Il governo Meloni, nel Piano strutturale di bilancio 2025-2029, assume il 33 per cento di copertura come obiettivo «a livello nazionale» ma introduce una soglia minima del 15 per cento «a livello regionale». Così nelle aree più deprivate del Paese il servizio continua a non esserci
L’articolo di Marco Esposito su Domani del 26 agosto sui nuovi criteri di riparto dei fondi per la gestione dei nidi ha prodotto una presa di posizione diretta di Elly Schlein contro il governo e, poche ore dopo, una replica ufficiale del ministero dell’Istruzione e del Merito.
Schlein, riprendendo il punto sollevato da Esposito, ha contestato la riduzione della quota destinata ai territori con minore offerta: nel Mezzogiorno, infatti, oggi i nidi coprono meno del 19 per cento dei bambini, contro il 31,6 per cento nazionale. Ridurre il peso della perequazione significa dare meno proprio ai territori che devono recuperare il ritardo.
Il ministero nega che vi sia un taglio. E ha ragione: il Fondo nazionale 0-6 passa da 275,7 milioni nel 2025 a 288,8 nel 2026. Inoltre, è vero che il Fondo non serve ad «aprire nidi dove mancano»: esistono altri strumenti. Ma il punto di Esposito resta intatto. Nella stessa nota il Mim rivendica la scelta di attribuire maggiore peso, per 29 milioni, agli «utenti dei servizi educativi già attivati» e ricorda che già il Piano 2021-2025 prevedeva la decadenza della quota di risorse addizionali se una Regione non aveva programmato nei termini le risorse assegnate.
Ma un criterio può essere già esistito ed essere comunque iniquo. Il problema è che per anni questo meccanismo ha contribuito a conservare la diseguaglianza territoriale che Pnrr, perequazione e Lep avrebbero dovuto ridurre. La questione, dunque, non è quanto contiene complessivamente il Fondo ma secondo quale criterio quei soldi vengono distribuiti. Per capire meglio di che si parla occorre distinguere tre concetti: spesa storica, fabbisogno e livello essenziale delle prestazioni.
La spesa storica prende come riferimento ciò che un territorio già spende e i servizi che già eroga. Esempio: un Comune con 40 posti ogni 100 bambini ha una spesa maggiore di un Comune con 10 posti. Se dico che finanzio la spesa storica significa che darò nuovamente soldi per 40 posti a un Comune e soldi per 10 posti all’altro. La diseguaglianza di partenza entra nel criterio di riparto e tende a riprodursi.
Il fabbisogno rovescia il ragionamento: non domanda quanto hai speso ieri, ma quali risorse servono per garantire alla popolazione di quel territorio un determinato livello di servizio. Se hai 10 posti ma ne devi garantire 33, il finanziamento deve accompagnare la distanza fra 10 e 33. E cioè che il superamento della spesa storica si ottiene considerando fabbisogni e perequazione.
Alla differenza di cui sopra si aggiunge il tema dei Lep, livelli essenziali delle prestazioni, introdotti per i nidi con la legge di bilancio del 2022. Cioè quale quantità di servizio debba essere garantita ovunque, perché un diritto sociale non può dipendere dal luogo nel quale si nasce. La norma dichiara espressamente di voler «rimuovere gli squilibri territoriali» e fissa come livello minimo essenziale per il 2027 almeno 33 posti ogni 100 bambini tra 3 e 36 mesi «su base locale». Vale in ciascun Comune o bacino territoriale, da Duino a Lampedusa.
Non solo, la Corte costituzionale, con la sentenza 71/2023, ribadisce che il 33 per cento è il livello che ciascun Comune o bacino territoriale deve progressivamente garantire. La legge accompagna l’obiettivo con risorse crescenti fino a 1,1 miliardi annui dal 2027.
Siamo nel 2026 e Palermo è ancora intorno al 7-8 per cento di offerta. Altro che 33 per cento. In questi giorni raccontiamo a Palermo persino la vicenda grottesca di un nido la cui costruzione è iniziata 49 anni fa.
Arriviamo al governo Meloni, nel Piano strutturale di bilancio 2025-2029 il Governo assume il 33 per cento come obiettivo «a livello nazionale» ma introduce una soglia minima del 15 per cento «a livello regionale». Con il 33 per cento locale, un territorio al 10 per cento è obbligato a raggiungere il 33 per cento.
Con il 33 per cento medio nazionale e il 15 per cento regionale, territori al 40 o 45 per cento possono compensare statisticamente quelli molto più indietro. La diseguaglianza è salva. La media torna. Il diritto no. Il 33 per cento locale previsto dalla legge 234/2021 resta vigente, mentre la programmazione governativa assume il 33 per cento nazionale e il 15 per cento regionale. Un gioco di prestigio.
Dentro questo meccanismo da scala di Escher va letta la nota Mim. Il Ministero ribadisce soddisfatto che ha aumentato i fondi e che, sommando i nuovi posti realizzati anche con il Pnrr, l’Italia avrebbe ormai superato il 33 per cento, arrivando oltre il 36 per cento. Ma dentro quella media continuano a stare le voragini territoriali che il Lep doveva colmare.
La direzione è leggibile nelle stesse affermazioni del Mim: si torna a dare maggiore peso al consolidamento di chi il servizio lo possiede già rispetto al fabbisogno di chi deve recuperare. È, nei fatti, un ritorno alla logica della spesa storica.
Gli adulti possono prendere in giro altri adulti, o se stessi, se ne hanno voglia. Ma spiegare ai bambini e alle madri delle aree più deprivate del Paese che sì, i soldi sono aumentati, ma il servizio che non hanno sarebbe in fondo già garantito perché la media nazionale torna e, del resto, «s’è sempre fatto così e anche quelli di prima facevano così», non è contabilità creativa. Né trascurare il senso stesso del Lep e la funzione perequativa che la Corte costituzionale ha ribadito. È una vergogna.
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