Per l’uomo che ha ucciso Daniela Zinnanti era stato disposto il braccialetto elettronico. Che però non era disponibile: in assenza di investimenti le misure restano inefficaci
«Un altro femminicidio annunciato». Roberto Zinnanti ha definito così l’uccisione della sorella Daniela Zinnanti da parte dell’ex partner, Santino Bonfiglio, a Messina. La donna aveva 50 anni, aveva presentato una denuncia, poi ritirata, come spesso accade nei casi di violenza sulle donne per timore di ritorsioni, per i figli o perché le istituzioni non sempre garantiscono tutela. Lo aveva denunciato una seconda volta, «dopo che l’aveva mandata all’ospedale con sette costole rotte», ha raccontato il fratello. Per questo Bonfiglio era stato posto agli arresti domiciliari, misura che l’uomo di 67 anni, reo confesso, ha violato per uccidere con decine di coltellate la donna.
Il gip aveva disposto l’uso del braccialetto elettronico, che però non era disponibile e sarebbe arrivato solo il giorno dopo il femminicidio. È l’ennesimo caso in cui lo Stato era al corrente ma non è intervenuto, per mancanza di risorse e di tempestività. Ed è allo Stato che la presidente di Differenza Donna, Elisa Ercoli, chiede di assumersi la responsabilità di questo ennesimo femminicidio. Quello di Zinnanti si aggiunge ai dieci femminicidi registrati nel 2026 dall’Osservatorio di Non una di meno, aggiornato all’8 marzo. Dall’inizio dell’anno, il movimento ha registrato anche 22 tentati femminicidi e due casi sono in corso di accertamento. «Le responsabilità sono drammaticamente chiare», ha ribadito Ercoli: «Le forze dell’ordine non sono nelle condizioni di poter attuare un vero monitoraggio, non si investe economicamente per rendere effettiva l’applicazione delle leggi e non si sta lavorando su una formazione che prepari adeguatamente la rete antiviolenza». Così, ha concluso, «la violenza sulle donne non si ferma e i braccialetti non proteggono».
I braccialetti elettronici
Se diversi casi di femminicidio negli ultimi anni hanno portato alla luce i limiti e le criticità dell’uso di braccialetti elettronici, questo dispositivo non deve essere demonizzato. Il problema non è lo strumento, ma la disponibilità e le risorse messe a disposizione. «È una misura utile, perché permette una graduazione di intervento nel campo cautelare da parte dello Stato in relazione al caso specifico», spiega Andrea Calice, procuratore della Repubblica della procura di Tivoli, esperto nel contrasto alla violenza di genere e contro le donne.
Sulla carta è dunque una misura utile ma perché sia efficace servono le risorse. «La parte operativa sfugge alla gestione del magistrato, mentre è responsabilità centralizzata garantire un numero sufficiente di braccialetti elettronici rispetto alla domanda», continua Calice. Dall’approvazione del “codice rosso”, il pacchetto di norme introdotte nel 2019 sulla violenza domestica e di genere, l’uso di questo strumento è aumentato in modo significativo, perché è stato esteso alla misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.
Un ulteriore incremento si è registrato con la legge 168 del 2023 che lo ha applicato anche ai cosiddetti “reati sentinella”, come lo stalking o i maltrattamenti. Con le ultime modifiche della legge, che ha introdotto il reato di femminicidio nel 2025, la custodia cautelare in carcere o gli arresti domiciliari con obbligo di braccialetto elettronico sono poi diventate le misure standard, salvo diversa valutazione del giudice.
La richiesta è dunque aumentata, al contrario della disponibilità. L’ufficio del procuratore della Repubblica di Tivoli ha segnalato in diverse occasioni la scarsità di braccialetti elettronici rispetto alla domanda e le criticità di carattere tecnologico. Ci sono due tipi di dispositivi: quelli usati in caso di domiciliari e quelli per il divieto di avvicinamento, che avvertono anche la persona offesa di un eventuale allarme. Sono questi ultimi, spiega Calice, quelli che mancano maggiormente.
In caso di indisponibilità, c’è una sorta di lista di attesa per programmare l’applicazione del dispositivo in un tempo successivo. «È gravissimo», per Calice, che propone un esempio «estremo»: «Come se un soggetto dovesse andare in carcere e si rispondesse che tutte le celle sono occupate e deve aspettare in attesa che si liberi un posto». Per questo, secondo il procuratore, «deve corrispondere una volontà politica degli organi centrali di mettere a disposizione dei magistrati un numero sufficiente di braccialetti elettronici».
Riforme a costo zero
Chi lavora nei centri antiviolenza e, più in generale, nel contrasto alla violenza sulle donne e la violenza di genere lo ripete spesso: una riforma a costo zero non è una riforma. E, invece, anche nell’ultima legge, approvata il 25 novembre 2025, è stata inserita la clausola di invarianza finanziaria. Servono invece risorse per prevenire e per proteggere, per formare tutti gli operatori che entrano in contatto con una persona che subisce violenza, per intervenire sulle cause strutturali e costruire un sistema che protegga realmente le donne.
Invece, uno dei partiti di governo ha sostenuto di «rispondere con i fatti» alla violenza di genere proponendo con un progetto di legge l’introduzione della «decadenza dall’esercizio di ogni diritto e facoltà in tema di disposizione delle spoglie mortali della vittima» per i coniugi, parti di unioni civili o parenti prossimi condannati per la morte del partner o del congiunto. Lo hanno rivendicato contro le critiche sul dissenso. Ma se la cultura del consenso mira a far sì che la violenza non si generi, la proposta della Lega tutela la donna solo da morta.
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