Per passare dall’accettazione passiva del mondo alla capacità di trasformarlo bisogna lavorare insieme in classe. L’importante è garantire un ambiente in cui stare bene, anche attraverso il linguaggio. Il contrario del benessere non è la fatica, che i giovani accettano quando intravedono un senso coerente con i loro interessi e curiosità, né il conflitto, che può generare dialogo e confronto. È la cattività
Che cos’è il benessere? Sono ospite in una scuola primaria e lo chiedo alla dirigente scolastica. Con ironia mi risponde: «Una tisana di camomilla, melissa e un po’ di cardamomo, da bere lentamente prima di dormire». Se lo chiedo a Luka, otto anni, dice: «In classe sto bene perché noi ci ri, non ci ri». Si interrompe. Non mi sembra un errore fonetico o fonologico. A volte i bambini si fermano davanti a parole che non possiedono ancora del tutto, o che temono l’adulto non sappia comprenderle. In questo caso l’adulto sono io.
Nessuno impara dove ha paura
“Rispetto” è una parola impegnativa. Per dirla bisogna sentirla, comprenderla, saperla spiegare. Contiene la radice latina specere, guardare: rispettare significa guardare di nuovo, con attenzione. Forse Luka si ferma perché il rispetto, come il suo stare bene in classe, non è mai scontato: si costruisce e si verifica ogni giorno.
Il benessere in classe può essere definito come una condizione educativa che sostiene motivazione, partecipazione e sviluppo integrale della persona. Non coincide con un generico stare bene: è un equilibrio dinamico tra dimensione emotiva, cognitiva e relazionale che rende possibile l’apprendimento.
Detta così, però, sembra un mezzo funzionale a qualcos’altro, quasi uno strumento al servizio del rendimento. Potrebbe essere percepito come l’ennesimo “accollo”, un impegno aggiuntivo per la scuola. Credo invece che si tratti di una relazione circolare, una dinamica generativa che, una volta avviata, si alimenta da sé.
Non c’è apprendimento autentico senza benessere, perché nessuno impara davvero dove ha paura di esporsi o di sbagliare - o dove si annoia. E, nello stesso tempo, non c’è benessere senza apprendimento, senza la possibilità di comprendere se stessi, l’altro, il contesto in cui si vive. E anche di divertirsi.
La cattività
Il contrario del benessere non è la fatica, che i giovani accettano quando intravedono un senso coerente con i loro interessi e curiosità, né il conflitto, che può generare dialogo e confronto. È la cattività: la paura di parlare per non essere derisi, l’errore trasformato in colpa, il giudizio che blocca la ricerca di senso. È quando i sentimenti restano fuori dalla porta e ciò che conta davvero sembra poter iniziare solo dopo la scuola.
Questo clima lo produciamo anche senza volerlo: irrigidendo tempi e spazi, difendendo procedure invece di costruire relazioni, diffondendo vuoto e rassegnazione, talvolta rabbia. Janusz Korczak scriveva: «Quando parlo o gioco con un bambino, un istante della mia vita si unisce a un istante della sua… se mi arrabbio, avveleno un momento importante della sua vita». E della nostra.
Usare con cura le parole
Il benessere non è un sentimento vago da evocare, ha anche un aspetto materiale: aule abitabili, strumenti efficaci, libri accessibili, un ambiente sonoro gradevole, perfino una pianta da annaffiare insieme. Ed è cura nell’uso delle parole. Per questo propongo spesso un gioco alle classi: stilare una “superclassifica delle frasi sui giovani”. Ecco quelle che ricorrono di più.
Al sesto posto: «Sei troppo giovane». La giovinezza come ostacolo in sé. Al quinto: «Cosa vuoi che sia». Minimizzazione del dolore altrui, a vantaggio del “dolore adulto”. Al quarto: «Stai sempre sul cellulare». Spesso scritto dagli adulti sui social che non smettono di scrollare. Al terzo: «Non fai niente tutto il giorno». Un giudizio basato su un frammento di tempo condiviso che ignora il lavorio continuo della mente. Al secondo: «Parla, ti ascoltiamo». L’ascolto non si impone: nasce da una relazione reciproca e onesta. Al primo posto: «Voi siete il futuro». Apparentemente positiva, ma capace di sottrarre ai giovani la piena cittadinanza del presente.
A loro volta, degli adulti dicono: «Ci fanno continue domande alle quali non saprebbero rispondere». I principali educatori dei giovani sono spesso i giovani stessi. Qualcuno sostiene che i figli diventano ciò che i genitori fanno quando sono distratti, rivelando la loro vera natura. Pier Paolo Pasolini parlava della necessità, per gli adulti, di essere diseducati. Forse domanda e risposta stanno nello stesso luogo. I giovani possono essere educatori e diseducatori, capaci di mettere in crisi automatismi e linguaggi. Lavorare con loro è una risorsa reciproca per passare dall’accettazione passiva del mondo alla capacità di criticarlo e trasformarlo insieme.
Costruire benessere in classe significa allora lavorare su pratiche semplici e replicabili, capaci di trasformare l’apprendimento e l’uso consapevole del linguaggio in strumenti concreti per migliorare la qualità della vita scolastica. Creare le condizioni perché questo accada: uno spazio esigente e insieme giocoso, in cui pensare senza paura, sbagliare senza essere ridotti all’errore, prendere parola senza rischiare l’esclusione, esporsi all’inatteso.
Per approfondire questi temi con lo scrittore e formatore Daniele Aristarco, con particolare attenzione alle strategie per un’educazione alla nonviolenza, la comunità educante è attesa domenica 15 marzo a Fiera Milano Rho in occasione di Sfide. La scuola di tutti, il salone della scuola all’interno di Fa’ la cosa giusta!
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