Solo un italiano su due tra i 16 e i 19 anni ha usato strumenti di intelligenza artificiale negli ultimi tre mesi, la media europea si assesta sul 66,4%. E solo il 40,7% delle scuole statali risulta dotato di un'aula d'informatica. Rossi-Doria: «Se le tecnologie e la capacità di padroneggiarle in modo critico e consapevole non saranno accessibili in modo equo, si creerà un nuovo divario digitale»
L’Italia è terz’ultima in Europa nell’uso tra gli adolescenti di strumenti di intelligenza artificiale. È quanto emerge dal mini-dossier dell’Osservatorio sulla povertà educativa “Intelligenza artificiale, una sfida educativa”, realizzato dall’impresa sociale “Con i bambini” e dalla fondazione Openpolis.
Secondo Marco Rossi-Doria, presidente dell’impresa sociale, questo divario, aggiunto a quello storico sull’alfabetizzazione digitale, rischia di trasformare l'Ia in un «formidabile moltiplicatore delle disuguaglianze»: «Si creerà un nuovo "divario digitale" se le tecnologie e la capacità di padroneggiarle in modo critico, consapevole e articolato non saranno accessibili in modo equo». Le rivelazioni del dossier, infatti, tracciano un quadro allarmante.
I dati
In Europa la media degli adolescenti dai 16 ai 19 anni che fanno uso di strumenti di intelligenza artificiale si assesta sul 66,4%, con picchi che superano il 70%. In Estonia, ad esempio, l’89,3 per cento dei giovani ha utilizzato l’Ia negli ultimi tre mesi. Segue la Grecia, con l’85,05 per cento, la Slovacchia, con l’83 insieme alla Danimarca, e la Repubblica Ceca, con l’82,70.
Nel nostro paese, invece, solo il 51,9 per cento dei giovani tra i 16 e i 19 anni ha dichiarato di aver utilizzato strumenti di Ia generativa negli ultimi tre mesi. L’Italia si posiziona quindi penultima in Unione europea, superata solo dalla Romania che si ferma invece al 48,22 per cento. Osservando gli usi scolastici sul podio si trovano nuovamente l’Estonia (al 75,5%), Malta (74,7%) e Portogallo (70,2%), mentre l’Italia si colloca al quartultimo posto con il 41,1%.
Anche per quanto riguarda gli usi dell’Ia per scopi privati il paese è nuovamente agli ultimi posti con il 24%. Nei primi tre posti si trovano invece Grecia con il 75,3%, Cipro con il 75,2% e la Lituania con il 65,6%.
Guardando alle motivazioni che spingono i giovani italiani a non utilizzare questi strumenti, si osserva che il 74,6% ha la percezione di non averne bisogno, mentre solo il 3% non ne conosceva l’esistenza. Quasi il 9% afferma di non saperla usare, una quota superiore alla media europea che si assesta sul 7,3%.
Per Openpolis, questo fenomeno merita particolare attenzione: «Pur trattandosi di una minoranza, questo dato evidenzia come una parte degli adolescenti possa incontrare difficoltà nell’avvicinarsi a strumenti che stanno rapidamente entrando nella vita quotidiana, nei percorsi di studio e, sempre più spesso, nelle future esperienze lavorative», si legge nel report.
Un altro dato che desta preoccupazione è quello della disponibilità di aule d’informatica negli edifici scolastici statali italiani. Solo il 40,7% dei plessi ne risulta dotato, e la loro distribuzione sul territorio mostra un profondo divario fra nord e sud. Toscana, Liguria e Piemonte sono le regioni più dotate, con rispettivamente il 60%, il 59,1% e il 53,6%. Non si può dire lo stesso per il Centro e il Mezzogiorno: in fondo alla classifica si trovano Abruzzo con il 27,8%, Calabria con il 27,2% e Lazio con il 25,4%.
La stessa spaccatura la si trova analizzando la presenza di dotazioni tecnologiche nei centri urbani e nelle periferie. Nei comuni principali le aule informatiche sono presenti nel 41% degli edifici, mentre la percentuale scende progressivamente nei comuni intermedi (37,8%) e in quelli periferici (37%), toccando il minimo in quelli ultraperiferici (33,8%). A guidare la classifica con le percentuali più alte di presenza di aule informatiche troviamo Pavia, Modena e Aosta, gli unici centri che superano l’80%, mentre agli ultimi posti troviamo Catanzaro, Cosenza e Latina, tutti sotto al 10%.
Cosa possono fare le scuole
Negli ultimi anni l’Italia, e l’Europa, hanno già legiferato sull’uso dell’intelligenza artificiale più volte. L’AI Act del 2024 stabilì una classificazione dei sistemi di Ia in base alla minaccia per sicurezza e diritti fondamentali dell’uomo, posizionando l’uso di questi strumenti in ambito scolastico nella fascia ad alto rischio. In Italia, invece, la legge 132 del 2025 introdusse dei limiti di età per l’accesso a questi strumenti, imponendo il consenso dei genitori per l’accesso a queste tecnologie per i minori.
Quest’anno a giugno è stato approvato dal Consiglio dei ministri un decreto per completare l’allineamento con le disposizioni dell’AI Act, disponendo l’aggiornamento dei programmi scolastici del secondo ciclo per integrare l’Ia generativa nei percorsi di studio, l’inserimento dell’Ia nell’educazione civica, con attenzione ai profili etici e alla cittadinanza digitale e la formazione stabile dei docenti sul funzionamento dei sistemi.
Per Openpolis, però, ciò non basta, perché accanto alla regolazione è necessaria una reale formazione. «L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto formare utenti in grado di utilizzare queste tecnologie ma cittadini consapevoli delle loro potenzialità, dei loro limiti e delle implicazioni che comportano per la società», si legge sul sito della fondazione.
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