«20 centesimi oggi per avere pane anche domani» è la campagna lanciata dalla catena del biologico per sostenere i produttori. Il presidente spiega l’importanza dell’iniziativa e perché ha deciso di coinvolgere i consumatori
Venti centesimi in più per un chilo di pane per garantire un futuro a chi coltiva il grano e proteggere la sicurezza alimentare. È questo l'obiettivo della campagna «20 centesimi oggi per avere pane anche domani», presentata da NaturaSì l’8 ottobre a Milano. Dal 2 ottobre e fino al 30 settembre 2027, il pane fresco venduto nei punti vendita della catena specializzata in prodotti biologici costa 20 centesimi in più al chilo. Il contributo raccolto sarà destinato agli agricoltori della filiera entro il 15 novembre del prossimo anno.
Come spiega a Domani il presidente di NaturaSì Fabio Brescacin, l'iniziativa arriva in un momento in cui l’agricoltura attraversa una crisi profonda, visti i prezzi del grano che non garantiscono una remunerazione adeguata ai produttori, l’aumento dei costi per coltivarlo e del prezzo del gasolio, che portano sempre più persone ad allontanarsi dalla terra.
Secondo l'Istat, infatti, tra il 2010 e il 2023 il numero di aziende agricole è diminuito del 30,3 per cento e la superficie agricola utilizzata del 4,4 per cento. Nel 2025, inoltre, l’Italia ha importato 97 milioni di quintali di frumento, contro una produzione nazionale di circa 59,5 milioni.
Come funziona la campagna «20 centesimi oggi per avere pane anche domani»?
Da qualche giorno abbiamo aumentato il prezzo del pane di 20 centesimi al chilo. Per il consumatore sono pochi. Per un agricoltore, invece, sono tanti: ad agosto il grano tenero biologico era quotato 33 centesimi al chilo alla Borsa di Bologna. Così il nostro obiettivo è di arrivare a riconoscere ai produttori 53 centesimi ogni chilo, oltre il 60 per cento in più. NaturaSì paga già il grano più delle quotazioni di Borsa, ma abbiamo deciso di chiedere anche ai clienti di partecipare. In sostanza, è come se dicessimo ai consumatori: 10 centesimi li mettiamo noi e 10 voi, visto che l’aumento di prezzo riguarda soltanto il pane, ma la maggiorazione viene riconosciuta agli agricoltori su tutto il grano conferito, compreso quello destinato a prodotti diversi dal pane, come pasta e dolci. Vogliamo dimostrare che pochi centesimi in più al consumo possono rappresentare una grande opportunità per chi produce. Noi siamo una piccola una piccola catena che vuole dare un segnale, in modo che anche altri – che magari hanno volumi maggiori dei nostri – possano fare lo stesso.
Non si rischia di scaricare sui consumatori il costo della crisi agricola?
Dobbiamo smetterla con questo paternalismo verso i consumatori. Naturalmente non si può generalizzare, ma se guardiamo al sistema nel suo complesso oggi soffre di più chi produce rispetto a chi consuma. Parliamo di 20 centesimi al chilo: per chi mangia un etto di pane al giorno sono circa 7 euro all’anno. Il consumatore deve essere consapevole e partecipe delle difficoltà di chi produce il suo cibo. Come diceva il poeta e agricoltore Wendell Berry: «Mangiare è un atto agricolo». Così siamo tutti coinvolti nell’agricoltura perché tutti mangiamo: non possiamo pensare che a risolvere questa crisi siano soltanto la politica o le imprese. Serve una responsabilità condivisa tra agricoltori, distributori, consumatori e istituzioni.
Quanto è grave la crisi dell'agricoltura e quali sono le conseguenze se non si interviene?
La crisi è molto grave e sta progressivamente peggiorando. Anno dopo anno gli agricoltori abbandonano i campi, le aziende chiudono e i giovani hanno sempre meno accesso all'agricoltura perché manca la redditività. Già oggi importiamo circa il 60 per cento del grano: siamo dipendenti da altri paesi per una materia prima fondamentale della nostra alimentazione, in una situazione di crisi geopolitica, il rischio enorme. I nostri agricoltori non riescono a competere con i prezzi di chi coltiva nelle grandi pianure americane, canadesi o dell'Europa orientale, ad esempio. Infatti, in Italia i primi terreni a essere abbandonati sono quelli collinari e montani, dove coltivare costa di più, ma la crisi si sta allargando, anche come conseguenza dell’aumento del costo del gasolio agricolo. Se un’azienda non riesce a pareggiare i bilanci, il primo anno resiste, forse anche il secondo. Ma al terzo chiude: «Se non aveste fatto questa operazione, quest’anno non ce l’avremmo fatta», ci hanno detto alcuni dei nostri agricoltori.
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