Al Festival di Reggio Emilia Emergency, fondata da Gino Strada, ha presentato una legge di iniziativa popolare per estendere l’obiezione di coscienza anche al lavoro civile nella filiera bellica. Da ottobre la raccolta delle 50mila firme necessarie per portare il testo in Parlamento
«A volte ci lasciamo distrarre dall’idea della robotizzazione della guerra. Ma la guerra continua ad avere bisogno dei nostri corpi, del nostro consenso e del nostro lavoro, per esistere», ha detto Simonetta Gola, direttrice della comunicazione di Emergency, per ricordare il peso che hanno le azioni umane e la responsabilità che ogni scelta porta con sé: «Il ritorno al servizio militare è al centro anche del dibattito europeo: oggi dieci paesi dell’Ue hanno una forma di coscrizione obbligatoria e quattro l’hanno reintrodotta negli ultimi anni. A questo si accompagna l’aumento della spesa per la difesa dei Ventisette, che secondo l’European Defence Agency dovrebbe raggiungere i 454 miliardi di euro nel 2026».
Il coraggio
La fitta folla di persone che si era raggruppata attorno al palco in viale Allegri 8, nonostante il caldo di Reggio Emilia, ascoltava assorta. Come ogni anno dal 2021, anche questa volta l’ong fondata da Gino Strada ha organizzato nella città emiliana il suo festival diffuso: giornalisti, attivisti, intellettuali chiamati a discutere con i cittadini sul significato del coraggio.
Tra gli incontri del 5 settembre, “L’obiezione alla guerra è un diritto” è stato quello in cui Gola ha annunciato, insieme con i giuristi Alessandra Algostino, Veronica Dini e Domenico Gallo, la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare “Io obietto la guerra”, per garantire a tutte le cittadine e i cittadini il diritto all’obiezione di coscienza non solo alla leva militare. Ma, appunto, alla guerra nel suo complesso.
La proposta di legge
«Con la proposta di legge, chiediamo al Parlamento di garantire a tutte le cittadine e i cittadini la possibilità di rifiutarsi di prestare il proprio corpo, lavoro e consenso alla guerra e al riarmo, di fronte al possibile ritorno del servizio militare e per non dover partecipare col proprio lavoro alla progettazione, produzione, commercio, movimentazione di armi. Per rifiutare di essere coinvolti nella produzione di sofferenza senza per questo subire conseguenze professionali o penali. L’obiezione di coscienza è un diritto umano fondamentale riconosciuto dalla Carta dei diritti umani e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea», ha spiegato ancora Gola, prima di sottolineare che l’iniziativa fa parte della campagna R1PUD1A con cui Emergency, insieme a 250mila persone, da due anni chiede al governo italiano di sospendere la collaborazione militare con Israele, promuove iniziative contro il riarmo e ha raccolto una richiesta diffusa di agire per fermare il clima di guerra, violenza e inevitabilità che sta portando a normalizzare la guerra: «Chiediamo al governo di agire, dal basso, prima che sia troppo tardi».
Estendere la partecipazione
Durante l’incontro in viale Allegri anche il magistrato ed ex presidente di sezione della Corte di cassazione Gallo e la professoressa di Diritto costituzionale all’università di Torino Algostino – che insieme all’avvocata Dini fanno parte del gruppo di lavoro che nelle prossime settimane lavorerà alla messa a terra della proposta di legge – hanno ribadito l’importanza storica e fondativa del diritto all’obiezione di coscienza: «È il rifiuto di usare armi per uccidere altri uomini», ha ricordato Gallo, individuando nell’Antigone di Sofocle l’archetipo del conflitto tra la coscienza individuale e le leggi del potere.
«Un diritto inviolabile della persona che proprio per diventare effettivo, ha bisogno di essere disciplinato dalla legge. E che assume anche un significato politico: “Dire no alla guerra è dire sì alla pace”», ha aggiunto Algostino, mentre Dini ha sottolineato come opporsi alla guerra non significhi sottrarsi alla vita collettiva, ma sia anzi una forma di partecipazione (dissenziente): «Un modo di intendere anche la difesa della patria». Difendere il paese – riflette l’avvocata – non significa, infatti, necessariamente impugnare un’arma: «Può voler dire collaborare, assumersi responsabilità, contribuire alla comunità e mettersi in gioco in forme di solidarietà non armate».
La proposta di legge “Io obietto la guerra”, che quindi si pone l’obiettivo di estendere l’obiezione di coscienza dalla leva alla partecipazione civile e lavorativa alla guerra, riconoscendo il diritto di ogni cittadino di rifiutarsi di contribuire alla sua filiera, per essere portata in Parlamento ha bisogno di 50mila firme. La raccolta inizierà da ottobre e sarà quasi sicuramente solo digitale. «La vera sfida – sintetizza Gola al termine del talk – non è soltanto raggiungere la soglia prevista dalla Costituzione, ma costruire attorno a quelle firme una mobilitazione: trasformare il rifiuto individuale della guerra in un diritto riconosciuto e in un’azione collettiva».
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