Secondo i dati del report di Fondazione Libellula, realizzato in collaborazione con Ipsos-Doxa e l’Università di Urbino Carlo Bo, il 92 per cento dei giovani tra i 14 e i 19 anni ha visto post o contenuti che ridicolizzano o denigrano le ragazze. Ma il 35 per cento dichiara di associare la gelosia a una prova d’amore
Un meme in cui si dice che «le ragazze sono tutte uguali». Una notifica di un gruppo in cui viene condivisa senza consenso una foto intima di una compagna di classe. Contenuti giudicanti sui body count (numero di partner sessuali) delle ragazze o che ricalcano il format virale «cose che vieterei alla mia fidanzata».
L’esperienza delle persone adolescenti online è intrisa di sessismo e misoginia, ma pensare che le nuove generazioni non se ne rendano conto è un errore. È il dato che emerge dalla Survey Teen 2026 È SOLO UN MEME?! di Fondazione Libellula, presentata mercoledì 7 ottobre alla Camera dei deputati. La ricerca, realizzata in collaborazione con Ipsos-Doxa e l’Università di Urbino Carlo Bo, ha raccolto le voci di 1.300 ragazze e ragazzi tra i 14 e i 19 anni in tutta Italia, raccontando la loro esperienza sui social. Uno spazio dove trascorrono in media tre ore al giorno, soprattutto su TikTok e Instagram.
Su queste piattaforme, il 92 per cento ha visto post o contenuti che ridicolizzano o denigrano le ragazze, e l’85 per cento si è imbattuto in post o video in cui la gelosia o il controllo nella coppia vengono presentati come normali. «Ragazzi e ragazze sono in grado di riconoscere stereotipi, contenuti sessisti e dinamiche di controllo, ma questo non si traduce poi in una presa di distanza e in comportamenti coerenti nella sfera personale», afferma Mara Ghidorzi, della direzione scientifica di Fondazione Libellula.
Il 35 per cento dichiara di associare la gelosia a una prova d’amore e il 36 per cento dice che è normale mettere limiti alla propria partner in una relazione.
Il 41 per cento dei ragazzi afferma di essere stato presente o di essersi ritrovato in chat e gruppi in cui circolano immagini intime di altre persone, mentre per il 27 per cento commentare online il corpo di una ragazza non rappresenta un problema.
Ironia come alibi
Secondo Manolo Farci, professore di Studi culturali e di genere all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, che ha supervisionato la ricerca, saper decifrare i codici e le logiche di certi contenuti «rischia di diventare un alibi per neutralizzarne la portata morale. Proprio perché so che si tratta di una provocazione, di una performance o di “solo un meme”, posso relativizzarne la gravità e, nello stesso tempo, concedermi di stare al gioco senza sentirmi necessariamente chiamato a rispondere del suo significato».
Il 27 per cento del campione intervistato considera divertenti meme esplicitamente sessisti. Su questo punto c’è però una differenza di genere: la percentuale sale al 37 per cento per i ragazzi e scende al 14 per cento per le ragazze. Tra queste ultime, l’80 per cento è cosciente del fatto che i contenuti misogini influenzano il modo in cui si guardano le donne. Per Ghidorzi, «c’è una maggiore consapevolezza, anche perché sono i loro corpi a essere oggetto di quei post».
Meme, battute e commenti vengono riconosciuti come problematici eppure «il timore di essere esclusi dal gruppo porta spesso a non intervenire e a non prendere posizione contraria. Così il sessismo, da eccezione, diventa standard comunicativo», spiega la ricerca di Fondazione Libellula. Il 75 per cento delle persone intervistate racconta che battute e apprezzamenti sessisti sono frequenti tra i ragazzi, favorendo la normalizzazione di approcci maschilisti anche nella sfera offline.
Alleanza educativa
«Questi dati ci dicono che non basta soltanto occuparsi a livello teorico di stereotipi, consenso o violenza di genere, ma che servono spazi e occasioni per calare nelle pratiche quotidiane questi concetti. Spazi in cui le persone adolescenti possono interrogare i propri vissuti e sperimentare altri modelli», afferma Ghidorzi, che sottolinea come sia cruciale rimettere al centro «la relazione educativa tra adulti e adolescenti».
Dalla ricerca emerge come sia difficile in quella fascia d’età prendere posizioni controcorrente rispetto al gruppo, rischiando di essere emarginati o bullizzati. «Per questo sta a noi persone adulte dare ai ragazzi la possibilità di farlo in sicurezza, abbassando il rischio sociale di quella scelta», aggiunge. In questo senso, la Fondazione Libellula è attiva dal 2022 in percorsi di prevenzione ed educazione, con progetti che coinvolgono adolescenti frequentanti scuole superiori di tutta Italia.
«Intendiamo proseguire anche con le primarie, agendo quando gli stereotipi non si sono ancora formati», dice Ghidorzi. «Ma è fondamentale che non si proceda a compartimenti stagni, con la scuola da una parte, la famiglia dall’altra e il terzo settore da un’altra ancora. Serve un’alleanza educativa affinché questa diventi una responsabilità collettiva, perché stiamo costruendo il futuro delle nuove generazioni».
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