Non c’è solo Sigfrido Ranucci che, tramite legale, chiede soldi a un operaio per un commento offensivo. La lista di vip, giornalisti, star che battono cassa quando si sentono ingiuriati è lunga, e per qualcuno è diventato un introito mensile.

In fondo i tempi della giustizia quando si denuncia qualcuno per diffamazione sono troppo lunghi, a volte biblici. E allora c’è chi sceglie la strada più rapida e remunerativa: non più passare da un giudice terzo che decide se quel commento, post, reel è o meno diffamatorio. No, la scorciatoia per bypassare tutto ciò è semplice: pagare un legale, che intima una possibile causa in assenza di risarcimento. Tutto legittimo, ma è evidente il rapporto di sproporzione tra una celebrità e un comune cittadino che arranca nel quotidiano e si trova di fronte a una lettera che sembra già contenere un giudizio definitivo sul commento scritto.

Tuttavia la macchina del risarcimento ogni tanto si inceppa. Per capire come sia stato possibile è necessario raccontare prima come funziona. A questo proposito torna utile l’incartamento letto da Domani e che riguarda il cantante filoputiniano Al Bano, il quale aveva chiesto 2.500 euro, tramite l’avvocato Edno Gargano, a una signora per un commento sotto un post del giornalista Lorenzo Tosa. Sette pagine nelle quali si riassume un metodo che si spinge, il tutto in piena legittimità, a chiedere soldi anche quando, è questo il caso, c’è una parola fuori posto.

Sproporzione

Un esempio che bene rappresenta la sproporzione. Nel caso in esame la commentatrice si è rivolta a uno studio legale che ha azzerato le pretese e rilanciato chiedendo per iscritto modalità e chiarimenti sull’iniziativa assunta. «In difetto di un puntuale riscontro, la mia assistita si riserva di esercitare ogni diritto previsto dalla normativa vigente e di sottoporre il trattamento alla valutazione del Garante per la protezione dei dati personali e delle altre autorità competenti, anche con riguardo alla liceità, necessità e proporzionalità delle informazioni raccolte rispetto alla finalità dichiarata», si legge nella risposta scritta dall’avvocato Federico D’Angelo Giordano. Il legale racconta a Domani che la storia si è chiusa lì perché dopo le sette pagine la controparte si è dileguata alla ricerca di nuovi clienti.

Nella missiva del legale della signora vengono ricostruite anche le società e le modalità con le quali è stato scovato il commento. In pratica la richiesta risarcitoria si accompagna a un «rapporto denominato “Report identificazione soggetto” predisposto dalla società Kriteria». Quest’ultima è una società d’investigazione che opera in ambito di intelligence per affiancare aziende, privati e professionisti. Poi viene citata la società Antihater, «società con la quale lo studio destinatario della presente (quello di Gargano) ha pubblicamente rappresentato di collaborare», si legge. Di solito la pratica gira attorno a tre fasi, l’individuazione della presunta offesa, la copia forense della dichiarazione lesiva, la ricerca dell’identità del soggetto. Poi successivamente procede il legale.

Antihater è di proprietà di due società, Royal e Mikoy, quest’ultima amministrata da Sabrina Profeta, moglie proprio del legale dei vip, Edno Gargano. Gargano segue diversi clienti, che fanno cassa spillando denaro a chi esagera e sconfina. Non tutti, però, si rivolgono ai suoi servizi. In un approfondimento sul tema Selvaggia Lucarelli aveva riportato i modi e anche i nomi di volti noti: da Italo Bocchino a David Parenzo, da Morgan a Licia Ronzulli, da Simone Pillon fino a Daniele Capezzone e Susanna Ceccardi. Alcuni teorici del politicamente scorretto, tranne quando “lo scorretto” è rivolto a loro. «Mi hanno seguito alcune pratiche, ma li ho trovati troppo aggressivi», dice Bocchino. Che ha sostituito Gargano e, come altri, si è affidato a Talento company.

Il passo falso

Torniamo alla lettera con la quale l’avvocato Giordano ha stoppato le pretese risarcitorie di Al Bano. Lettera nella quale c’è l’evidenza che il raggio d’azione è molto ampio, sotto accusa finiscono frasi e parole che in tribunale troverebbero poca strada. Si tratta di un commento sotto un post nel quale si parlava di Al Bano e delle sue posizioni sulla guerra in Ucraina. A un certo punta la signora scrive: «Coglione no, fa soldi e ha successo da mezzo secolo. Grande str@». Frase che è stata ritenuta lesiva, in realtà «la signora non attribuisce affatto al sig. Carrisi l’epiteto richiamato: l’incipit “Coglione no” lo nega in modo testuale e inequivoco», si legge nella replica. La signora grazie al lavoro dei professionisti che l’hanno difesa non ha pagato. Ma quanti, invece, preferiscono pagare per evitare contenziosi con vip e famosi personaggi tv?

Di recente un caso che ha fatto molto discutere è stato quello che ha coinvolto Ranucci. A seguire la pratica c’è proprio Gargano che ha chiesto 5mila euro a un operaio. «Io ho chiesto il nome di questo signore, se davvero si tratta di un operaio ritiro la richiesta. Detto questo io ho dato mandato al legale di difendere la mia reputazione, la maggior parte delle spese finisce nella ricerca dell’identità del soggetto che ha diffamato», dice l’ex conduttore di Report. Ma non c’è un’evidente sproporzione di ruoli e potere? «E chi mi risarcisce di quanto ho perso, quasi 50mila euro di spese legali, di quello che ho subito? Se non pagano io mi rivolgo alla giustizia ordinaria. Hanno insultato me e la mia famiglia in base ad alcune fake scritte da alcuni giornali, questa è la prima azione per ripristinare la mia dignità e storia, poi arriveranno querele a giornali e giornalisti», conclude.

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