Crescere, crescere, crescere. Aumentare la produzione, intensificare, creare nuovi accordi commerciali, aprire nuove rotte, spingere sull’import-export delle materie prime agricole e dei prodotti alimentari. Quando si parla di “nutrire il Pianeta”, questi sono i messaggi che si sentono ripetere più spesso, nei summit, dalle istituzioni internazionali, dai governi, dalle organizzazioni del settore privato, dalle singole aziende.

L’idea è più o meno questa: dobbiamo produrre di più per sconfiggere la fame, che ad oggi colpisce una larga fetta della popolazione mondiale, e raggiungere al più presto il traguardo “fame zero”, uno degli obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite.

In base a questo mantra, organizzazioni globali orientano politiche e investimenti, verso l’espansione dei raccolti, l’ulteriore industrializzazione dell’agricoltura, l’aumento e l’intensificazione degli allevamenti, il boom dell’acquacoltura, e così via. E a cascata, governi e policymaker di tutto il mondo prendono decisioni in questa direzione  – compresa l’Europa, compresa l’Italia.

I dati 

Eppure qualcosa non torna. Oggi abbiamo una produzione agricola che non ha precedenti nella storia (9,9 miliardi di tonnellate di raccolti prodotti a livello globale nel 2023). Ma i numeri delle persone che non hanno accesso al cibo sono allarmanti: 645 milioni di persone (7,8 per cento della popolazione mondiale) hanno sofferto la fame nel 2025, mentre 2,1 miliardi erano in condizioni di insicurezza alimentare (dati Fao).

Intanto si stima che il sistema alimentare nel suo complesso sia responsabile di circa il 30 per cento delle emissioni di gas serra - ma qualcuno parla di percentuali persino più alte.

L’impatto dei nostri sistemi alimentari non riguarda “solo” il riscaldamento globale. Secondo la Fao, l’espansione dell’agricoltura (la creazione di pascoli e di monocolture come la soia, l’olio di palma, il caffè, il cacao) è responsabile del 90 per cento della deforestazione tropicale in luoghi come la foresta Amazzonica o il Sud est asiatico. E quando scompare una foresta, non muore solo un “polmone” della Terra: con essa vengono distrutti interi ecosistemi, si compromettono equilibri, si portano specie animali o vegetali all’estinzione. Lo stesso avviene negli oceani: il mantra della crescita si traduce in flotte di navi sempre più grandi e tecnologiche, vere e proprie industrie galleggianti, che rastrellano i mari, compromettono altri ecosistemi, portano altre specie all’estinzione.

Secondo uno studio del WWF, dagli anni 1970 agli anni 2020 le popolazioni di animali selvatici nel mondo sono calate del 73 per cento: un vero collasso, che spinge molti nella comunità scientifica a parlare di sesta estinzione di massa in corso.

E non è tutto. Abbiamo imparato negli ultimi anni quanto la distruzione degli ecosistemi sia direttamente collegata alla comparsa di nuove minacce sanitarie per la popolazione umana, attraverso virus, batteri, epidemie. Abbiamo visto come queste minacce sanitarie evolvono negli allevamenti intensivi, tanto che da anni il settore combatte contro epidemie ormai endemiche, come l'influenza aviaria o la peste suina africana.

E intanto la ricerca spasmodica di materie prime alimentari sta seminando conflitti in tutti i continenti. In Sud America o in Africa Centrale, comunità che vivono di agricoltura o pesca di sussistenza vengono private delle loro risorse da un sistema industriale sempre più vorace. In diversi scenari, la sfida tra grandi potenze per accaparrarsi risorse agricole, terra, acqua, è diventata una questione strategica, una “corsa” che ricorda molto quella alle terre rare, che in un mondo dagli ecosistemi compromessi e dalle risorse limitate inevitabilmente ci sta portando a tensioni internazionali, o a vere e proprie guerre regionali.

Il festival

Queste sono le contraddizioni e le dinamiche che abbiamo indagato con il documentario How to Feed the Planet – Come nutrire il Pianeta, un film indipendente e di inchiesta con cui abbiamo provato a raccontare il lato oscuro dei sistemi alimentari, ma anche le soluzioni e i modelli possibili per costruire alternative più sostenibili, sane ed eque.

Il film sarà presentato a Bologna il 6 ottobre nell’ambito del WeWorld Festival, la manifestazione promossa dall’organizzazione umanitaria WeWorld, che dal 6 all’11 ottobre porta in città cinema, fotografia, incontri, musica e storie dai Paesi in cui opera, quest’anno attorno al tema “Il margine non è lontano, è solo fuori dal nostro sguardo”. How to Feed the Planet si inserisce in questo racconto interrogandosi su uno dei grandi paradossi del nostro tempo: come e per chi produciamo il cibo che nutre il Pianeta, e a quale costo sociale e ambientale.

Il documentario sarà presentato anche a Torino, al Cinema Lux, e in altre sale italiane. Un viaggio attraverso lo spazio e il tempo per offrire agli spettatori strumenti per comprendere meglio la realtà e compiere scelte più consapevoli, contribuendo dal basso alla costruzione di un sistema alimentare più sostenibile, sano, equo ed etico.

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