Dalle immagini delle passeggere riprese sui tram nei circuiti di videosorveglianza ai commenti in una chat interna. L’Atm ha depositato una denuncia alla polizia locale, si va verso l’apertura di un fascicolo in procura
Un telefono in mano e il corpo delle passeggere divulgato senza consenso. A Milano esplode il caso di una chat sessista tra dipendenti di Atm, l'azienda dei trasporti del capoluogo lombardo. La denuncia è partita da una passeggera del tram 15 ed è stata rivelata dalla newsletter “Rassegna Stanca” di Carlotta Vagnoli. La donna ha fotografato una chat tra un dipendente – riconoscibile perché «in divisa atm» – e altri colleghi, dentro a un gruppo dal nome “Ticinese Staff”.
Nella segnalazione si fa riferimento a «fotogrammi di gambe, volti, seni e cosce di donne ignare». L’azienda di trasporti ha dichiarato in una nota di essersi «attivata per fare piena luce sull'episodio e verificare il corretto uso degli strumenti aziendali». Secondo quanto ricostruito dalla testimone, infatti, le immagini sarebbero «riprese dei video del circuito di sorveglianza in disposizione a ogni tram». «Agiremo – si legge nella nota aziendale – in ogni sede opportuna rispetto a qualsiasi irregolarità commessa».
Atm ha quindi depositato alla polizia locale una denuncia riguardo all'uso improprio di immagini delle telecamere di bordo da parte di alcuni dipendenti. Parallelamente, l'azienda procederà anche con un esposto al Garante della Privacy. Lo rende noto la stessa Atm. L'azienda ribadisce inoltre la propria «determinazione contro ogni forma di discriminazione o comportamento lesivo» confermando di adottare «senza esitazione tutti i provvedimenti necessari». La Procura dovrà valutare i contenuti della denuncia e semmai decidere per quale ipotesi di reato aprire il fascicolo.
L'accesso alle immagini di videosorveglianza varia a seconda che si tratti di telecamere pubbliche (strade, piazze) o private (negozi, abitazioni, condomini). In generale, le registrazioni sono considerate dati personali molto sensibili e sono tutelate dal GDPR – cioè il General data protection regulation, il regolamento UE 2016/679 – e dal Garante della Privacy. La visione è sempre limitata e regolamentata.
Conseguenze e reazioni
Sul tema è intervenuto il sindaco Giuseppe Sala. «Atm deve far luce ma anche intervenire, e se verranno individuati dei responsabili non ci siano interventi che rimettano coloro che hanno fatto queste cose in condizione di nuocere ancora», ha sottolineato Sala intervenendo all’evento al Piccolo per i premi in memoria di Giorgio Ambrosoli. «Supponiamo che si tratti di reati, quindi le mie indicazioni ad Atm sono di essere certamente incisivi in analisi e duri anche nei provvedimenti da prendere».
Intanto il Codacons ha deciso di presentare un esposto al garante della privacy e alla Procura di Milano, in cui si chiede di aprire una indagine. «Ci troveremmo di fronte a illeciti sanzionati dal nostro codice penale, che aprirebbero la strada anche ad azioni risarcitorie in sede civile», spiega il presidente codacons Lombardia Marco Maria Donzelli.
I precedenti
Un caso analogo, sempre a Milano, risale al 2023. Nell’agenzia di comunicazione We Are Social venne scoperta una chat, a cui erano iscritti solo i maschi dell'azienda, in cui venivano inviati commenti sessisti e foto di colleghe in bikini ignare, accompagnate da classifiche su chi avesse il fondoschiena migliore.
I contenuti emersero sui social dopo la denuncia del pubblicitario Massimo Guastini, ex presidente dell'Art Directors Club Italiano. Secondo la testimonianza di un ex dipendente, la chat serviva a commentare in tempo reale le colleghe durante le riunioni, a loro insaputa. Nelle settimane seguenti arrivarono centinaia di testimonianze su casi che coinvolgevano oltre 200 agenzie di comunicazione.
Più di recente, ad agosto 2025, è stato invece scoperto il gruppo social “Mia moglie”, poi rimosso da Meta per «violazione delle policy contro lo sfruttamento sessuale di adulti». Nel gruppo centinaia di uomini condividevano foto di corpi femminili con commenti violenti. Il gruppo era venuto alla luce grazie alle denunce di Carolina Capria e Biancamaria Furci.
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