Quattromila persone hanno partecipato alla manifestazione promossa dal comitato Remigrazione e riconquista. Tra tricolori, cori contro migranti e antifascisti, simboli e presenze dell'estrema destra organizzata, ostilità verso i giornalisti presenti e teste rasate, il corteo ha rilanciato la proposta di espulsioni di massa e una visione etnica e identitaria dell'Italia, lontana dalla sua storia plurale
«Non sarà una piazza di razzisti e di fascisti come dice la sinistra, sarà una piazza del popolo», ha detto venerdì Luca Marsella, il promotore della manifestazione di oggi, sabato 13 giugno, a tema remigrazione e della raccolta firme per portare in parlamento una proposta di legge sul tema. Marsella, portavoce dei fascisti del terzo millennio di Casapound, è ora in prima linea con il comitato Remigrazione e riconquista per spingere l'indegna proposta politica della deportazione di massa di persone migranti che vivono nei paesi europei. Così, alle tre del pomeriggio a Prati, uno dei quartieri più prestigiosi e borghesi di Roma, è partita la parata organizzata dal comitato nero.
La sfilata dei neri
Tricolori, polo inamidate ma anche maglie di gruppi musicali di estrema destra, t-shirt evocatrici del ventennio - “Marciare per non marcire" - e quelle legate ai gruppi di estrema destra identitaria locale, come "Brescia ai bresciani". Un corteo che avanza lento nella strada dello shopping di Prati, partendo dal concentramento in Piazza della libertà per tutta via Cola di Rienzo, con i dettami imposti dal camioncino con l'impianto: «Compatti, ordinati, puliti».
Ma i camerati della deportazione - giovani e meno giovani - in realtà non hanno mai abbandonato la postura fascista della piazza: ai lati della strada percorsa fino alla piazza del comizio, cordoni di militanti di estrema destra tatuati e vestiti di nero si uniscono per non far passare nessuno. Facce torve - soprattutto verso i media e la stampa - e accuse si susseguono dal camioncino: «Volevano fermarci Partito democratico, antifascisti e giornalisti».
L'operazione di ricollocarsi come giovani “ordinati” in polo e camicia non è riuscita, la figura del fascista novecentesco non li abbandona: rimangono anfibi, abbigliamento nero, tatuaggi fascisti e molte teste rasate. Altra cosa che non cambia è l’antifona degli slogan: da “Chi non salta comunista è” alle litanie su “Italia, nazione, remigrazione”, fino ai cori contro antifascisti e centri sociali. Gli slogan, scanditi dalle quattromila persone presenti, si alternano a brani musicali di gruppi neofascisti fino al brano Everybody viva il Duce.
I camerati che inneggiano alla deportazione volevano parlare «a tutti gli italiani che rifiutano la rassegnazione e desiderano restituire dignità alla nazione». Marsella aveva annunciato una manifestazione trasversale, in cui sarebbero stati i benvenuti solo i tricolori, che infatti dominavano tutta la fila del corteo; ma non sono mancate braccia tese di saluto tra camerati, né gli insulti razzisti contro le persone migranti.
Quale italia?
In prima fila insieme a Marsella e a qualche camerata con il tricolore al braccio, anche Salvatore Ferrara - vicepresidente del comitato organizzatore nonché membro della Rete dei patrioti - e Gianluca Iannone, capo di CasaPound. In corteo anche realtà come Veneto fronte skinhead e altre realtà di estrema destra locali, che sfilavano dietro lo striscione di apertura: Remigrazione e riconquista.
Dal punto di vista delle presenze della politica di palazzo, nessun pervenuto. L'onorevole Rossano Sasso, dal punto stampa alla Costituente di Futuro Nazionale, aveva dichiarato che nessuno avrebbe partecipato alla piazza del comitato di Marsella: «Di Remigrazione, noi, ne parliamo qui». E infatti è stato così, nessun Vannacciano presente, come nessun membro della maggioranza di governo.
Ma in questi ultimi mesi, l’antifona del comitato sui propri canali social è stata sempre la medesima: una nenia sempiterna tra «i media ci censurano» e «le tv non vi parleranno di questo appuntamento». Ed eccoci qui, accalcati sotto al sole di un sabato di giugno a vedere la sfilata della «purezza italica», nemmeno troppo nascosta da termini come «salvaguardia della civiltà», «difesa dell'identità nazionale» e «tutela delle radici». Quali radici? Quelle bianche e cristiane, ovviamente.
Peccato che il paese che invocano i nostalgici del Ventennio non sia mai stato nessuna delle due cose: l’Italia, crocevia millenaria di popoli, non ha mai conosciuto alcuna “purezza” biologica, ma solo una straordinaria stratificazione di culture, passaggi e contaminazioni. Quanto al cristianesimo, quello sbandierato dalle piazze dell’odio come quella odierna, è ridotto a mero feticcio identitario, svuotato di qualsiasi messaggio evangelico e utilizzato come leva politica. La pretesa di congelare la storia in un'istantanea monocromatica si scontra, ieri come oggi, con la realtà di un paese geneticamente e culturalmente plurale. Come ricorda l'appello di Differenza Donna sulla manifestazione d'odio di oggi: «Solleviamoci. Con le parole, con le pratiche, con la presenza, con la partecipazione, con la solidarietà. Solleviamoci insieme, perché nessuna libertà è al sicuro se viene negata a qualcuna o a qualcuno».
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