Era già lunghissimo il corteo “Fuck remigration” quando verso le 16 ha mosso i primi passi dal Colosseo a via dei Fori Imperiali, al canto di «Siamo tutte antifasciste» tra gli applausi coordinati con il coro della folla. «Roma è una città antifascista e antirazzista, daje raga alziamo la voce», hanno gridato dal megafono gli organizzatori dal furgone di testa, quello degli spazi sociali della città che hanno lanciato la mobilitazione e costituito il comitato di Fuck Remigration dopo l’assemblea pubblica del 21 maggio all’università Sapienza.

FOTO ANSA
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«Roma è una città accogliente, solidale e inclusiva», ha ribadito anche Cristiana Gallinoni di Acrobax a Domani per chiarire le ragioni che spingono la grande manifestazione antifascista a sfilare per le vie del centro città, sotto il sole dell’estate in arrivo, nello stesso giorno in cui a Roma si svolge anche il corteo di Remigrazione e Riconquista, nel quartiere Prati, la manifestazione a sostegno della vita dei Pro Vita, da piazza della Repubblica a San Giovanni, e l’assemblea costituente di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci all’Auditorium della Conciliazione, a pochi minuti dal Vaticano.

«Anche se non abbiamo potuto impedire il corteo di Remigrazione siamo riusciti a rompere il silenzio che c’era attorno ai temi che portano in piazza. Che stanno diventando normalità anche grazie alle politiche della maggioranza di governo», dice ancora Gallinoni, che ricorda come sia stato intenzionale contrapporre al corteo nazionale di Remigrazione la mobilitazione romana di “Fuck Remigration”, che dimostra il vero sentire della Capitale. Gli organizzatori parlano di 15-20mila persone scese in piazza.

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Gli appelli per i due attivisti della Flotilla

«Oggi essere in piazza vuol dire anche denunciare il fatto che la normalizzazione delle relazioni con la Libia ha due evidenti interessi: le migrazioni, per cui finanziamo la guardia costiera libica, e gli interessi economici. Un anno fa abbiamo portato a casa un criminale di guerra e torturatore di migranti libico, oggi quelle stesse relazioni non servono per riportare a casa un professore e un’educatrice», dice Enrica Rigo, legale del team italiano di Global Sumud Flotilla, alla testa del corteo insieme a Tony La Piccirella, per attirare l’attenzione anche su Domenico Centrone e Leonardo Alberizia, i due italiani del convoglio di terra diretto verso Gaza che sono da 21 giorni detenuti in Libia senza accuse formali.

Mentre parla, il corteo raggiunge via Cavour e si ferma qualche minuto davanti alla Torre dei Conti per ricordare Octay Stroici, l’operaio morto a novembre 2025. Nello stesso momento anche l’altro corteo, quello indetto dalle realtà studentesche Cambiare Rotta e Osa, sempre per contestare la presenza di Remigrazione a Roma, insieme ai movimenti per il diritto all’abitare è partito da piazzale del Verano: «Stiamo andando da Matteo Salvini, Gli porteremo i nostri regali. Gli diremo che non stiamo venendo in pace», hanno gridato gli organizzatori intenzionati a raggiungere il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Foto di Chiara Sgreccia
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Umanità in piazza

Al centro della contestazione di entrambi i cortei antifascisti non solo le politiche antimigranti e di matrice fascista di Remigrazione, la stretta del Patto sull’immigrazione appena approvato in Ue, ma anche la stretta repressiva del governo nel suo complesso: dai decreti Sicurezza alle mani sulla scuola del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, per citare solo alcuni dei temi degli interventi.

«Siamo per ribadire che la maggioranza della società non chiede remigrazione, ma accoglienza e solidarietà. Perché è fondamentale ricordare che non parliamo di un dibattito ideologico ma di ingiustizie già in corso», dice Don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di Mediterranea Saving Humans, in piazza insieme anche agli attivisti di Spin Time: «Parliamo di sofferenza e violenze già in atto che devono finire», spiega ancora riferendosi ad esempio alle difficoltà di accedere al permesso di soggiorno che migliaia di persone sperimentano ogni giorno. «Siamo in un’epoca pericolosa anche per le polarizzazioni che stanno aumentando. Essere in piazza oggi significa anche riportare al centro la dignità della persona umana», conclude.

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Un’umanità, gli organizzatori parlano di 20mila persone prima ancora che il corteo diretto verso Piazza Vittorio Emanuele (il percorso è stato poi autorizzato fino a San Lorenzo) raggiunga la metà del percorso, fatta di cittadini che fanno festa per le strade della Capitale, tra musica, cori e centinaia di bandiere al vento, nonostante il peso della responsabilità che sentono sulle spalle: mantenere intatto il valore della Costituzione.

A spiegarlo anche Natale Di Cola, segretario generale di Cgil Roma e Lazio, che dal corteo dice a Domani: «Siamo arrabbiati perché non è stata vietata la manifestazione di remigrazione, perché è contraria alla Costituzione e porta in piazza concetti che aberriamo. Era necessaria una risposta di popolo che metta al centro i veri problemi della società, come il carovita e il diritto a istruzione e sanità per tutti. Così abbiamo deciso di opporci mettendoci il nostro corpo. Siamo lavoratrici e lavoratori figli della Resistenza, che hanno dato vita alla Repubblica, non potevamo non essere qui».

Oltre a Cgil, sono decine le realtà, come Arcigay, Amnesty International, Oxfam, ActionAid, Non Una Di Meno, per dirne solo alcune, che hanno contribuito alla realizzazione della mobilitazione antifascista sostenuta anche dai partiti d’opposizione al governo, da Avs al M5s, fino al Pd: «Non so se scendere in piazza sia la risposta giusta contro le idee di remigrazione, che non sono condivise solo da Vannacci ma anche da pezzi della maggioranza di governo. So però che questa prospettiva assurda va contrastata duramente con la presenza e un chiaro no, opponendo la dignità, il rispetto, l’integrazione, l’apertura a chi vorrebbe rimanere chiuso in un bunker», dice il senatore del Pd Filippo Sensi.

Mentre Fuck Remigration raggiunge Piazza Vittorio, a pochi passi dalla sede di Casapound, arriva la notizia che il corteo partito dal Verano ha raggiunto il Mit. Alcuni manifestanti avrebbero lanciato letame e bruciato una ruspa e un carro armato di cartone e polistirolo davanti al ministero «del mandante della remigrazione». «Ruspe e carri armati sono ciò che Salvini ci ha dato al posto dei diritti sociali. Respingiamo guerra, razzismo e sfruttamento».

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La chiusura del corteo

Il corteo non si è fermato in piazza Vittorio, come era nelle intenzioni, ma ha proseguito verso il quartiere San Lorenzo, poi si è pacificamente sciolto a piazzale del Verano. «Siamo qui per dire che crediamo nell’articolo 3 della Costituzione, che dice che siamo tutti uguali davanti alla legge», ha gridato dal furgone di testa Lukman della Rete degli Studenti Medi, che qualche giorno prima della mobilitazione di remigrazione aveva scritto, insieme a un altro studente, Kilian, una lettera alla cittadinanza per spiegare i timori in vista della manifestazione nazionale di estrema destra ed era stato riempito di insulti razzisti.

«Per far sì che non ci sia mai più un corteo come quello della remigrazione bisogna lavorare sui territori. Mettere i nostri privilegi a servizio di una società che sia antirazzista nei fatti. Affinché nessuno venga più accusato, attaccato o menato. Solo insieme, ogni giorno, possiamo fare la differenza. Oggi è un inizio», ha aggiunto Zeudi del collettivo studentesco Zaum, tra le realtà grazie a cui la mobilitazione antifascista ha preso forma.

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