A Siculiana (Agrigento) una lapide ricorda i nomi di 438 «siciliani infoibati tra Trieste, Istria e Fiume». Ma «infoibati» significa una cosa precisa, mentre la maggior parte dei nomi scolpiti riguarda persone appartenenti a corpi armati della Repubblica sociale italiana e deceduto in combattimento, in attentati, deportazione o prigionia. Questo non significa che quelle morti “non contino”. Significa che non possono essere tutte ricondotte, senza spiegazione, alla categoria incisa sul monumento
Siculiana è un paese alle spalle della costa agrigentina, dove la luce tiepida del pomeriggio si posa sui palazzi bassi, sulle chiese normanne, sulle piazze dove ci si saluta perché è davvero raro che non ci si conosca: poco più di 4mila abitanti. Alberto Moravia ci soggiornò per un po’, per scriverci L’attenzione e ne ha lasciato una definizione: «Un paese perfetto, nato dalla terra». In uno degli spazi pubblici, la villa comunale intitolata a Falcone e Borsellino, è stata inaugurata qualche giorno fa una pietra commemorativa: una lastra bronzea, verticale, con incisi in lettere piene decine di nomi, decine di cognomi.
Sulla sommità del monumento c’è un numero, 438, e accanto una dedica: «Ai siciliani infoibati tra Trieste, Istria e Fiume», un’affermazione letteralmente lapidaria. Le cronache locali raccontano la presenza delle autorità civiche e dei rappresentanti dello Stato: il sindaco, il consiglio comunale, le associazioni di categoria. Tra loro, la figura di un senatore che in Italia è legata alla costruzione politica e normativa del Giorno del ricordo, Roberto Menia, ex missino oggi in Fratelli d’Italia, e il messaggio inviato dal parlamentare Piero Fassino — che negli ultimi tempi si distingue soprattutto per cercare di mettersi contro al suo stesso partito — letto dalla consigliera Angela Indelicato. Sullo sfondo, i residenti, i parenti, i curiosi: sguardi che scorrono da una riga all’altra della lastra, cercando un nome familiare o un’eco di passato.
La scena ha una sua solennità, che non coincide però con la semplicità del gesto. Ci sono le famiglie, i volti segnati, le mani che sfiorano le lettere incise. Una donna anziana, di novantadue anni, si ferma davanti a un nome: è quello del padre, di cui porta ancora il cognome nel profilo famigliare. È un preciso momento di commozione, la relazione fisica con la memoria, la traccia incisa. In questi gesti, la pietra si trasforma da oggetto in simbolo, da segno in gesto di relazione, da elenco di nomi in luoghi della memoria privata.
«Infoibati»
Ma la memoria pubblica non è un gesto privato. È un atto sociale e politico. Quando una comunità sceglie di dedicare un monumento a un evento, a una categoria di persone, appunto a un insieme di vite spezzate, quella scelta non riguarda solo chi partecipa quel giorno: riguarda chi leggerà quei nomi domani, e tra dieci anni, e tra venti. Occorre allora chiedersi che cosa tocchiamo quando tocchiamo quelle lettere nel metallo. Che cosa, esattamente, vogliamo dire quando usiamo una parola — come infoibati — che porta con sé una specificità storica e una storia di contrasti culturali e politici.
Perché infoibati non è una parola generica. Non è una parola che descrive un destino indefinito. È una parola che ha origine in un luogo, in una modalità specifica di violenza e di morte in un periodo storico dato. Quando viene usata in un monumento pubblico, sospinge il lettore oltre la superficie del ricordo. Richiede un certo rigore nel contenuto, e una chiarezza nei criteri e nella trasparenza nelle fonti. Richiede che chi la inaugura sappia esattamente che cosa sta commemorando — e perché.
E così, mentre arriva la sera e la città riprende il suo ritmo quotidiano, resta lì quel numero inciso, e accanto i nomi: un elenco che chiama a una domanda sola — non emotiva, non polemica, ma storicamente concreta — sul senso e sui confini di quella memoria scolpita.
La parola infoibati non nasce come categoria astratta. È legata a un territorio preciso — il Carso, l’Istria, l’area giuliana — e a una modalità altrettanto precisa di uccisione e occultamento dei corpi nelle cavità carsiche tra il 1943 e il 1945. Non è un sinonimo generico di morto in guerra. Non indica chiunque sia scomparso nel caos del confine orientale. È una parola che porta con sé un luogo, un tempo, una dinamica. E proprio per questo, nel corso dei decenni, è diventata anche una parola contesa.
Nel dopoguerra la vicenda delle foibe rimase ai margini del discorso pubblico nazionale, intrecciata al più ampio dramma dell’esodo giuliano-dalmata e alla ridefinizione dei confini tra Italia e Jugoslavia. Con la fine della Guerra fredda e la ridefinizione degli equilibri politici interni, quella memoria è riemersa con forza crescente. La legge che ha istituito il Giorno del ricordo ha segnato un passaggio decisivo: lo Stato ha scelto di riconoscere ufficialmente quella tragedia, inserendola nel calendario civile.
Ma ogni riconoscimento istituzionale implica una costruzione narrativa. E ogni costruzione narrativa comporta una selezione, un linguaggio, una definizione. Per esempio gli storici che si sono occupati del confine orientale insistono su un punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico: le violenze del 1943 e del 1945 non possono essere comprese fuori dal contesto della guerra nei Balcani, dell’occupazione fascista della Jugoslavia, della repressione nei confronti delle popolazioni slovene e croate, della radicalizzazione del conflitto dopo l’8 settembre 1943. Trieste, Fiume, l’Istria non sono stati solo luoghi di vittime italiane; sono stati teatri di una guerra complessa, dove si sovrapponevano guerra d’occupazione, guerra civile, guerra di liberazione nazionale. Questo non relativizza le foibe: le colloca. Ed è proprio quella collocazione che dà senso alla parola.
Quando infoibato viene usato in modo estensivo, fino a includere chi è morto in combattimento, chi è caduto in un attentato, chi è stato deportato o disperso, la parola cambia significato. Diventa una categoria così ampia da essere indistinta, che smette di indicare una modalità specifica e finisce per designare un destino collettivo, un'appartenenza nazionale, una condizione di vittima. Così il confine tra storia e memoria si assottiglia fino a annullarsi.
Il monumento di Siculiana
In un monumento pubblico, questa distinzione non è un dettaglio tecnico. È il cuore del messaggio. Se si sceglie di incidere infoibati, si compie una scelta precisa: si afferma che quei nomi corrispondono a quella modalità di morte. Se invece si intende ricordare un insieme più ampio di vittime del confine orientale — caduti, dispersi, deportati, militari, civili — allora la parola almeno dovrebbe essere un’altra. E prima ancora di entrare nei singoli nomi, è necessario comprendere questo passaggio: non stiamo discutendo se le foibe siano esistite o se debbano essere ricordate. Stiamo discutendo come vengono definite e a chi viene attribuita quella definizione.
Perché una memoria pubblica è ovviamente tanto più solida quanto più è precisa. Quando le categorie si allargano senza dichiararlo, quando le definizioni si fanno elastiche, quando un termine specifico diventa contenitore indistinto, la memoria rischia di perdere il suo fondamento storico. Ed è a questo punto che si impone un passaggio ulteriore: capire come è stato costruito l’elenco inciso a Siculiana, quali criteri siano stati adottati, quali fonti consultate, quali verifiche compiute.
Un monumento che incide quattrocentotrentotto nomi sotto la formula «siciliani vittime delle foibe» compie una classificazione. E una classificazione, per essere credibile, deve essere verificabile. A Siculiana, però, ai nomi non sono affiancate date, reparti, circostanze. Non c’è una nota metodologica, non c’è un criterio esplicitato, non c’è un elenco pubblicato che consenta di risalire alle fonti usate per comporre quella lista.
È stato necessario allora partire dalla pietra e ricostruire l’elenco per via indiretta: immagini pubbliche, riprese, fotografie del monumento. Da ciò che era leggibile con certezza è stato isolato un primo campione di nominativi. La verifica è stata condotta consultando l’Albo caduti e dispersi della Repubblica sociale italiana (edizione 2019), un repertorio che raccoglie dati anagrafici e circostanze di morte di persone inquadrate nelle strutture della Rsi: militari, forze dell’ordine repubblicane, reparti armati, volontari politici.
L’Albo non è un elenco di infoibati. E questo è decisivo. In quelle schede si trovano caduti in combattimento, morti in bombardamento, uccisi in azioni armate, deportati, morti in prigionia. Talvolta compare l’indicazione di infoibamento, ma come circostanza specifica, non come regola. È su questo piano che si misura lo scarto tra ciò che è stato inciso sul monumento e ciò che raccontano le fonti consultate.
La lista dei nomi
Nel campione verificato, alcuni nominativi risultano effettivamente indicati come infoibati. Corfù Paolo, nato a Gela nel 1920, milite della Gnr, risulta deceduto nel giugno 1944 nell’area di Pisino-Pedena con indicazione di infoibamento. Curatolo Salvatore, nato ad Acireale nel 1912, inquadrato nella Polizia repubblicana, risulta associato alle foibe di Claunicco nel goriziano. Questi casi rientrano nella categoria evocata dal monumento.
Ma la gran parte dei nominativi del campione conduce altrove, in luoghi e circostanze che non hanno a che fare con l’infoibamento, e che spesso riguardano reparti armati e strutture del regime repubblicano fascista. Arrabito Guglielmo Gianni, nato a Scicli nel 1916, è indicato come maggiore dell’Aeronautica nazionale repubblicana, comandante di gruppo caccia: muore nel luglio 1944 in cielo, sopra Monfalcone. È una morte di guerra, un evento bellico documentato, non una foiba. Barone Livio, nato ad Adrano nel 1895, sergente della Gnr, muore a Trieste nel febbraio 1945 in seguito a una bomba sulla caserma: anche qui, un contesto di conflitto armato, non l’infoibamento.
Ci sono poi schede che aprono un altro capitolo: deportazione e prigionia. Contino Biagio, nato a Cattolica Eraclea nel 1902, è registrato come volontario sindacale e soprattutto segretario del Partito fascista repubblicano a Cormons: non un semplice “inerme travolto”, ma un dirigente politico di un apparato di regime. La scheda lo colloca nella cornice della deportazione e della morte nel maggio 1945. Anche qui la categoria “vittima delle foibe” non è neutra: attribuire a quel nome una modalità di morte specifica richiederebbe un riscontro documentale che, in questa scheda, non compare proprio. Coppolino Flaminio, capitano Iml e comandante della 5ª unità collegata a Pola, risulta anch’egli deportato nel maggio 1945. Blundetto Tommaso, vice brigadiere della Polizia repubblicana, risulta morto per deportazione a Gorizia. Marrone Giuseppe, sottocapo della Marina repubblicana in servizio alla Capitaneria di porto di Fiume: muore in prigionia. Azzolina Mario, brigadiere della Guardia di finanza repubblicana, risulta prelevato a Gorizia nel 1945 e muore in carcere nel 1947, in Slovenia.
Alla stessa sequenza di catture e deportazioni successive alla fine del conflitto rimandano anche altre schede. Giuseppe Scionti, appartenente alla Polizia repubblicana della questura di Trieste, risulta catturato nel maggio 1945 e deportato in prigionia. Natale Libero Totaro, militare della Guardia nazionale repubblicana, è indicato come disperso o morto in prigionia in territorio jugoslavo. Salvatore Rapisarda, vice brigadiere della Polizia repubblicana, compare nelle fonti come prelevato e successivamente deportato. Domenico Naselli, militare della Gnr del terzo reggimento, risulta deportato nel maggio 1945 nell’area di Villa del Nevoso; circostanza analoga è registrata per Orazio Musumeci, caporale maggiore della Gnr ed ex carabiniere, indicato come deportato a Gorizia nei primi giorni di maggio del 1945. Anche Francesco Montegno, brigadiere della Guardia di finanza repubblicana in servizio presso la sesta legione distaccata a Fiume, risulta deportato nello stesso periodo nell’area di Matteria.
Accanto a queste vicende emergono poi circostanze di combattimento o attentati legati al contesto militare del confine orientale negli ultimi mesi della guerra. Sanfilippo Giuseppe, militare della Gnr del primo reggimento, muore a Trieste nel febbraio 1944 in seguito a un bombardamento sulla caserma di via De Amicis; nello stesso contesto compare anche il nominativo di Bruno Tripli, militare del medesimo reparto. Riganò Salvatore, appartenente alla Polizia repubblicana, risulta ucciso nel luglio 1944 nell’area di Monfalcone. Carmelo Paratore, caporale maggiore della Gnr ed ex carabiniere, compare nelle schede con indicazione di morte nel 1944 nell’area di Villa Nevoso-Primano. Antonio Paternostro, militare della GNR, risulta deceduto nel maggio 1944 in seguito a ferite riportate nell’area di Divaccia-Erpelle. Anche Santo Voi, sergente della Gnr, compare nelle fonti con indicazione di morte a Trieste nel giugno 1945 in seguito a un attentato.
Nello stesso campione compaiono anche vicende che spostano il baricentro geografico lontano dall’area carsica: Costa Angelo, nato a Caltanissetta nel 1911, risulta inquadrato nella Legione Cc.Nn., e muore addirittura in Montenegro nel dicembre 1943 in un bombardamento; Gazzitano Francesco, nato ad Agrigento nel 1924, Guardia di Finanza mobilitata, muore a Cettigne, sempre in Montenegro, nel settembre 1943. Qui non c’è solo una questione di modalità di morte: c’è un problema di teatro operativo. Inserire in un elenco di “vittime delle foibe” chi muore in Montenegro in un evento bellico significa estendere la categoria fino a farle perdere ovviamente ogni specificità.
Mettendo insieme queste schede, emerge un dato che non può essere trattato come un dettaglio. Nel campione verificato l’indicazione di infoibamento compare in una quota decisamente minoritaria. E qui emerge un nodo storico più problematico. La maggioranza dei nominativi ha un altro elemento comune: risulta invece appartenere a corpi armati della Repubblica sociale italiana — Gnr, Guardia di finanza repubblicana, Polizia repubblicana, Aeronautica nazionale repubblicana, Legioni Cc.Nn., reparti militari — e decede in combattimento, in bombardamenti, in attentati, in deportazione o in prigionia. Più che infoibati, dunque: repubblichini.
Il senso della memoria pubblica
Questo non significa che quelle morti “non contino”. Significa che non possono essere tutte ricondotte, senza spiegazione, alla categoria incisa sul monumento. E significa, soprattutto, che l’assenza di informazioni contestuali sul monumento — date, luoghi, circostanze, criteri — impedisce al lettore di distinguere tra storie diverse che vengono invece appiattite sotto un’unica definizione.
È qui che lo scarto diventa politico. Non perché si debba “processare” i morti. Ma perché una memoria pubblica che si pretende istituzionale non può funzionare come un contenitore indifferenziato. Quando tra i nomi compaiono dirigenti del Pfr o appartenenti a formazioni del regime, la dimensione ideologica non è un dettaglio: è parte della biografia. E se quella biografia viene ricollocata sotto la formula “vittime delle foibe” senza criteri e senza trasparenza, la memoria smette di essere ricostruzione e diventa propaganda.
Tra le figure che emergono in questo quadro compare anche quella di Vincenzo Serrentino, dirigente fascista e ufficiale della Milizia volontaria per la Sicurezza nazionale. Dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Repubblica sociale italiana e nel novembre dello stesso anno venne nominato capo della provincia — di fatto prefetto — della città di Zara. Durante il suo incarico collaborò con le autorità tedesche nell’amministrazione della città e nella repressione del movimento partigiano jugoslavo, partecipando anche all’attività del tribunale straordinario di Zara che emise numerose condanne a morte contro partigiani e oppositori. Dopo la guerra fu catturato dalle autorità jugoslave, processato per crimini di guerra e fucilato nel 1947 a Sebenico. Anche in questo caso non si tratta di un infoibamento ma di una esecuzione successiva a un processo per responsabilità politiche e militari espressamente legate al regime della Repubblica sociale.
Un monumento di questo tipo non nasce per caso. È il risultato di un percorso amministrativo, di una volontà politica, di una scelta consapevole su cosa ricordare e in che modo farlo. La presenza delle autorità locali all’inaugurazione e, soprattutto, quella del senatore Roberto Menia, promotore della legge istitutiva del Giorno del ricordo, collocano l’iniziativa dentro una traiettoria precisa della destra italiana: quella che negli ultimi vent’anni ha trasformato la memoria del confine orientale in uno dei propri pilastri identitari.
Menia non è una figura neutra nel dibattito pubblico sulla storia. Il suo percorso politico attraversa l’area del neofascismo italiano e le sue immagini del passato, compresa quella fotografia che lo ritrae mentre esegue il saluto fascista alle spalle di Gianfranco Fini, appartengono a una cultura politica che non ha mai considerato la memoria del novecento come terreno esclusivamente storiografico. La sua presenza all’inaugurazione non è un dettaglio, ma una dichiarazione di continuità tra una certa idea di nazione e una certa idea di storia.
In questo quadro il monumento di Siculiana assume un significato che va oltre la singola piazza. Quando si sceglie di incidere quattrocentotrentotto nomi sotto una categoria unitaria, senza distinguere tra infoibati, caduti in combattimento, appartenenti a reparti della Repubblica sociale o dirigenti politici del regime, si compie un’operazione che produce effetti sulla memoria collettiva. Si offre un’immagine compatta di vittimizzazione nazionale che assorbe dentro di sé biografie diverse e, in alcuni casi, compromesse con l’apparato fascista repubblicano.
Il discorso pubblico della destra parla spesso di pacificazione. Che senso ha il termine pacificazione, se coincide con la semplificazione delle categorie e sull’elisione delle responsabilità storiche? La storia del confine orientale comprende le foibe, comprende l’esodo, comprende soprattutto l’occupazione fascista della Jugoslavia, la repressione, i campi di concentramento italiani, la violenza esercitata prima del 1943 e dopo l’8 settembre. Una memoria che isola un segmento e lo dilata fino a farlo coincidere con un’intera costellazione di morti produce una lettura parziale che finisce per normalizzare ciò che dovrebbe essere contestualizzato.
Qui il problema non è soltanto la correttezza archivistica di alcuni nominativi. È la trasformazione di una categoria storica in strumento politico. Quando militari della Rsi e dirigenti del Pfr vengono ricollocati indistintamente sotto la dicitura “vittime delle foibe”, il risultato è palesemente una forma di riabilitazione simbolica.
La responsabilità di questa operazione ricade su chi l’ha promossa e legittimata. Se l’elenco è stato costruito senza una commissione storiografica pluralmente riconosciuta, se i criteri non sono stati resi pubblici, se non esiste una documentazione consultabile che consenta a chiunque di verificare la correttezza delle classificazioni, allora il monumento si sottrae al controllo democratico pur occupando lo spazio pubblico. La memoria, quando diventa istituzione, deve accettare il confronto con le fonti. Il rischio non è soltanto l’imprecisione. È la costruzione di una lettura del passato che tende a equiparare, a neutralizzare le differenze, a dissolvere il contesto storico in un’unica storia di vittime italiane.
Siculiana oggi ospita un monumento che racconta una versione dei fatti incompleta. Sta alle istituzioni spiegare come quella versione sia stata costruita, quali criteri siano stati adottati, quali fonti siano state utilizzate e perché biografie legate all’apparato della Repubblica sociale risultino inglobate dentro una categoria che indica un’altra storia. Altrimenti la memoria pubblica non diventa luogo di conoscenza, ma spazio di legittimazione, normalizzazione e revisionismo.
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