Mentre la crescita ristagna, l’inflazione cresce, alimentata dai prezzi dell’energia: nell’eurozona dovrebbe restare almeno al 3 per cento per tutto il 2026 e, anche nello scenario più ottimista, ridiscendere molto lentamente nel 2027 (negli Stati Uniti siamo anche oltre). Gli Stati Uniti non riescono a uscire dalla guerra in Iran salvando la faccia, e più le tensioni persistono, più le imprese trasferiscono gli aumenti di costo sui consumatori e i prezzi dell’energia si diffondono nel resto dell’economia.

Anche nel caso in cui si riuscisse a trovare rapidamente un accordo di pace, i prezzi di petrolio e gas rimarranno con ogni probabilità elevati a lungo: ora che è diventato chiaro che è difficilissimo impedire all’Iran di bloccare il passaggio del petrolio nello stretto di Hormuz, è molto probabile che i costi di trasporto e di assicurazione aumenteranno in maniera permanente. Questo ovviamente non vuol dire che l’inflazione continuerà, ma solo che i prezzi rimarranno elevati e non torneranno ai livelli precedenti alla crisi: l’alto costo dell’energia continuerà a gravare sulle bollette dei consumatori e sui costi delle imprese anche nel momento in cui l’inflazione tornerà verso l’obiettivo delle banche centrali.

Ci sono insomma due problemi distinti: se e come far fronte all’aumento dell’inflazione, e come proteggere famiglie e imprese da costi dell’energia permanentemente più elevati. Partiamo dal secondo.

Proteggere famiglie e imprese

Nei giorni scorsi il Financial Times evidenziava in prima pagina come nei paesi avanzati i salari crescano meno dei prezzi, riducendo il potere d'acquisto. Una seria politica dei redditi dovrebbe quindi essere prioritaria, anche in considerazione del fatto che in molti paesi, incluso il nostro, i salari reali avevano appena recuperato il terreno perduto dopo lo shock inflazionistico del 2022. Senza la protezione dei salari della classe media i consumi ristagnano, i profitti soffrono, l’investimento e l’innovazione si fanno più difficili e la produttività, problema cronico europeo, rimarrà il nostro tallone d’Achille.

Misure come il taglio delle accise o la riduzione dell’Iva su alcuni beni e servizi possono essere utili nel breve periodo. Ma a più lungo termine il costo fiscale di queste misure rischia di sottrarre risorse a spese d’avvenire come la politica industriale e l’investimento pubblico.

Occorre quindi discutere seriamente di misure più strutturali, come ad esempio la reintroduzione dell’indicizzazione dei salari (la scala mobile). L’indicizzazione è stata a lungo considerata la ragione principale della cosiddetta spirale prezzi-salari: l’inflazione porta con sé aumenti salariali e quindi dei costi per le imprese, che li scaricano sui consumatori alzando i prezzi, in un circolo vizioso.

Analisi meno superficiali mostrano però che un meccanismo di indicizzazione ben disegnato non provoca nessuna spirale inflazionistica. In Belgio, ad esempio, la scala mobile ha consentito ai salari reali di resistere all’inflazione nel 2022-2023, senza che l’inflazione fosse sostanzialmente più persistente di quella dei vicini europei. Proprio l’esperienza belga, peraltro mostra che il vero rischio dell’indicizzazione è la perdita di competitività delle imprese rispetto a quelle dei paesi in cui i salari reali sono stati erosi dall’inflazione.

Per questo motivo il dibattito sulla reintroduzione dell’indicizzazione (che purtroppo da noi langue) dovrebbe essere condotto senza pregiudizi e coordinando quanto più possibile i paesi europei, proprio per evitare divergenze di salari reali e competitività. Sarebbe utile, ad esempio, legare la discussione sull’indicizzazione a quella sul salario minimo europeo. Infine, e non da ultimo, come molte volte argomentato dal Diario Europeo, la sola strategia efficace per mettere consumatori e imprese al riparo da shock energetici è quella di accelerare la transizione verso le rinnovabili, meno influenzate dalle turbolenze geopolitiche e sostanzialmente più a buon mercato delle energie fossili.

Politica monetaria

Veniamo ora al contrasto all’inflazione, che per qualche trimestre sarà superiore all’obiettivo del 2 per cento della Bce: dobbiamo intervenire per contrastarla? E come? Tradizionalmente la lotta all’inflazione è stata considerata appannaggio delle banche centrali, nella convinzione, in realtà poco sostenuta dall’evidenza empirica, che gli aumenti dei prezzi fossero fondamentalmente legati all’eccessiva quantità di moneta in circolazione, che alimenterebbe il surriscaldamento della domanda.

Chi considera questa visione troppo semplicistica aveva buon gioco nel notare, già nel 2022, che uno shock dal lato dell’offerta, legato ai prezzi dell’energia, non porta a un surriscaldamento dell’economia ma, al contrario, a redditi, domanda e crescita stagnanti. In questo caso, un aumento dei tassi di interesse della banca centrale contribuirebbe a comprimere la crescita senza avere un impatto particolare sull’inflazione.

Oggi la Bce si pone la stessa domanda che si era posta nel 2022: intervenire, o “guardare attraverso” l’inflazione, nella consapevolezza che, come dicevamo sopra, questa tornerà da sola verso livelli più ragionevoli? Due argomenti militano a favore di un aumento dei tassi anche se l’inflazione non è permanente. Intanto, se lasciata correre, l’inflazione può propagarsi ai salari e causare la spirale descritta in precedenza. Poi, una banca centrale inerte di fronte all’inflazione rischia di perdere la propria credibilità e quindi la capacità di intervenire in caso di crisi future.

In Oltre le banche centrali (Luiss University Press), nel 2022-2023, avevo confutato entrambi gli argomenti: in primo luogo, le aspettative di inflazione di lungo periodo raramente si muovono in caso di shock temporanei, sia pure duraturi; anche oggi gli indicatori delle aspettative dei mercati sono abbastanza chiari nel mostrare che le aspettative di medio periodo sono “ancorate”.

In secondo luogo, i tempi di trasmissione della politica monetaria sono molto lunghi: nel 2022 l’inflazione ha iniziato a rifluire autonomamente prima che l’aumento dei tassi avesse effetto. Con le informazioni in nostro possesso, non c’è alcuna ragione di credere che oggi le cose siano differenti; è lecito quindi chiedersi se per la credibilità sia peggio non agire o agire sapendo che questo sarà inutile se non addirittura dannoso.

Nel mio saggio avevo argomentato che alla politica monetaria sarebbe stato meglio preferire le politiche di bilancio e di regolamentazione (sussidi, controlli dei prezzi, politiche dei redditi e fiscali) per poter intervenire in modo mirato sui settori in tensione dopo l’uscita dal Covid senza deprimere la crescita.

Queste indicazioni mi sembrano ancora più rilevanti oggi, in presenza di uno shock puramente energetico. Lasciamo tranquilla la politica monetaria e ragioniamo sulle migliori politiche strutturali per proteggere le classi medie, motore della crescita, e rilanciare le politiche per la transizione energetica e per l’autonomia strategica.

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