«Vedere altri lavoratori coraggiosi che si facevano sentire in Microsoft mi ha dato la forza di fare lo stesso. Invito tutti a informarsi e a non pensare che i problemi degli altri non siano i nostri solo perché sono lontani da noi. Il sionismo sta influenzando la nostra vita quotidiana in modo terribile. Essere informati, protestare e boicottare sono le nostre armi più potenti». Così Nour, che preferisce rendere noto solo il suo nome per timore che la sua sicurezza venga messa in pericolo, ha detto a Domani pochi minuti prima che terminasse il suo ultimo giorno in Microsoft, il colosso tecnologico statunitense, una delle più grandi aziende al mondo per la produzione di software, cloud computing e Ia.

Lavorava da quasi due anni vicino a Milano come tecnico degli ambienti critici in un data center, cioè una di quelle strutture in cui sono contenuti server e sistemi per l’elaborazione e l’archiviazione di dati, che Microsoft ha aperto anche nel Nord Italia. Il suo compito, spiega, consisteva nel garantire il funzionamento sicuro e affidabile delle infrastrutture, incluse quelle necessarie all’alimentazione, al raffreddamento e alla sicurezza della sede.

Qualche settimana fa ha deciso di licenziarsi. Così ha notificato all’azienda le sue intenzioni e ha continuato a operare come sempre. Fino a quando, nell’ultimo giorno di lavoro concordato, il 26 giugno, non ha inviato un’e-mail dall’oggetto: «Chiudere i centri di sorveglianza di massa». Nel farlo è stato supportato da No Azure for Apartheid, un’organizzazione composta da dipendenti ed ex dipendenti Microsoft che chiedono che l’azienda interrompa i rapporti con il governo e l’esercito israeliano. Perché, come si legge nel testo dell’e-mail: «In questo momento, Microsoft sta espandendo massicciamente i suoi data center europei, noti anche come centri di sorveglianza di massa, per utilizzare la Palestina come laboratorio per le sue armi digitali sperimentali. Negli ultimi 994 giorni, Microsoft ha alimentato il genocidio del nostro popolo in Palestina e i data center europei dell’azienda sono fondamentali per il modo in cui Microsoft favorisce i crimini contro l’umanità».

Secondo quanto spiegano i membri di No Azure for Apartheid, infatti, tra i servizi che Microsoft offre allo Stato israeliano ce ne sarebbero alcuni usati per sorvegliare il popolo palestinese e raccogliere informazioni che poi sarebbero utilizzate dall’Idf per colpire gli abitanti di Gaza e per la creazione di programmi di targeting basati sull’intelligenza artificiale. Il 6 agosto dello scorso anno, un’inchiesta congiunta di The Guardian, +972 Magazine e Local Call ha svelato proprio che l’unità di intelligence militare israeliana Unit 8200 avrebbe usato la piattaforma cloud Azure di Microsoft per archiviare ed elaborare grandi quantità di intercettazioni telefoniche di palestinesi nella Striscia e in Cisgiordania, proprio nei server localizzati nell’Unione europea, nei Paesi Bassi.

Dopo l’inchiesta, Microsoft aveva fatto sapere di aver avviato prima un’indagine interna, poi di aver sospeso alcuni servizi. Per i lavoratori, però, l’indagine non sarebbe stata accurata. L’interruzione della fornitura di servizi all’esercito israeliano sarebbe stata solo parziale e «tra il 6 agosto, data in cui la situazione è stata smascherata, e il 15 agosto, data in cui Microsoft ha annunciato l’avvio dell’indagine, Microsoft ha cospirato con l’esercito israeliano per trasferire rapidamente i dati delle intercettazioni telefoniche palestinesi dai Paesi Bassi al data center di Microsoft in Israele. In tal modo, Microsoft ha accelerato l’occultamento di crimini contro l’umanità da qualsiasi autorità di regolamentazione europea o indagine internazionale», si legge sempre nell’e-mail inviata da Nour nel suo ultimo giorno di lavoro.

Come spiega Nisreen Jaradat, una delle organizzatrici di No Azure for Apartheid, il messaggio di posta elettronica dovrebbe aver raggiunto qualche migliaio di lavoratori in tutta l’Ue. Con l’obiettivo di renderli consapevoli dell’operato dell’azienda per cui lavorano. Ma l’invio coordinato di email non è l’unica forma di protesta organizzata dai lavoratori dopo il 7 ottobre 2023: tra le varie che Jaradat racconta, c’è quella dell’agosto dello scorso anno, dopo la quale è stata licenziata insieme ad altri tre colleghi, quando un gruppo di manifestanti è entrato nel quartier generale del colosso tecnologico negli Stati Uniti anche per consegnare al presidente Brad Smith una pergamena lunga 5 metri e mezzo con le firme di oltre 2.000 lavoratori sulla petizione lanciata per chiedere all’azienda di rendere pubblici tutti i legami con l’esercito israeliano e interromperli. Microsoft, contattata da Domani, non ha risposto alla richiesta di commento né sugli effetti della protesta né sul contenuto del messaggio di posta elettronica.

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