L’uomo, che ha presentato richiesta di protezione internazionale in Italia, è stato arrestato lo scorso 30 settembre dietro mandato dell’Interpol, ma sulla vicenda pesano diverse ombre. Il 5 marzo la Corte d’appello di Roma dovrà pronunciarsi sulla richiesta turca, con il rischio di subire in patria una persecuzione politica. Il ministero della Giustizia avrebbe il potere di decidere, come ha fatto con Abedini o Almasri
Il 5 marzo la Corte d’appello del tribunale di Roma dovrà pronunciarsi in merito alla procedura di estradizione avanzata dalla Turchia di un cittadino di origine curda, che ha presentato nel 2023 all’Italia la richiesta di protezione internazionale per il rischio di subire in patria una persecuzione politica. L’uomo è stato arrestato dalla squadra mobile di Latina il 30 settembre 2025 dietro mandato di arresto della competente divisione Interpol, sulla base di un interrogazione della banca dati Shengen.
Sull’intera vicenda, però, esistono diverse ombre. A partire dal fatto che Azad (nome di fantasia) è stato fermato, in via provvisoria, in esecuzione di una sentenza emessa dal tribunale penale di Bakirkoy, in Turchia, che lo ha condannato alla pena di 13 anni e otto mesi per i reati di furto e lesioni gravi.
Ma «l’accertamento della sussistenza degli ulteriori estremi legittimanti l’estradizione sarà possibile soltanto con l’esame del carteggio non ancora pervenuto dallo Stato richiedente», si legge nel mandato di arresto internazionale.
Di più: secondo uno dei legali di Azad, Aldo Minghelli, «la Corte di Appello di Roma, mediante un parere pro veritate di organi indipendenti, dovrebbe accertare se la pena relativa al reato del 2015 sia prescritta o se risulti, secondo il diritto turco, cessata in relazione al positivo decorso del termine previsto per l’estinzione».
Non soltanto. «I magistrati di Roma, ma anche il ministero della Giustizia italiano, dovrebbero avanzare una richiesta di informazioni alla Turchia e alla Spagna, anche in relazione a un secondo arresto disposto nel paese iberico il 31 ottobre del 2025 con l’accusa di aver organizzato un omicidio. Peccato che, in quella data, si trovava recluso in Italia», aggiunge Minghelli.
Misure cautelari
Nel frattempo l’uomo ha trascorso sei mesi in una cella di un penitenziario del Lazio: la custodia cautelare in carcere venne motivata dai giudici di Latina «con il concreto pericolo di fuga, atteso che l’interessato si era reso irreperibile, ha una fitta rete di contatti con altri suoi connazionali e non ha, inoltre, una stabile attività lavorativa».
In realtà, l’uomo di etnia curda ha poi dimostrato, documenti alla mano, di lavorare regolarmente ad Aprilia come commesso e di essere in attesa della regolarizzazione della sua posizione giuridica di rifugiato per portare la moglie e i figli in Italia e, dunque, di non aver nessuna intenzione di fuggire, tanto meno in Turchia, ovviamente.
Le misure cautelari erano state chieste e giustificate anche dall’esistenza di presunti precedenti penali, ma nell’udienza che si è svolta martedì in Corte d’appello i legali dell’uomo, Aldo Minghelli e Paolo Iafrate, hanno depositato due richieste di archiviazione a suo favore da parte del tribunale di Lagonegro. I legali hanno chiesto in udienza la revoca della misura cautelare o l’applicazione di una misura più mite. La richiesta è stata accolta dai giudici, così l’uomo è stato posto agli arresti domiciliari, in attesa di sapere se giovedì 5 marzo sarà concessa, o meno, l’estradizione.
Infine, in una memoria presentata ai giudici della Cassazione qualche mese fa, gli avvocati hanno dimostrato che in nessuna maniera l’uomo si era reso irreperibile, mentre ora chiedono «sia di accertare la sua condizione di richiedente asilo, sia che la rogatoria ai fini dell’estradizione prosegua in attesa della valutazione del ministero di Giustizia».
Il potere di Nordio
In effetti, secondo quanto prevede l’articolo 718 del codice di procedura penale, il ministro della Giustizia avrebbe la facoltà di revocare le misure cautelari e non concedere l’estradizione.
Una prerogativa che Carlo Nordio ha esercitato di recente, ad esempio, intervenendo nel caso Abedini, intrecciato con l’arresto della giornalista Cecilia Sala a Teheran, con il diniego all’estradizione negli Usa: il cittadino iraniano era stato prima detenuto a Opera e poi rilasciato. Oppure, nel caso Almasri, quando Nordio non è intervenuto, come ha sottolineato la stessa Corte d’appello di Roma nella sentenza che ha scarcerato il generale libico.
Il ministro della Giustizia, dunque, avrebbe il potere di rifiutare l’estradizione, «tenuto conto della gravità del fatto, della rilevanza degli interessi lesi dal reato e delle condizioni personali dell’interessato». E, soprattutto, dell’esistenza di un fenomeno noto come Interpol Abuse, cioè la strumentalizzazione della cooperazione di polizia, visto che questi avvisi vengono utilizzati anche da Stati autoritari per perseguitare all’estero oppositori politici e dissidenti, come lo sono i richiedenti asilo, e come peraltro più volte ha denunciato l’Unhcr, l’organizzazione dell’Onu che si occupa dei rifugiati.
Le red notice
«Proprio la Corte di Cassazione, con due diverse sentenze (la numero 54467/2016 e 31588/2023), riconoscendo le sistematiche violazioni dei diritti umani commesse dal governo turco nei confronti degli oppositori curdi, ha censurato il comportamento del regime turco all’estero, attuato attraverso l’emissione di Red Notice Interpol», fa notare il professore di diritto dell’immigrazione, Paolo Iafrate, l’altro legali di Azad.
E che spiega: «Una red notice è un avviso diffuso dall’Interpol su richiesta di una forza di polizia di uno Stato, che serve a individuare e arrestare una persona ricercata da un determinato paese per metterla a disposizione dell’autorità giudiziaria. Sono un importante strumento di cooperazione giudiziaria internazionale».
Dipende da come uno stato decida di usare questo strumento, dato che la Turchia è un paese noto per la persecuzione dei propri dissidenti politici all’estero. Anche per questo il ministro della Giustizia italiano potrebbe intervenire. Su un caso evidente di Interpol Abuse.
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