Stamattina migliaia di liceali hanno tradotto un passo di Quintiliano sulla musica. Per comprendere e rispettare la letteratura antica serve capirne le contraddizioni. Ma oggi le trombe e i corni che mandano in guerra sembrano più vicini
Dopo le tracce della prova d’italiano, nelle quali sono affiorati con una certa nettezza alcuni temi cari alla parte politica di cui questo Mim è espressione, la curiosità per la versione di latino era inevitabile: negli ultimi tempi, del resto, gli antichi vengono convocati con disinvoltura a dare il loro autorevole assenso alle nostre idee.
La scelta è caduta su Quintiliano, tornato sui banchi della maturità dopo tredici anni: l’ultima volta era il 2013 e a viale Trastevere sedeva da poche settimane Maria Chiara Carrozza, ministra del governo Letta.
Al centro del passo c’è la musica, compagna quasi inseparabile dell’adolescenza: a prima vista, una strizzata d’occhio ai maturandi. Ma guardiamo meglio.
Il primo professore
Marco Fabio Quintiliano, retore e docente, nacque intorno al 35 d.C. a Calagurris, l’odierna Calahorra, nella Spagna nord-orientale: un’altra prova del fatto che molti pilastri della letteratura latina non erano originari di Roma né del Lazio, ma delle province di un impero in espansione. La cultura romana fu mediterranea, mobile e policentrica: un dato che mal si accorda con la grottesca immagine di una Roma etnicamente «pura» – qualunque cosa questo significhi – e proto-atlantica, cara a Elon Musk e a quanti preferiscono riconoscersi negli antichi anziché conoscerli.
A chi ha studiato latino al liceo, il nome di Quintiliano avrà riacceso una di quelle etichette che sopravvivono alla scuola: per iniziativa di Vespasiano, fu il primo professore stipendiato dal fisco imperiale. E anche piuttosto bene: centomila sesterzi l’anno, quanto un alto funzionario dell’Impero. Speriamo che al Mim abbiano colto anche questo dato.
Quintiliano è autore dell’Institutio oratoria, una guida completa alla formazione dell’oratore fin dalla prima infanzia, nella quale fece confluire una dottrina sterminata e il frutto di vent’anni d’insegnamento. Molti ne ricorderanno alcune intuizioni pedagogiche sorprendentemente avanzate, come la condanna delle punizioni corporali o la necessità di assecondare le attitudini del fanciullo. Nel suo progetto educativo anche la musica occupa un posto essenziale: non a caso il passo da tradurre si apre affermando che il Timeo di Platone non può essere compreso da chi non abbia studiato l’armonia, una via per intendere la filosofia e l’ordine del mondo.
La musica che manda in guerra
Segue però un passaggio dal sapore ben più amaro: la musica può infiammare gli animi, un potere assai utile in guerra. Gli eserciti spartani venivano incitati al combattimento da ritmi particolari e «a che altro servono nelle nostre legioni corni e trombe», si chiede Quintiliano, «se non a far sì che, quanto più veemente è il loro suono, tanto più la gloria militare romana si imponga su quella degli altri popoli?».
Qui il pensiero può correre, leggero, ai tifosi che in queste settimane cantano sugli spalti per sostenere le loro nazionali, beati loro. Soltanto due giorni fa, dopo la vittoria sulla Croazia, giocatori e tifosi inglesi hanno intonato Wonderwall degli Oasis: una di quelle scintille immateriali che, senza chiedere carte d’identità o patentini d’appartenenza, creano una comunità anche solo per la durata di una canzone.
Ma lo stesso pensiero può farsi più inquieto. Per i ragazzi che stamattina, un po’ sudaticci, trafficavano con penne, dizionari o calcolatrici, lo spettro di trovarsi un giorno in guerra è molto più vicino di quanto non lo fosse per noi alla loro età. Qualcuno, traducendo quelle trombe e quei corni che infiammano i soldati, avrà forse pensato la stessa cosa; forse l’avrà scritta, forse l’avrà tenuta per sé, come accade agli abbozzi di pensiero che diventano troppo pesanti appena si prova a dar loro forma.
Il passo si chiude sulla fatica, e il pensiero va subito ad Alzarsi all’alba di Mario Calabresi, proposto nella prova d’italiano. Quintiliano osserva che la natura sembra averci donato la musica proprio per alleviarla: insieme, come i rematori che accordano lo sforzo al canto, oppure da soli, quando persino una rozza melodia basta ad alleggerire la stanchezza.
Contestualizzare e rispettare l’antico
E a noi spetta anche la fatica di tornare a Quintiliano e di sottrarlo alla lettura rassicurante del buon maestro o, al massimo, del precettore di corte. Quintiliano è invece una delle molte penne chiamate a fare i conti con il proprio tempo: la Roma del I secolo d.C., che conserva magistrature, Senato e lessico della res publica, mentre il potere reale è ormai nelle mani di uno solo, una monarchia che nessuno osa chiamare con il suo nome. È dentro questa tensione che Quintiliano ripropone i modelli dell’eloquenza repubblicana: non per ingenuità, ma per costruire un oratore ancora capace di servire la communis utilitas. Ma se lo stato tende a coincidere con il principe, come separare il bene comune dall’interesse di chi governa?
È questo nodo che dobbiamo riconoscere in Quintiliano: non perché gli antichi debbano parlare del presente a ogni costo, e tanto meno darci ragione, ma per rispetto dell’antico. Un rispetto che comincia quando accettiamo il peso, spesso scomodo, delle sue contraddizioni.
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