Non è più una promessa. È già realtà. E cambia tutto: potere, economia, guerra, diplomazia. Il convegno della Società italiana per l’organizzazione internazionale fotografa un passaggio che somiglia più a una frattura storica che a una semplice evoluzione tecnologica. «Siamo immersi in un momento di profonda trasformazione tecnologica», avverte il presidente Sioi Riccardo Sessa, una trasformazione che investe «identità, vita quotidiana» e soprattutto «gli equilibri tra le potenze».
Il punto di partenza è netto: il futuro non va atteso, va governato. Perché è già qui. I computer quantistici, i robot autonomi, le interfacce cervello-macchina non appartengono più alla fantascienza. E l’intelligenza artificiale, nel giro di pochi anni, promette di superare la capacità cognitiva umana. Non di poco, ma — come viene ripetuto al convegno — «infinitamente».

Come la scoperta del fuoco

È Alessandro Pansa a fissare la misura della discontinuità: l’intelligenza artificiale ha un «impatto paragonabile alla scoperta del fuoco». Non un’innovazione tra le altre, ma un salto di civiltà. E come ogni salto di civiltà, porta con sé una redistribuzione del potere. Il rischio, evocato senza ambiguità, è quello di un nuovo “tecno-feudalesimo”, in cui le grandi piattaforme private erodono la sovranità degli Stati e condizionano le democrazie.
Dentro questa frattura, la posizione italiana appare meno marginale di quanto si creda. «Non siamo secondi a nessuno», rivendica Pansa sul piano delle competenze. Il problema è un altro: «compriamo tutto fuori». È la fotografia di una dipendenza tecnologica che rischia di diventare strutturale se non viene affrontata con strumenti industriali. La risposta indicata è triplice — «industria, governance e investimenti» — e implica una scelta politica prima ancora che economica.
I numeri, però, raccontano anche un’altra storia. Francesco Ubertini, presidente del Cineca, ricorda che l’Italia è «terza al mondo per potenza computazionale dichiarata» e potrebbe presto salire al secondo posto. Il supercalcolatore Leonardo segna un salto di scala difficilmente ignorabile: «un’ora di lavoro equivale a 920 anni di un computer tradizionale».

L’Italia non è spettatrice

Eppure, anche qui, la linea di faglia è evidente. L’Europa — e con essa l’Italia — eccelle nelle infrastrutture e nella ricerca, ma fatica a trasformare innovazione in mercato. «La sfida dell’intelligenza artificiale non l’abbiamo persa», insiste Ubertini, «ma soprattutto non la possiamo perdere». È un monito che suona come una diagnosi: il ritardo non è tecnologico, è industriale.
Sul piano politico e teorico, il quadro si complica. Marco Emanuele invita a non sottovalutare la portata della trasformazione: «non siamo in una fase di cambiamento», ma dentro una «vera e propria trasformazione». La nozione di sovranità tecnologica, osserva, è scivolosa; più solida è quella di autonomia strategica. E soprattutto, accanto alla competizione globale, emerge una questione etica che non può essere risolta con principi astratti, ma con una «etica pragmatica» costruita nella governance.
C’è poi il terreno più avanzato, quello del quantum. Qui, controintuitivamente, l’Italia parte da una posizione di forza. «Sul quantum siamo più forti che sull’intelligenza artificiale», spiega Tommaso Calarco. Non è una dichiarazione di principio, ma un dato industriale: aziende italiane competono ai vertici europei nelle comunicazioni quantistiche. Le applicazioni — dalla crittografia inviolabile alla sensoristica avanzata — ridefiniscono già oggi il concetto stesso di sicurezza. «Un quanto non si può spezzare a metà», sintetizza Calarco.

A chiudere il cerchio è la diplomazia. Perché se il potere passa per tecnologia e dati, anche la politica estera deve cambiare natura. «Chi controlla standard e infrastrutture esercita di fatto il potere», afferma Diego Brasioli. Non è più solo una questione di trattati, ma di architetture tecnologiche. Da qui la scelta della Farnesina di dotarsi di una struttura dedicata alla diplomazia cibernetica e all’innovazione. E da qui anche un cambio culturale: «la rigida divisione tra discipline Stem e umanistiche sta perdendo senso».

La conclusione non indulge all’ottimismo facile, ma neppure al declino. L’Italia non è spettatrice. È dentro la partita, con numeri e competenze che la collocano tra i protagonisti. Ma restare in gioco non basta. Serve — è il filo rosso che attraversa tutti gli interventi — una capacità di sistema che oggi manca. «Abbiamo un disperato bisogno di fare sistema», avverte Sessa, indicando anche la condizione: «mantenere sempre l’umanità al centro».

È una formula che può suonare retorica. Ma dentro una trasformazione che promette di ridefinire l’intelligenza stessa, diventa un criterio politico. E, forse, l’unico argine possibile.

© Riproduzione riservata