Dieci mesi con rito abbreviato per lesioni aggravate. È la sentenza della Corte d’Appello che condanna uno degli agenti della Polizia locale di Milano protagonista del brutale pestaggio di Bruna, una donna transgender di 43 anni.

Nel 2023, le immagini della donna arresa, a terra con le mani in alto, avevano fatto il giro del mondo. Questo grazie ai passanti che in pieno giorno avevano ripreso tutto con i telefonini e denunciato. Inerme eppure presa a manganellate da tre agenti: colpita alla testa, poi alle costole, lo spray al peperoncino addosso mentre teneva le mani in vista. Un'aggressione in piena regola consumatasi in zona Bocconi, dopo un intervento dei vigili urbani al Parco Trotter e durante la fase di trasporto all'Ufficio centrale arresti e fermi della polizia locale (Ucaf).

La terza sezione penale d’appello (giudici Gazzaniga-Nobili-Di Censo) ha confermato per l’agente Antonio Gallina la sentenza emessa nel luglio 2024 dalla gup Patrizia Nobile. Anche il sostituto pg Vincenzo Fiorillo aveva chiesto la conferma del verdetto. L’avvocata Deborah Piazza aveva fatto notare che dai video depositati agli atti, oltre alle manganellate, si vedeva pure l’agente condannato strattonare per un orecchio la 43enne, quando era già ammanettata. Gli uomini della polizia locale erano accusati anche di aver gridato «transessuale di merda, tornatene al tuo paese, se non ti fermi ti ammazzo, frocio bastardo», ma la procura non ha trovato alcun testimone delle affermazioni ingiuriose e razziste.

Nel video si vedono tre uomini armati contro una donna disarmata, a terra e mentalmente instabile. Le prime ricostruzioni su quanto accaduto, riportate dal Sulp (Sindacato unitario lavoratori polizia municipale), raccontavano dell’intervento degli agenti sollecitato da alcuni genitori allarmati perché la donna esibiva le proprie parti intime nei pressi di una scuola elementare. Una narrazione veicolata da Silvia Sardone e Alessandro Verri rispettivamente commissaria della Lega a Milano e capogruppo in Consiglio comunale.

«Quotidianamente vediamo aggressioni nei confronti delle forze dell'ordine sulle quali la sinistra mai si espone. Non dimentichiamo da cosa nasce questo episodio: una persona con precedenti, evidentemente alterata, crea problemi davanti a una scuola». Ricostruzione smentita dalla procura di Milano. Gli agenti sarebbero intervenuti, secondo i pm, per la segnalazione di schiamazzi da parte della donna, ma non per atti osceni davanti ai bimbi di una scuola elementare.

A seguito dell’inchiesta della pm Giancarla Serafini, sono a processo davanti alla nona sezione penale (dibattimento in corso) anche altri due agenti della locale per lesioni e falso. Sentiti nella scorsa udienza, uno dei due ha riconosciuto le proprie responsabilità, dichiarando: «Colpirla alla testa è stato uno sbaglio, se mi riguardo in quelle immagini non mi riconosco». Mentre un altro ha ammesso che usare il manganello «contro il capo è scorretto», precisando però di aver avuto «contezza» soltanto dopo.

Sarebbero stati i video circolati online a renderlo consapevole. Accusati anche di falso, gli agenti non solo avrebbero mentito nelle relazioni sul fatto che la donna di origini brasiliane si sarebbe mostrata nuda davanti a "donne e bambini", con le parti intime e urinando in pubblico ma anche nell'aver affermato che avrebbe preso a testate i finestrini dell'auto su cui era stata caricata. Tutte circostanze che si sono dimostrate non verificate. La vittima è a sua volta imputata per resistenza a pubblico ufficiale e altri capi di accusa, tra cui il rifiuto di fornire le proprie generalità.

In segno di solidarietà la comunità Lgbtq nello stesso anno aveva scelto Bruna come simbolo dei Pride: descritta con i pronomi sbagliati, l'aggettivo trans usato come sostantivo, l'ossessione per i suoi genitali. «Una donna trans, razzializzata, vittima di soprusi istituzionali, il risultato di quella disumanizzazione agìta dalla politica di governo».

In questa storia di abusi fa capolino anche la profilazione razziale unita alla disumanizzazione del corpo trans, come denunciato già da Arcigay nazionale: «Il fatto che la persona oggetto del pestaggio sia una donna trans razzializzata apre ulteriori inquietanti scenari. Troppe volte nella storia recente la violenza sistemica frutto dell’odio e della discriminazione ha investito le persone Lgbtq sottoposte alla custodia delle autorità».

«La condanna di questa violenza oscena ai danni di una donna disarmata deve essere un monito durissimo per chi, nascosto dietro una divisa, si sente intoccabile e autorizzato a tutto», commenta a Domani il consigliere comunale Pd Michele Albiani, presidente della commissione sicurezza. «E dovrebbe essere anche una lezione, netta e senza attenuanti, per quei colleghi di Lega e Fdi che hanno scientemente alimentato odio, diffuso fake news e contribuito a infangare la vittima pur di costruire una narrazione utile alla propaganda. Davanti a fatti così gravi, chi ha mentito e soffiato sul fuoco dovrebbe avere almeno il coraggio di chiedere scusa. Cosa che, puntualmente, non è avvenuta».

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