Il 24 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge che ribattezza gli istituti tecnici «licei tecnologici» e gli istituti professionali «licei professionali». I percorsi e i programmi non cambiano, ma cambia l’etichetta, per riconoscere – è la formula del governo – la «pari dignità culturale ed educativa» dei tre canali.

Giuseppe Valditara lo aveva anticipato a Skuola.net: «Non ha più senso distinguere fra il liceo classico, il liceo scientifico, tutti chiamati licei, e l’istituto agrario, l’istituto chimico, meccatronico. Tutti licei. Non perché si faccia lo stesso insegnamento, ma perché hanno tutti pari dignità».

Sembra un’idea nuova e ha invece un secolo di storia di cui possiamo servirci per mostrare come la ridenominazione sia l’ultimo capitolo di un equivoco se non di una manipolazione durevole: che la gerarchia tra le scuole sia una questione di nomi.

Suddivisione classista

La divisione tra un ramo classico e un ramo tecnico è già nella legge Casati del 1859, ma è la riforma Gentile del 1923 a farne un ordine di rango: il liceo classico, il solo che apre a tutte le facoltà, forma la classe dirigente; lo scientifico che dà accesso alle sole facoltà tecnico-scientifiche, è la scuola di seconda scelta; l’istituto tecnico che «ha per fine di preparare all’esercizio di alcune professioni» è la scuola per chi non se la può permettere l’università. Sotto le superiori c’è la scuola complementare, chiamata dal 1930 avviamento professionale, che è la scuola che non dà sbocchi.

Antonio Gramsci, nel Quaderno 12, colse subito la logica: la scuola professionale «predicata come democratica» era in realtà «destinata a perpetuare le differenze sociali», e le contrappose la scuola unitaria, disinteressata, uguale per tutti. È la posizione più radicale sul tema: la dignità non si distribuisce tra canali separati, rinviando la separazione.

La Repubblica ha seguito quella strada ma a metà. La scuola media unica del 1962 abolì l’avviamento professionale e spostò la scelta a 14 anni; e finalmente dal 1969 tutti i diplomi, tecnici e professionali compresi, davano la possibilità di iscriversi all’università.

Marzio Barbagli, in Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia (1974), mostrò che l’espansione aveva fatto degli istituti tecnici la scuola di massa della piccola borghesia e della classe operaia in ascesa, e prodotto una domanda di titoli che il mercato non riusciva ad assorbire.

Da allora la sociologia dell’istruzione misura una costante, abbastanza ovvia: la scelta a 14 anni dipende più dalla famiglia che dai voti o dalle vocazioni e dalle competenze. Nazareno Panichella e Moris Triventi (European Societies, 2014) hanno documentato, dagli anni sessanta, una polarizzazione netta: borghesia al liceo, piccola borghesia ai tecnici, classe operaia ai professionali. Daniele Checchi e Giorgio Brunello hanno mostrato che quanto più precoce è la scelta tanto più pesa l’origine sociale; nei modelli di Checchi venire da un liceo alza da solo di quasi cinquanta punti la probabilità di iscriversi all’università, mentre il contributo di un tecnico o di un professionale è nullo. Cento studi, da Marco Pitzalis a Marco Romito, ci restituiscono un’immagine dei destini scolastici determinata da misure come il consiglio orientativo di terza media che manda al liceo chi ha voti alti e ai tecnici e ai professionali gli altri, riproducendo la disuguaglianza originaria.

La «pari dignità»

Il primo tentativo di rompere la tripartizione fu di Luigi Berlinguer: la legge 30/2000 scioglieva licei, tecnici e professionali in un unico ciclo per aree (umanistica, scientifica, tecnica, tecnologica, artistica, musicale), con un primo anno comune. Fu accusata di «licealizzare» tutto, cioè di svilire la specificità tecnica, e abrogata prima di produrre effetti.

«Pari dignità» come formula giuridica nasce subito dopo, tra il 2001 e il 2003, con la riforma Moratti, e ha un coniatore: Giuseppe Bertagna, pedagogista dell’Università di Bergamo, che presiedette il gruppo di lavoro ministeriale. La legge 53/2003 articola il secondo ciclo in un «sistema dei licei» e un «sistema dell’istruzione e della formazione professionale» di competenza regionale, con accesso all’università mediato da un corso annuale; il decreto 226/2005 li dichiara «di pari dignità»; e ecco gli istituti tecnici scompaiono, trasformati in licei economico e tecnologico.

Il libro-manifesto di Bertagna è Pensiero manuale. La scommessa di un sistema educativo di istruzione e di formazione di pari dignità (Rubbettino, 2006): la cultura del lavoro è cultura a pieno titolo; sapere, fare e agire vanno integrati, e l’inferiorità della formazione professionale è il prodotto di una «logica separativa» – popolo e élite, manuale e intellettuale – che Bertagna fa risalire a Gentile ma anche alla pedagogia progressista e che ancora nel 2022 chiama «il brutto anatroccolo» dell’istruzione, vittima di «una pretesa ma insostenibile inferiorità».

Il paradosso è che la riforma Moratti che proclama la pari dignità la organizzano in due canali separati a 14 anni, uno dei quali regionale: i critici parlarono di doppio canale, e perfino il Cnos-Fap salesiano, che nel canale professionale credeva, denunciò che la parità restava sulla carta se un sistema era terminale e l’altro propedeutico. Il sistema non decollò mai.

Giuseppe Fioroni nel 2007, col cosiddetto «cacciavite», cancellò i licei economico e tecnologico e riportò tecnici e professionali nello Stato; Mariastella Gelmini nel 2010, con i Dpr 87 e 88, tornò alla tripartizione gentiliana tagliando l’orario dei tecnici da 36 a 32 ore, ma soprattutto tagliando i laboratori. Lo stesso Bertagna nel 2011 tornò a riflettere sulle ragioni del mancato decollo e nel 2015 ammise che «nessuna riforma, neanche quella della Moratti, che pure la affermava in linea di principio», aveva saputo realizzare la pari dignità.

Una targa nuova

Il governo Meloni ha ripreso il filo. Prima il liceo del made in Italy (legge 206/2023), 375 iscritti al primo anno; poi la filiera 4+2 (legge 121/2024), che accorcia tecnici e professionali a quattro anni e li salda agli Its Academy; ora cambiano i nomi.

La ridenominazione compie, con vent’anni di ritardo, la liceizzazione morattiana, provando ancora a dare retta a Bertagna almeno con un’etichetta.

I dati naturalmente dicono che la gerarchia sta altrove. Nel dossier Attraversamenti di Save the Children (settembre 2026) l’abbandono è al 5,3 per cento nei professionali, al 3,7 per cento nei tecnici, all’1,3 per cento nei licei; tra i figli di genitori con la licenza media gli early leavers sono il 20,7 per cento, tra i figli di laureati l’1,1 per cento; le ragazze sono il 61,5 per cento nei licei e il 31,8 per cento nei tecnici.

La divaricazione tra indirizzi intanto resta, peggiorata dalla riduzione a quattro anni dei tecnici e dei professionali. (Vedremo che per equipararli taglieraranno pure gli altri!). Il rapporto del Cnel sulla transizione scuola-lavoro (giugno 2026) ricorda che la divaricazione precoce aumenta l’inequità e abbassa i risultati medi, e che rinviarla riduce la trasmissione delle disuguaglianze tra generazioni. Un liceo che si chiama liceo ma ha meno ore, dura quattro anni e recluta nei quartieri operai non è la fine della serie B: è la serie B con una targa nuova.

Se la pari dignità ha un senso, è quello di Gramsci e non quello nominalistico: un tronco comune più lunga, un orientamento che non selezioni, laboratori e risorse dove stanno gli studenti più fragili, più tempo pieno magari comune tra gli indirizzi. Del resto, lo sappiamo dalla scuola stessa, le gerarchie non stanno nei nomi, ma in chi le frequenta.

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