dichiara Missio a Domani, che «ci siano delle persone che per esprimere il proprio culto e il proprio pensiero attacchino e colpevolizzino altre persone che accedono a un diritto di salute garantito dalla legge, davanti agli ospedali pubblici». Come rete Pro choice di Modena, dice Missio, «auspichiamo che si trovi una soluzione concertativa che possa permettere alle persone di esprimere liberamente la propria fede senza rischiare di intaccare il diritto all’aborto, che è un diritto alla salute della cittadinanza». Quello che la rete chiede alle istituzioni è che «si semplifichi l’accesso all’aborto, che si diffondano informazioni chiare per far capire come si possa accedere ai percorsi per l’Ivg e che vengano diffusi i dati disgregati sugli aborti nelle varie Ausl»; per capire quali siano le strutture in cui è più complesso accedere al diritto all’aborto.

“40 giorni per la vita" e antiabortisti in Consiglio comunale

Dal sito della campagna texana “40 days for life”, si legge che si tratta di una campagna «coordinata a livello internazionale, che mira a porre fine all'aborto a livello locale attraverso la preghiera e il digiuno, la sensibilizzazione della comunità e una veglia pacifica di tutto il giorno davanti alle cliniche che praticano l'aborto». Nel sito italiano della campagna si cita il libro dell’Apocalisse e si legge che è «un’iniziativa nata per pregare per la fine dell’aborto, rompere il muro di silenzio che circonda questa tragedia e dare testimonianza al Vangelo della vita».

Si conferma che l’iniziativa nasce dall’ispirazione dell’omonimo gruppo texano e che è sostenuto da Pro vita e famiglia. All’interno del sito, una parte è dedicata ai «siti utili per la difesa della vita», che indicano vari movimenti antiabortisti italiani, tra i quali troviamo: Family day, Pro vita e famiglia, Movimento per la vita italiano, Sos vita e anche siti esteri di gruppi cattolici anti scelta.

Oltre ai movimenti anti scelta cittadini, all’interno del consiglio comunale di Modena, lavora il consigliere Andrea Mazzi della lista civica di centrodestra “Modena in ascolto”, che da più di 20 anni fa parte della comunità Papa Giovanni XXIII, che dal 2000 organizza la settimanale “Preghiera per la vita nascente”. A Modena today aveva dichiarato che dal 2010 rifiuta di pagare «la parte di tasse che finanziano gli aborti», ed è impegnato in ricorsi contro le cartelle esattoriali, asserendo: «Non voglio finanziare la morte dei miei simili pagata con i miei soldi». Il consigliere ha dichiarato che quelle davanti agli ospedali sono «vere preghiere che vogliono risvegliare le coscienze su quello che sta succedendo a poca distanza, dove bambine e bambini vengono abortiti. Il termine manifestazioni può essere applicato solo in senso lato».

La presa di posizione del sindaco

Il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, in merito alla vicenda delle manifestazioni antiabortiste davanti al Policlinico di Modena, dichiara a Domani di aver chiesto pubblicamente ai movimenti che contestano l'accesso delle donne a una pratica sanitaria disciplinata da una legge dello Stato, di non svolgere più queste manifestazioni in aree sanitarie: «Oggi la normativa non consente al sindaco di vietare questo tipo di manifestazioni. Auspicherei che in Italia ci si potesse appellare a una normativa, come quella dell'Inghilterra e del Galles, per cui si vieti in un raggio di 150 metri, nelle aree sensibili sanitarie, lo svolgimento di manifestazioni che possono creare turbativa o turbamento».

È evidente, per il sindaco, che «queste preghiere sono una forma di pressione e violenza psicologica sulle donne che vivono un momento delicato, che viene compromesso da questo tipo di manifestazioni che vengono derubricate come semplici preghiere ma servono a fare in modo di convincere o “educare”, come dicono loro, le donne a percorsi diversi. Si conferma che sono delle vere e proprie manifestazioni politiche». Il sindaco Mezzetti ha ricordato anche una recente sentenza del Consiglio di Stato, in un contenzioso tra Comune di Rimini e associazione Pro Vita e Famiglia, per l'affissione di manifesti contro la pillola RU486. Il Comune non aveva autorizzato l'affissione di questi manifesti e il Consiglio di Stato ha dato ragione al Comune perché «la libertà di espressione non è assoluta e può essere limitata quando il messaggio è diffamatorio, ingannevole o offensivo».

Il discorso legato alla preghiera, per il sindaco, diventa una «clava politica, che snatura l’essenza stessa della fede cristiana. È quella che fa, della preghiera e del crocifisso, uno strumento di lotta politica». Mezzetti afferma: «Io sono credente, protestante valdese, e ho i miei principi e i miei valori. Ma non li imporrei mai per legge, perché siamo in uno stato laico» e ricorda a Domani che «deve venire tutelata, prima di tutto, la dignità della donna e della persona: una persona deve essere libera di autodeterminare le sue scelte e il suo corpo, in questo caso si parla anche di una legge dello Stato». Nel caso modenese, per il sindaco: «Si vuole prevaricare, con una forma di violenza psicologica, la libera scelta della donna. Loro pretendono, tramite questi gruppi organizzati di preghiera, di sostituirsi alle istituzioni per svolgere «un’opera educativa», come dicono loro, nei confronti delle donne. È una cosa inaccettabile».

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